È davvero più facile immaginare la fine del mondo che non la fine del Partito Democratico?

Qualche anno fa pensavo, ingenuamente, che questi luoghi potessero aiutarci per favorire il dialogo e la costruzione di consapevolezza. Ho vissuto l’ultima fase in cui Internet era il luogo della scoperta e non il luogo della conferma e pensavo che i social network rappresentassero la naturale evoluzione dei forum, delle chat tematiche, delle piattaforme di file sharing e dei blog in cui per un certo periodo si è tentato di creare una cultura, una comunità alternativa. Una vera costruzione contro-egemonica rispetto al mainstream. Oggi non è più così, per motivi che conosciamo benissimo e che non è il caso di mettersi a elencare qui. E questa campagna elettorale ce lo sta confermando giorno dopo giorno. Avevamo ragione a temere il peggio: si è trattata della peggiore campagna di tutti i tempi. Vuota, volgare, basata sull’annientamento e la prevaricazione. Nessuno ha dettato l’agenda e tutti hanno cercato solo la mossa a effetto per galvanizzare le proprie tifoserie. Quelli che sanno usare le parole parlerebbero di “confirmation bias”: la nostra tendenza a muoverci nel campo delle convinzioni che abbiamo già maturato. Il luogo della conferma, appunto, non della scoperta.

Nessuno ha cambiato opinione rispetto a quanto già pensava in partenza. I dialoghi non portano da nessuna parte. È molto difficile che qualcuno abbia messo in discussione la sua intenzione di voto. Ci diamo pacche sulle spalle e ci facciamo forti per affrontare la lunga traversata che ci aspetta dal 5 marzo in poi. Anticipo: molto rumore per nulla, non capiterà nulla che non sia già successo. La differenza tra la percezione e la realtà, è che la percezione urla molto più forte. Il sistema è fatto per reggere, perché ha i suoi anticorpi e non sarà certo questa elezione a scuoterlo. Parlare di invasione di cavallette non funziona, non ha mai funzionato e, statene certi, non funzionerà certo adesso che per rabbia, frustrazione e risentimento abbiamo una buona parte dell’elettorato pronto a votare qualsiasi forza anti-sistema.

Lo dico perché ci ho pensato, in queste 48 ore, a quell’articolo che avete condiviso tutti e che per molti punti condivido anche. Quello sul guardarci negli occhi, sul votare ragionevole e inevitabile. Quello che ci dice che non ci sono alternative e che è più facile immaginare la fine del mondo che non la fine del Partito Democratico. È anche questo un “confirmation bias”. Chi è d’accordo, lo condivide con forza e ricrea uno spirito di squadra. Chi è contro, lo attacca con veemenza giustificabile e comprensibile. Ne ho anche discusso molto con persone che la pensavano o come me, o in maniera diametralmente opposta. Quell’articolo è una dichiarazione di voto. Non sposta niente, non va a colpire nel campo degli indecisi anti-sistema, non scalfisce le convinzioni di chi, semplicemente, di questa politica non ne può più e voterebbe qualsiasi cosa pur di sentirsi parte di un cambiamento rispetto a quello che c’era prima. Sono ragioni profonde, lecite, rispettabili, che non possiamo pretendere di liquidare come vezzo estetico. Se vai a dire alle persone che vogliono alternative che queste alternative non ci sono, io non lo so se stai dicendo il vero, ma sicuramente le stai allontanando ancora di più. Perché anche nel luogo delle conferme, c’è qualcuno che si ostinerà sempre a cercare di scoprire qualcosa di diverso. E non sarà l’inevitabile a fermarlo perché quando senti di non avere e, del voto utile, dei nostri pregiudizi di conferma e del nostro richiamo alla ragionevolezza, non sai davvero cosa diavolo fartene.

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Quella puntata dei Simpson

In un episodio dei Simpson andato in onda oltre vent’anni fa – forse ve lo ricordate – il sindaco Quimby viene spinto dalla cittadinanza a istituire un costosissimo e inutile servizio di sicurezza per difendere Springfield dall’“invasione” degli orsi (ce n’era uno, ed era inoffensivo). Detta cittadinanza, di colpo, si rende conto di quanto costa il servizio e se ne lamenta con il sindaco che, di tutta risposta, incolpa un’altra “invasione”, quella degli immigrati clandestini. Viene quindi indetto un referendum, con una feroce campagna elettorale, per mandarli tutti a casa, questi immigrati fonte di ogni problema. Sicurezza, legalità, immigrazione. Non so, ma dal regolamento per le ong all’aiutiamoli davvero a casa loro, da Macerata alla fake-news sull’immigrato senza biglietto del treno, questa mi sembra ancora la metafora migliore per spiegare a che punto siamo, perché e perché andrà sempre peggio. Tra l’altro, Joe Quimby è un sindaco dei democratici.

