Talent is an accident of genes, and a responsibility: Alan Rickman (1946-2016)

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Hai presente quegli attori a cui vuoi bene? Ecco, Alan Rickman era quel tipo di attore lì. Oltre ad essere, oggettivamente, bravissimo (sia che facesse lo Sceriffo di Nottingham o il marito in crisi di mezza età: poi lì c’era anche Emma Thompson, quindi…), era proprio uno di quegli attori capaci di attirare magneticamente l’attenzione su di sé. Uno di quelli che da un lato metteva in ombra tutti gli altri; dall’altro li potenziava e potenziava tutto il film. Ci sono quelle persone che quando entrano in una stanza, semplicemente, cambiano la temperatura, non si limitano a registrarla. Ecco, quando leggevo che in un film ci sarebbe stato Alan Rickman avevo la certezza ci sarebbe stata quella esatta sensazione. «Talent is an accident of genes, and a responsibility», aveva detto una volta.

(pubblicato su Facebook)

«Quo Vado», the PD edition

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– Il renziano della prima ora ride tantissimo e fortissimo, principalmente per coprire l’amico di destra con cui è andato al cinema e ha tenuto il cellulare acceso.
– Il renziano della seconda ora ride ancora più forte. Quel pomeriggio ha dato via tutti i suoi dvd di Antonioni, Fellini e Pasolini. «Altro che quella merda di Sorrentino!» pare lo abbiano sentito urlare.
– Il renziano della terza ora non solo ride in modo sguaiato, ma fa vedere a tutti di aver messo like a ogni filmato YouTube di Checco Zalone, di essere DA SEMPRE fan dei comici di Zelig e urla a gran voce che addirittura Cirilli non è stato capito.
– Quello di Rifare l’Italia apprezza in maniera molto forzata, sorride, abbozza qualche risata ma, in cuor suo, rimpiange un po’ i tempi in cui la sinistra al cinema voleva dire Nanni Moretti. Quando gli chiedono un parere dice: «Interessante, diciamo».
– Il bersaniano la prende in maniera bonaria e dice che due risate non hanno mai fatto male a nessuno, purché siano genuine. In fondo, a lui, Lino Banfi ha sempre fatto ridere.
– Il franceschiniano paventa di aver scoperto lui Checco Zalone, in un minuscolo locale di Bari, quando i suoi amici lo avevano portato in Puglia in vacanza anni fa.
– Quello di SinistraDem lo critica apertamente ma, tuttavia, ne riconosce il grande trasporto popolare. Non capisce ma si adegua dietro all’idea che se piace a tanta gente allora forse bisognerà rifletterci sopra e fare una grande riunione delle minoranze a riguardo.
– Il dalemiano osserva schifato ma pensa a come girare la situazione a suo vantaggio.
– I GD propongono un torneo di biliardino mettendo in palio una maglia di Igor Protti autografata dagli admin di Calciatori Brutti. «Per il LOL», dicono.
– Quello di ReteDem è andato a vederlo con il suo amico di SEL. Non gli è piaciuto. Sono usciti dalla sala molto confusi, sentendosi anche un po’ in colpa perché temono di non averlo capito e, quindi, di non avere capito da che parte va il mondo. Indecisi sul da farsi stappano una birra a chilometro zero e la bevono pensando ai mali del mondo e alla conferenza di Parigi.

pubblicato su Facebook: https://goo.gl/g2C5jb

Questa non è una recensione di Star Wars

Questa non è una recensione di Star Wars: The Force AwakensIn rete ce ne sono già tantissime e che coprono tutta la gamma di emozioni, dal ‘capolavoro’ alla ‘sola’. Essendo un film destinato a far discutere, ci sta. Per quanto mi riguarda, sono d’accordo in tutto e per tutto con quanto espresso da Stanlio Kubrick su i400calci.com. Questa che segue è più una raccolta di spunti di riflessione attorno al film e al cinema. Potevo raccontarvi anche delle sequenze visivamente straordinarie di cui questo film è pieno, ma ho preferito fare altro. Ovviamente ci sono SPOILER. Quindi, se non avete visto niente, continuate a vostro rischio e pericolo.

