Il digitale e la democrazia

Qualcuno potrebbe vagheggiare la nascita di un partito come quello dei Verdi, ma… “digitale”; ecco, non riesco a immaginare un errore più grande. È sbagliato pensare di poter catalogare e incasellare tutta questa roba digitale per poi incaricare giovani e brillanti programmatori di occuparsene. Questa “roba digitale” è di fondamentale importanza per il futuro della privacy, dell’autonomia, della libertà, della democrazie stessa: si tratta di questioni che dovrebbero essere importanti per qualunque partito politico. Per un partito di massa odierno, non curarsi della propria responsabilità sul “digitale” equivale a non curarsi della propria responsabilità sul futuro stesso della democrazia.

Il prezzo dell’ipocrisia in Eugeny Morozov, Silicon Valley: i signori del silicio (Codice 2016, pp. 108-109)

Invece di qualcuno che affronti attenzione e distrazione dal punto di vista socio-economico – come è stato fatto da Walter Benjamin e Sigfried Kracauer per i media del passato – abbiamo Nicholas Carr e il suo rivolgersi alle neuroscienze o Douglas Rushkoff con la sua critica biofisiologica dell’accelerazione. Qualunque sia la rilevanza di interventi simili, finiscono comunque per tener seperati il tecnologico e l’economico tanto che si arriva a discutere di quanto gli schermi degli iPad condizionino la cognizione, e non di quanto le informazioni raccolte dai nostri iPhone condizionino le misure di austerity dei nostri governi. Criticare la tecnologia, oggi, dovrebbe significare mettere in questione come la tecnologia stessa e i suoi amplificatori consentano al sistema attuale di prendere tempo, prevenendo una iris da cui dipende la sua stessa esistenza.

Quanto volete per i vostri dati? in Eugeny Morozov, Silicon Valley: i signori del silicio (Codice 2016, pp. 151)

Contro il cinismo da social

Prevedibile. Ogni volta che muore qualcuno che ha significato qualcosa per molti di noi, ogni volta che molti di noi si lasciano un attimo alle spalle ogni sovrastruttura, arrivano quelli che, più furbi degli altri, ci spiegano come va la vita in nome di un fastidiosissimo cinismo stantio. Mi piacerebbe che, un giorno, queste persone ci dicessero a cosa diavolo serve essere così ‘sopra le righe’ nel negare qualsiasi coinvolgimento emotivo e, anzi, prendere in giro chi vuole semplicemente ricordare – magari non sempre completamente a fuoco, vero – un personaggio che ha avuto un senso. E quindi via di citazioni di Zerocalcare (quando muore uno famoso il cordoglio serve per scopare). E quindi via di citazioni di Nanni Moretti (l’ultima, fantastica, «Mi si nota di più…» a sottolineare l’opportunismo per il Like). E quindi via di commenti finto-arguti cercando sempre di mettere in ridicolo chi, invece, in questi casi, è semplicemente e onestamente triste. E quindi via verso la più totale negazione dei piaceri. Come se fosse una colpa sentire ancora qualcosa e essere ancora dispiaciuti perché una persona che ti ha accompagnato a suo modo per anni adesso non c’è più. Forse è tutto commisurato nella natura perversa dei social network (a proposito allego una bella riflessione di Nicola Lagioia). Forse aveva davvero ragione David Foster Wallace quando metteva in guardia dall’ironia come chiave di interpretazione del mondo. Forse al posto di scrivere ad ogni piè sospinto il bisogno di «restare umani» bisognerebbe semplicemente esserlo, umani. Niente battute da quattro soldi, vi prego. Non oggi. E magari nemmeno domani. Domani è ‘The Next Day’ e noi saremo qui. Qualcun altro no. Ma qualcosa rimane, e potremmo ascoltarlo ancora e ancora. Parafrasando quello che ha scritto un mio amico: per noi la musica è qualcosa di fondamentale, qualcosa di sacro. Non importa non essere fan di David Bowie, importa amare e essere ‘toccati’ per qualche motivo in qualche modo e a qualche latitudine. Tutto questo importa. Tutto il resto no. E nemmeno questo cinismo da quattro soldi, che dura poco, sa di vecchio, e alla fine non rende questo luogo un posto migliore. Sapete cosa lo rende un posto migliore?
La musica. Ecco.

pubblicato su Facebook

Una commedia tragica da social media

Una vita era stata rovinata. Per quale motivo? Un po’ di commedia tragica da social media? Credo che la nostra natura di esseri umani sia di arrancare a fatica finché invecchiamo e ci fermiamo; ma con i social media abbiamo creato un palcoscenico per finti drammi. Ogni giorno salta fuori qualcuno che veste i panni del nuovo, magnifico eroe, o al contrario del mostro raccapricciante. È una corrente che trascina via, ma non ci rappresenta per come siamo davvero. Quale impeto di prende in quel momento? Cosa speriamo di ottenere?

Jon Ronson, I giustizieri della rete (Codice, 2015)

Umberto Eco non ha torto. Umberto Eco ha detto una banalità.

I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.