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Macerata: le narrazioni tossiche impazziscono

Qualche mese fa era uscito un grafico in cui si illustrava come gli italiani avessero fiducia sostanzialmente nelle forze nell’ordine, nell’esercito e nel Papa. Solo in basso, ovviamente, la politica. Ai tempi commentammo con l’amara considerazione che il fascino dell’uomo forte capace di infondere sicurezza e conservazione, in questo paese, non passerà mai a meno che non si faccia una volta per tutte i conti con l’eredità del fascismo (quella che in tedesco è indicata come “vergangenheitsbewältigung”, la riflessione e il superamento del nazismo). Come disse una volta Corrado Guzzanti, il fascismo non è solo passo dell’oca e saluto romano, ma è un atteggiamento mentale, culturale e fisico che è instaurato nelle vene profonde di questo paese. Quindi forse il problema non è tanto nei consensi — comunque in crescita — di Casa Pound, quanto come questo ‘culturame’ possa intaccare e infiltrarsi ovunque.

Sui fatti di Macerata abbiamo detto tutto. La decisione di annullare la manifestazione antifascista è incommentabile e irricevibile: la codardia è la principale complice che permette a questi atteggiamenti di radicarsi e la rabbia e l’indignazione che leggo in giro sacrosanta. Quello di cui ho più paura, però, è che si stia parlando tra di noi e che il Paese voglia altro (considerate che Traini in carcere è stato accolto come un eroe) e che si stia vivendo l’onda lunga e l’effetto pratico di un deresponsabilizzazione lunga anni. Lasciando che tutto scorresse e che la narrazione tossica ad un certo punto impazzisse. Dalla politica, che insegue solo e comunque un consenso istantaneo senza proporre uno straccio di idea che sia una; ai media, che vanno a pescare ne torbido di un Paese assettato di pornografia, scandali e cronaca nera a buon mercato per sentirsi la coscienza a posto perché “i mostri sono sempre gli altri, signora mia”; per arrivare anche a chi probabilmente avrebbe potuto fare di più senza guardare dall’alto in basso tutti quelli che parlano a vanvera di fascismo, di uomo forte, di bisogno di mandarli tutti a casa bollandoli come ignoranti che non capiscono e passando oltre.

Non vorrei, insomma, che lo spazio che stanno occupando certi soggetti politici come Casa Pound e Lega Nord, e certi atteggiamenti di intollerante e lassismo con l’uso potente del “ma” per dire che, insomma, ok, qualcuno ha esagerato “ma” infondo bisogna capire l’esasperazione, non sia in realtà lo spettro di qualcosa di più ampio. Cioè che questo sia davvero un paese irrimediabilmente di destra. Ma non la destra borghese che esiste solo nei sogni di qualche buon conservatore dei centri cittadini: proprio la destra più violenta e totalitaria, prevaricante e rancorosa che riesce oggi a occupare degli spazi lasciati vuoti. Quando leggo il titolo dell’editoriale di Norma Rangeri su il manifesto di oggi «Destra in piazza, sinistra a casa» mi viene davvero il timore che la nostra “resistenza culturale” alla fine sia stata sostanzialmente sconfitta.

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Il cerchio che si chiude

Facebook decide, quindi, di favorire i post personali con più interazione tra gli utenti della stessa bolla a scapito di brand e media. Di base può sembrare anche una cosa positiva: meno contenuti sponsorizzati (a meno che non si paghi di più), meno rischio fake news, meno cose brutte dal mondo. Se ci pensate, però, è inquietante. Mark Zuckerberg vuole che il tempo su Facebook sia “tempo ben speso”. Pare che l’uso dei social network, e quello che si vede e si fruisce, abbia delle conseguenze sul morale e l’umore delle persone. Che agisca proprio a livello chimico nel cervello. Per il New York Times, si tratta della svolta più significativa dell’azienda in anni: «We want to make sure that our products are not just fun, but are good for people. We need to refocus the system». Si tratta di una chiara indicazione “etica” da parte di un’azienda privata – che segue i propri interessi, eh – che ti sta dicendo non tanto cosa devi pensare, ma come devi pensare. È un passaggio che esclude ulteriormente, chiudendo ancora di più l’utente dentro una campana di vetro azzoppando considerevolmente l’uso di Internet come “media civico e attivo” (ricordiamo come Facebook sia stato fondamentale per creare reti e organizzarsi a costo zero, e per le organizzazioni senza grossi capitali è un problema; oppure per la costruzione di un news feed interessante e internazionale). È come ne Il cerchio di Dave Eggers: Mark Zuckerberg non è più un imprenditore con una visione e un’ambizione ma è il più grande psichiatra contemporaneo. E Facebook il più grande psicofarmaco su larga scala mai prodotto. «To be good for people». In dosi sempre più grandi.