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1. Se sei una ragazza o un ragazzo nato in Occidente negli anni Ottanta, il cinema è ancora ‘il più grande spettacolo del mondo’ costruito sulla solidissima asse formata da Steven Spielberg, George Lucas e Robert Zemeckis. Il cinema era il luogo della favola, della meraviglia, della fantasmagoria: il luogo dove si costruivano universi alternativi e si rendeva possibile un’idea di futuro fantastica; il luogo in cui i dinosauri prendevano vita; il luogo in cui i confini nel mondo materiale e della finitezza umana semplicemente non avevano più senso. Una missione piccola e banale che sanno ancora fare in pochi, principalmente dalle parti della Disney (che, non a caso, è proprietaria di Pixar, Marvel e del brand Star Wars, praticamente le tre linee di espansione del mondo materiale attualmente in circolazione). Se sei una ragazza o un ragazzo nato in Occidente negli anni Ottanta, capisci perfettamente il senso profondo che muove il cinema di J.J. Abrams e lo ami in modo incondizionato dal momento in cui ti sei scoperto commosso alla fine di Super 8.

2. Hanno ragione tutti: J.J. Abrams è l’unica persona al mondo che può prendere quello che è, semplicemente, il più grande contributo della civiltà occidentale all’epica e rintracciarne i fili profondi, riannodarli e riportarli sui binari giusti del mito. Roland Barthes affermava che, per essere tale, il mito doveva uscire dal flusso della storia per destinarsi all’immortalità. Star Wars, che è sempre stato affare dell’immortale, va trattato così. Se ci si perde a parlare di nostalgia e di citazionismo non abbiamo compreso le regole del gioco.

3. Star Wars. Episode IV: A New Hope è uno dei film più importanti della storia del cinema sia dal punto di vista commerciale, sia dal punto di vista culturale (non devono essere queste brevi righe scritte a caldo a ricordare tutta la cosmogonia che ne é derivata in modo tutto sommato casuale, dacché il film fu un grandissimo azzardo di un regista sull’orlo di una crisi di nervi). Inoltre, è uno dei punti fondamentali di quella stagione apparentemente senza fine che chiamiamo postmoderno. Secondo Umberto Eco, ogni epoca ha il suo postmoderno e ogni postmoderno può essere inteso come una forma di manierismo. Il vero difetto della seconda trilogia di George Lucas, tanto bistratta quanto interessante da più punti di vista (pur contenendo cadute di stile veramente deplorevoli), è proprio quella di essere stilisticamente ed esteticamente manierista. L’universo di Star Wars si basa su un arcaismo post-nucleare, un medioevo spirituale in una cornice di tecnologia avanzatissima: sognavamo il futuro, ma con un’anima. La seconda trilogia usciva da questa cornice per entrare a piene mani in un contemporaneismo che ha avuto il solo effetto di far invecchiare tremendamente dei melodrammi costruiti per collegarsi allo spirito del tempo. Quando il mito diventa ‘umano’, allora crea un cortocircuito e smette di funzionare. Attaccare Jar Jar Binks è solo la punta dell’iceberg. J.J. Abrams, invece, ritorna nei luoghi della nostra infanzia (anche si siamo nati dieci anni dopo la prima uscita al cinema) e non fa altro che rimetterli in moto: prende la più grande saga epica del postmoderno e la fa dialogare con il contemporaneo.