Il problema di questa frase che state tutti riportando – una frase che Umberto Eco ha pronunciato nella sua lectio magistralis tenuta ieri all’Università di Torino – non sta nel contenuto in sé. Se ci pensate, infatti, Eco ha ragionissima. Il problema di questa frase è che tutto sommato si tratta di una ovvietà, financo di una banalità. E si tratta di una banalità di Umberto Eco. Ecco qual è il problema.

Ti attacco perché mi metti in discussione. Su Greta e Vanessa.

Ci sarebbe un solo modo per commentare la notizia della liberazione di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo: «Bentornate». E invece no. Invece si è replicato il solito teatrino, la solita replica dei social network come ‘sfogatoio’ dei peggiori bassi istinti, dell’idiozia e dell’intolleranza. «Chissà quanti soldi ABBIAMO pagato». «Meritavano di stare lì». «Quando sarà il turno dei marò, che stavano lavorando e non certo seguendo chissà quale sogno di gloria». Tutte frasi che si commentano da sole. Tutte argomentazioni ridicole. Verso la fine dell’anno scorso, quando è stato fatto girare il video di pochi secondi che accertava il fatto che le due cooperanti fossero vive, si è scatenata una selva di insulti. Un tornado di parole violentissime che attaccava la dignità di due persone colpevoli di aver cercato di fare una cosa strana: aiutare. Molti si sono chiesti come mai alle due ragazze, due studentesse di 20 anni, fosse riservato un trattamento del genere. Non tanto in relazione ai due fucilieri della marina militare, ma in relazione al fatto che in quelle parole – dalle allusioni sessuali (versione rivisitata del: «se vai in giro con la minigonna poi non ti lamentare») all’esortazione a ‘stare in casa a fare la maglia’ – si legge proprio l’odio. Quasi il disprezzo.

La domanda è interessante. Come mai? Certo, la risposta più facile sta sempre nel fatto che quando incontri l’uomo della strada, alla fine scopri che è uno stronzo. Ma nella vita ci sono tante strade, e per la legge dei grandi numeri non possono essere ‘tutti’ stronzi. Come ha scritto un anno fa su l’Unità Paolo Di Paolo – l’autore di Mandami tanta vita – dietro quelle parole di fuoco può esserci un padre amorevole e un marito perfetto. Ecco. Quindi può esserci di più. Ad esempio, può essere che l’odio suscitato da Greta e Vanessa sia dato da una cosa più semplice ed elementare: il senso di colpa.

Non parlo di maschilismo perché lo stesso trattamento, lo stesso odio e disprezzo, fu riversato anche nei confronti di un’altra persona. Che purtroppo non è tornata a casa. Enzo Baldoni. Mi ricordo le accuse di vitalismo, di novello Peter Pan incapace di starsene a casa perché probabilmente annoiato dalla vita.

Forse nello scagliarsi contro dei ‘civili’ che decidono di mettersi in discussione al punto di rischiare tutto (perdendo, qualche volta) e esaltare le virtù di chi invece è pagato per rischiare la vita (non penso solo a Latorre e Girone, ma anche a Quattrocchi: «guardate come muore un italiano») c’è questo senso di colpa sociale che vede nei ‘soldi’ l’unico motore e moneta di scambio delle cose. L’unica cosa capace di farti rischiare la vita (del resto, non è stata una delle leve su cui il governo Bush ha combattuto la disoccupazione giovanile?). E il fatto che ci siano persone, anche giovanissime, che vogliono andare semplicemente perché bisogna andare probabilmente resta un fatto così strano, così assurdo, così inspiegabile che non si può rispondere che con l’odio. Per la paura del diverso. Per il timore di quello che non comprendiamo.

Quando leggo che le due ragazze «se la sono andata a cercare» mi viene da rispondere che sì, è verissimo. Ed è proprio perché ‘se la sono andata a cercare’ che non sono rimaste a casa con mamma e papà, è proprio perché ‘se la sono andata a cercare’ che hanno deciso – mentre alla stessa età noi è già tanto se sapevamo come medicarci dalle ferite che ci prendevamo girando le pagine dei libri – di andare in Siria a sostenere i ribelli portando aiuti e supporti, è proprio perché ‘se la sono andata a cercare’ che loro avranno comunque visto cose che tutti noi possiamo solo lontanamente immaginare. È proprio perché alla radice c’è una curiosità e una voglia di sfidare i propri limiti così forte che ogni volta che ci si accontenta un po’ vediamo chi non ci sta come un qualcosa da attaccare. Come se in qualche modo il loro mettersi in discussione così profondo mettesse in discussione noi tutti che abbiamo deciso di stare a casa perché non fa per noi, perché non è cosa, perché non me la sento, o perché semplicemente ho deciso di non decidere. Ti attacco perché mi metti in discussione. Ti attacco perché non capisco. Ti attacco perché non vedo un ‘ritorno’ in quello che fai. Non voglio stare qui a discutere dei perché e dei per come. Non mi interessa sapere se Greta e Vanessa, nello specifico, non erano attrezzate o addestrate per la missione che si erano preposte di fare. Non è affar mio. E, a dire il vero, non è nemmeno affare vostro.

Bentornate.