(via Facebook)

Lo spirito del tempo

Qualche tempo fa avevamo commentato con preoccupata ironia la pubblicità aynrandiana della Skoda. Da qualche giorno, invece, Spotify trasmette due spot altrettanto indicativi (con tutte le conseguenze del caso in termini di persuasione dei target e dell’audience). Il primo, è dell’Esselunga, che tra una canzone e l’altra manda annunci di lavoro puntando sulla nostra “voglia di fare” e di essere “dinamici” recitando il ritornello per cui la nostra realizzazione arriva solo tumulandoci nell’ufficio di un supermercato. Il secondo, ancora più preoccupante, è della Seat, che presenta un nuovo modello di suv sempre secondo lo schema “io sono quello che voglio essere” portando però avanti l’idea che in tutto questo ci debba essere la famiglia («Papà dice preservativo, mamma dice pillola, io dico SORPRESA!» con vociare di bambino sotto e tanti saluti al tema della prevenzione) e l’auto-realizzazione («Il punk dice anarchia, il pop dice muoviti, io dico LIBERTÀ»), il tutto ovviamente virato al maschile. La pubblicità ha sempre rispecchiato lo spirito del tempo. Se vuoi sapere com’è una società in questo momento, non leggere i libri, non ascoltare i dischi, ma guarda/ascolta la pubblicità. È lì che puoi capire alla perfezione come questo periodo storico sia ormai inesorabilmente neo-conservatore. Nei costumi, negli atteggiamenti, negli obiettivi. Possiamo guardarla da destra o da sinistra, ma stiamo vivendo una nuova epoca di conservazione. Di reazione, forse, ma pur sempre conservatrice.

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La celebrità non è credibilità

Il fatto che la rosa di candidati per la presidenza democratica americana 2020 sia composta da, tra gli altri, Mark Zuckerberg e – ultima ma non ultima – Oprah Winfrey segna la definitiva consacrazione dello spettacolo sulla politica. Quella zona di confine in cui abbiamo ormai inesorabilmente confuso “popolarità” con “credibilità”. È ormai il trionfo delle logiche di mercato nella loro veste più subdola e ‘smart’. Se dietro Mark Zuckerberg si muove l’impero dei dati che usiamo ogni giorno, dietro la bolla di Oprah si muove un sistema economico basato sul peggior individualismo americano («Se ci credi, ce la puoi fare») e sulla sempre più fiorente industria dell’auto-aiuto, la zona franca in cui ci si muove a un centimetro dalla circonvenzione di incapace [suggerisco questa lettura]: insomma, purissimo ‘realismo capitalista’. Forse, più che di professionisti e guru della compassione, per cui l’empatia diventa un bene materiale e quantificabile, avremmo bisogno di politici. Più che di figurine, avremmo bisogno di sostanza, serietà e una visione leggermente più ambiziosa del «Se ci crediamo tutti assieme, ce la possiamo fare». Come ha scritto Giulia Blasi ieri, non è che una cosa diventa giusta solo perché un’altra celebrità senza esperienza politica si candida dalla parte giusta: «Oprah è una brava imprenditrice, una donna tosta e intelligente, con una storia personale commovente. Ma è una celebrity, non una politica. E Washington ha bisogno di politici». Cosa c’entra questo con l’Italia? Molto più di quanto pensiate.

(via Facebook)

Autoassoluzione

È davvero difficile sapere se stai rinunciando a scrivere un libro proprio perché non lo si può scrivere o se la tua è solo pigrizia, se hai razionalizzato l’idea che non sia possibile scriverlo perché ti manca la fibra per non mollare, per continuare nel tuo intento. Anche se è da molto tempo che scrivi – sopratutto se è da molto tempo che scrivi – è quasi impossibile riuscire a penetrare fra gli strati dell’inganno, le illusioni e le autoassoluzioni che ti portano a rinunciare a un libro e ad assolverti per aver rinunciato.

Geoff Dyer, Sabbie Bianche (Il Saggiatore 2017, p. 160)