4. Questo dialogo funziona perché il mito viene riaggiornato nei suoi caratteri funzionali, non nelle sue radici profonde. Si rimette in moto la macchina narrativa, si ritorna sulle traiettorie purissime del viaggio dell’eroe, ma lo si fa creando le condizioni per non sembrare posticcia. Un racconto problematico che mette assieme politica, tensioni sociali, tradizione e ‘eternità’, fallibilità dell’essere umano davanti al metafisico. Lo schema universale della prima trilogia era semplice: da un lato l’impero, dall’altro la resistenza; la seconda trilogia mostrava il passaggio da una repubblica utopica alla disopia imperiale; la terza complica ancora di più la faccenda. Che cos’è il Nuovo Ordine? È ‘legale e riconosciuto’ o si tratta di uno straordinario atto di forza contro lo status quo? Ma soprattutto, qual è lo status quo? Come dialogano la Repubblica e il Nuovo Ordine (sì, ok, a cannonate spaziali che devastano pianeti, ma non è questo il punto)? E se la Repubblica è in qualche modo il sistema vigente, come mai il suo esercito si chiama resistenza? Insomma, J.J. Abrams e Lawrence Kasdan spazzano via la distinzione manichea tra bene & male che, di fatto, era già il grande non detto dietro la dinamica complesse tra forza e lato oscuro (il che ha sempre reso così interessante il personaggio di Dart Vader) e la gettano in politica all’altezza di questi nostri tempi interessanti (cfr. Slavoj Žižek). Il Nuovo Ordine è ovviamente cattivissimo e si basa sul conflitto per il primato del comando tra Kylo Ren – che è un Sith o qualcosa del genere: un Jedi cattivo – e il generale Hux, uno che, in barba a tutta questa metafisica tradizionale, crede sostanzialmente nella legge militare del più forte: il primato della tecnica sull’umano, pura distopia (non a caso, il generale è un para-nazista che comanda uomini-macchina al servizio dello scopo supremo: il nazismo ha sacrificato le ideologie, le utopie del progresso e le grandi narrazioni sull’altare del grande disegno hitleriano). I germogli di questo conflitto sulla plancia della navicella del male, ad oggi, possono riservare molte sorprese andando al di là della banalità del male. Anche perché Kylo Ren – di cui capiamo già i tormenti interiori sia per il modo in cui reagisce ai disappunti degli errori di percorso (= sfasciando tutto); sia per come risolve senza nessuna epica e nessuna etica il conflitto con la (inesistente) figura paterna di Han Solo – non sembra destinato a essere il ‘cattivo definitivo’ della saga: altrimenti non avrebbero scelto Adam Driver, altrimenti non lo avrebbero mostrato per così tanto tempo senza maschera.

5. Le dinamiche della resistenza sono sostanzialmente sempre le stesse: rubiamo i piani segreti e puntiamo tutto sull’effetto a sorpresa perché abbiamo i piloti più spericolati della galassia. Insomma, per trent’anni dopo la fuga di Luke Skywalker hanno dovuto avvalersi della purissima tecnologia perché la metafisica aveva deciso di mettersi in stand-by.

6. Il cavaliere Jedi è in sé una figura cristologica. Non ho le competenze in materia, ma credo proprio che ci sia una metafora biblica consistente. Da Anakin Skywalker a Rey, la ragazza-profeta che maneggia i prodromi della Forza in pochissimo tempo (forse perché la situazione politica attuale comporta un diverso stato d’eccezione e perché la realtà accelerata non permette tempi morti e addestramenti tanto lunghi), si tratta di conflitti tra figure semi-divine, alberi della tentazione e sacrifici come redenzione dai peccati della galassia. Si vedrà nel secondo capitolo (Episodio VIII) come il profeta Luke Skywalker, esiliato come Cristo nel deserto, ricondurrà l’allieva ai principi della forza. J.J. Abrams ha fatto tantissimo riconciliando Star Wars con la sua storia, come se solo attraverso il ritorno alle origini – non è un remake, è un reboot – potesse permetterci di ripartire. Se non fosse già stato scritturato un secondo regista per il nuovo film (Rian Johnson, già regista di Looper), si potrebbe dire: «Va bene J.J. Abrams, ora che hai la nostra attenzione, facci vedere cosa sai fare».

Ci sarebbero molte altre cose da aggiungere. Magari arriveranno. Però volevo lasciarvi con un’immagine dell’arrivo della Resistenza a bordo degli X Wing. Ecco. In quel momento, in barba a tutte le considerazioni analitiche, la fantasmagoria ritorna e la magia del cinema esplode nella sua essenza più bella. Diavolo di un J.J. Abrams, ce l’hai fatta ancora.