Non è il web che genera violenza? #ForzaEmma

Qualche mese fa l’Unità – ve la ricordate? – pubblicò un mio commento sulla questione degli insulti online a Pierluigi Bersani alla notizia del suo malore. Ero un giovane ottimista. Credevo che grazie a un lavoro virtuoso e paziente di alfabetizzazione digitale Internet potesse passare da essere luogo dello scontro verbale a luogo di dialogo costruttivo. Forse anche questa mia speranza deve essere messa nel cassetto, almeno per il momento. Se non altro perché alla notizia del tumore di Emma Bonino, i commenti che si sono letti in giro (e che vengono raccolti da pagine ad hoc che pubblicano resoconti come questo qui), sono stati dello stesso tono se non addirittura peggiori. Quello che nella realtà è un bellissimo messaggio di forza e combattività («Non sono intenzionata ad interrompere le mie attività perché da una passione politica non ci si può dimettere […] io non sono il mio tumore e voi neppure siete la vostra malattia, dobbiamo solamente pensare che siamo persone che affrontano una sfida che è capitata»), è stato letto come un messaggio di ostinato «attaccamento alla poltrona», una solita stortura cognitiva che vede nel politico la personificazione del male assoluto e non una persona che vive, ama, odia, si ammala, sbaglia e muore. Come tutti.

Insomma, accuse violentissime, orrendi messaggi in cui ci si augura la morte di lei e quelli come lei, facendo davvero di tutta l’erba un fascio. E sono messaggi che stridono ancora di più in giorni come questi in cui tutta Europa si è schierata a favore dell’apertura, della tolleranza e del rifiuto della violenza. Ecco. La violenza, anche verbale. E non è la questione del rifiuto dello scontro (anzi, la negazione del conflitto sociale è stata la grande procedura che ha fatto perdere alla Sinistra parte della sua identità, ma non è questo il punto, qui). È la questione di un livello che vogliamo dare al nostro dibattito e alla nostra vita pubblica. E anche di come sono percepiti i politici – tutti i politici… – e come spesso si sia tutti molto più responsabile di quanto si pensi ad alimentare questa caotica gazzarra. Forse dobbiamo mettere da parte i nostri buoni propositi e capire che fino a quando vediamo la violenza negli occhi degli altri non riusciremo mai a vedere quella che vomitiamo a getto continuo senza nemmeno chiederci l’effetto che fa. Le parole sono importanti – diceva qual tale – e hanno conseguenze. Anche quando sembrano incorporee.

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Facebook, non è stato un anno straordinario. E quindi?

La tanto sospirata ecologia dei social network passa anche dal non dire sempre tutto quello che ci passa per la testa. Ad esempio, la recente applicazione sulle foto dell’anno. L’anno straordinario secondo Facebook. Molti l’hanno usata, molti hanno cambiato la frase di commento, molti non l’hanno usata o pubblicata (io, ad esempio ho guardato cosa metteva FB per riassumere il mio anno in foto ma ho deciso di non pubblicarla) e molti hanno passato il tempo a criticare la funzione, facendoci sapere che «non è stato un anno straordinario». Come se fosse colpa di Facebook.

Capiamoci, la cosa assurda non è lamentarsi di un’applicazione inutile che appare su un sito sostanzialmente inutile ma ormai fondamentale per tutta una serie di ragioni che sapete meglio di me. La cosa assurda è pubblicare un lamento assolutamente pretestuoso su un’applicazione che, come tutto quello che succede sull’Internet, e soprattutto su Facebook, è FACOLTATIVA.

Decidiamo – senza leggere i termini e le condizioni – di usare Facebook per raccontare una versione di noi, non importa quanto fittizia o reale. Quelli che usano le parole giuste direbbero «storytelling del sé», oppure «museo del sé», che è una frase che mi piace molto proprio per la grafica e la funzione del sito. Siamo noi gli autori del nostro racconto, e Facebook ci restituisce quello che abbiamo scritto/pubblicato/scattato in un anno. Se usiamo il social come momento di «pausa» dalla nostra ‘vita vera’, solo per le cose che ci piacciono o condividendo frammenti di trascurabile felicità, allora ci viene restituito questo, non importa se abbiamo perso un lavoro o una persona cara. Facebook non lo sa. Non può saperlo se non glielo diciamo noi.

Non è colpa di FB se non abbiamo avuto un’annata straordinaria (che poi dipende tutto dagli standard che ci siamo dati: una cosa molto interessante del progetto #100HappyDays era proprio scoprire la felicità nelle cose ‘minime’ che fanno il quotidiano). Non è colpa nostra se non abbiamo avuto un’annata all’altezza delle nostre aspettative. E ovviamente non è colpa nostra se non l’abbiamo detto su Facebook, che in quanto piazza pubblica – o piazza a vari gradi di privacy – non è interessata a chiederci cosa pensiamo, ma è interessata a quello che noi abbiamo da dirgli. È ‘colpa’ nostra se invece ci lamentiamo alimentando l’ennesimo (corto)circuito del narcisismo digitale. Il che va bene, ma non fa altro che rendere le cose ancora più unitile. E ad alimentare il rumore di fondo.