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Una generazione di figli dei loro padri

La felicità è un sistema complesso conferma, pur nella sua incompiutezza (che a questo punto immagino voluta), alcune certezze ormai assodato del cinema italiano. Prima di tutto, la superiorità di Valerio Mastandrea su gran parte degli attori in circolazione. Poi, lo sguardo lucidamente umano di Gianni Zanasi sul ‘racconto della crisi’, sia economica, sia morale, dei quarantenni. Peccato solo non riesca a sciogliere i nodi – che poi sono i nodi cardine dell’attuale racconto del contemporaneo – dopo aver delineato la diagnosi. Altre note di merito. (1) la musica, (2) questo scambio di battute tra Mastandrea e Battiston, che a suo modo ‘dice tutto’:

Mastandrea “Ma tu chi eri a diciotto anni?”
Battiston “Io? Io ero figlio di mio padre.”

Esattamente.

La recensione di «Spectre». Per punti [sì] e punti [no]. E qualche micro-spoiler.

[Sì]
– Il carnevale citazionista (vestiti, arredi, situazioni, cattivi) di Sam Mendes che conclude il processo che «riporta tutto a casa» facendo in modo che Bond faccia pace con il mito di Bond.
Daniel Craig, che alla fine ci mancherà davvero. Se Bond fa pace col mito di Bond, è soprattutto merito suo.
– Gli attori di contorno, mai così fondamentali. Lo spazio maggiore dato a Q e M che concilia il fatto che, va bene, «There is no school like the old school», ma se hai un nerd dalla tua parte ce la fai meglio.
Lea Seydoux.
– La riconfigurazione ormai totale dei cattivi come terroristi dei Big Data. Poi possiamo discutere sul trattamento, ma è una cosa interessante.

[No]
– Il poco spazio dato a Andrew Scott. Il suo Denbigh è, a tutti gli effetti, il suo Moriarty in Sherlock. Cattivissimo. Inesorabile. Inevitabile. Doveva essere più centrale, diciamo. Così come il bellissimo edificio dei super-servizi-segreti.
– Come diavolo fa Bautista a entrare in una Ferrari?
– Gli occhiali da sole di Bond. Per me un grande no.
– La canzone & i titoli di apertura. In assoluto i più brutti mai visti e sentiti nei film di 007. E ci sono stati gli anni Ottanta.
– Ridurre «l’origine di tutti i mali» a un enorme ‘daddy issue’ può essere rischioso. Potevano gestirla meglio in sede di sceneggiatura, diciamo.

Sicuri che #1992LaSerie faccia così schifo?

Dopo aver letto tutto quello che ho letto su ‪1992. LaSerie, lo ammetto, mi aspettavo di trovare davvero Gli occhi del cuore. E invece non ho ancora ben capito come mai questi primi due episodi vi abbiano fatto schifo. L’unica cosa che posso dire a sua colpa è una sciatteria evitabile e abbastanza fastidiosa in ben due momenti ([SPOILER] l’arrivo a Malpensa 2000 e il Palazzo della Regione nuovo durante una panoramica aerea [/SPOILER]). Ma al di là di tutto drammaturgicamente regge. La sotto-trama più ‘debole’ – il poliziotto assetato di vendetta – è però quella con l’attore migliore (Domenico Diele). Stefano Accorsi, nel ruolo del pubblicitario Leonardo Notte, funziona perché è proprio quella roba lì che fa quella roba lì (e adesso lo dico: smettiamola con questo mito dell’espressività, che è una stortura tutta nostra). La serie non ha, per ora, una scrittura geniale ma ha grandissimo ritmo, è coinvolgente, e orchestra molto bene le scene madri. E poi ha un uso della musica molto efficace. A Boosta puoi dire quello che vuoi (e io non posso certo dire di essere il suo più grande fan) ma non che non sappia cosa vuol dire mettere assieme una musica ad effetto e funzionale. E poi, diciamocelo, una serie che alla seconda puntata spara durante la sequenza chiave Taillights Fade dei Buffalo Tom (che se non conoscete vi invito a recuperare perché sono fantastici) non può non incontrare il mio favore.

L’imprevedibile virtù di leggere Carver. Riflessioni immediate su ‘Birdman’.

Sono andato a vedere Birdman senza aspettative se non quelle legate al fatto che a) è il classico film che vanno a vedere tutti; b) è il classico film che suscita pareri discordanti. In effetti è anche facile capire come mai. Probabilmente in queste righe farò degli [SPOILER] quindi nel caso fermatevi qui e se vi interessa sapere se mi è piaciuto o meno: sì, mi è piaciuto e per certi versi l’ho trovato anche parecchio interessante. In realtà mi ritrovo a scrivere a caldo quando tutto l’aspetto più sfacciatamente meta-cinematografico ancora non è andato via, e visto che si tratta di un buon 95% di film la cosa potrebbe farmi girare un po’ a vuoto. Ad esempio, sulla questione del piano-sequenza, togliamoci subito il dente: sì, ok, bravo e bello e tutto quanto, e capisco la necessità di usarlo per raccontare la stratificazione dei due vari mondi che vuoi raccontare, ma quando lo usi in questo modo cosa resta oltre il virtuosismo e la ridondanza? È una domanda aperta, non è una ‘domanda a tesi’. Poi, la questione sul mondo dello spettacolo e il sistema americano. Del resto anche io ho sempre trovato molto interessante la ‘zona grigia’ tra le varie arti americane, il racconto dei backstage (non amerei così tanto Aaron Sorkin), le riflessioni sul senso del successo «nel mondo diventato fiction» (il sottotitolo, fantastico, è proprio in relazione a questo: L’imprevedibile virtù dell’ignoranza) e il fatto di incanalare il racconto attraverso ‘tutti’ i racconti possibili (è un film che parla di una stella del cinema che parla costantemente di attori veri con nome e cognome vero e che cerca di guadagnarsi una nobiltà artistica volando da L.A. a N.Y. per fare un adattamento teatrale di un racconto di Raymond Carver: in effetti manca solo la televisione ma si parla molto di Internet con costante riferimento ai social network). Poi la questione dell’«attore» come corpo fondamentale (in un film che ti tira gomitate ogni minuto per farti ricordare che dietro questa mdp in costante movimento c’è Iñárritu). Michael Keaton che fa Michael Keaton che non ha ancora elaborato il lutto di non essere più Batman e di essere sostanzialmente un attore dimenticato; Edward Norton che fa Edward Norton, ovvero l’attore figo e impegnato che è capace di lavorare nel mainstream ma di essere anche quello apprezzato nell’universo di quelli che odiano le persone di successo intese come fenomeni mediatici. Tutta una discussione che forse è una faccenda solo e soltanto mia tra ironia e sincerità (New Sincerity? New realism? Una questione di ‘etichette’, come direbbe Michael Keaton aggredendomi in quanto critico). E poi c’è tutto l’aspetto legato a Raymond Carver, che secondo me è il centro nascosto della vicenda. E per nascosto non voglio dire occultato – anzi, mi sembra abbastanza sfacciato il fatto giri tutto attorno a quello – ma voglio dire che i racconti di Carver diventano il filtro privilegiato attraverso cui leggere ed analizzare un film del genere, perché permettono di mettere a posti gli spunti e riannodare i fili attorno a praticamente tutto. In effetti, mi rendo conto che attraverso Carver riannodi SEMPRE i fili attorno a praticamente tutto quindi forse Birdman è un racconto di 119 minuti sulla necessità di leggere Carver. E se così fosse io sarei anche d’accordo.

ps – mi rendo conto di non aver parlato di Emma Stone, ma su Emma Stone in questo film cosa vuoi dire se non piangere in un angolo per non poterla sposare?

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