Contro il cinismo da social

Prevedibile. Ogni volta che muore qualcuno che ha significato qualcosa per molti di noi, ogni volta che molti di noi si lasciano un attimo alle spalle ogni sovrastruttura, arrivano quelli che, più furbi degli altri, ci spiegano come va la vita in nome di un fastidiosissimo cinismo stantio. Mi piacerebbe che, un giorno, queste persone ci dicessero a cosa diavolo serve essere così ‘sopra le righe’ nel negare qualsiasi coinvolgimento emotivo e, anzi, prendere in giro chi vuole semplicemente ricordare – magari non sempre completamente a fuoco, vero – un personaggio che ha avuto un senso. E quindi via di citazioni di Zerocalcare (quando muore uno famoso il cordoglio serve per scopare). E quindi via di citazioni di Nanni Moretti (l’ultima, fantastica, «Mi si nota di più…» a sottolineare l’opportunismo per il Like). E quindi via di commenti finto-arguti cercando sempre di mettere in ridicolo chi, invece, in questi casi, è semplicemente e onestamente triste. E quindi via verso la più totale negazione dei piaceri. Come se fosse una colpa sentire ancora qualcosa e essere ancora dispiaciuti perché una persona che ti ha accompagnato a suo modo per anni adesso non c’è più. Forse è tutto commisurato nella natura perversa dei social network (a proposito allego una bella riflessione di Nicola Lagioia). Forse aveva davvero ragione David Foster Wallace quando metteva in guardia dall’ironia come chiave di interpretazione del mondo. Forse al posto di scrivere ad ogni piè sospinto il bisogno di «restare umani» bisognerebbe semplicemente esserlo, umani. Niente battute da quattro soldi, vi prego. Non oggi. E magari nemmeno domani. Domani è ‘The Next Day’ e noi saremo qui. Qualcun altro no. Ma qualcosa rimane, e potremmo ascoltarlo ancora e ancora. Parafrasando quello che ha scritto un mio amico: per noi la musica è qualcosa di fondamentale, qualcosa di sacro. Non importa non essere fan di David Bowie, importa amare e essere ‘toccati’ per qualche motivo in qualche modo e a qualche latitudine. Tutto questo importa. Tutto il resto no. E nemmeno questo cinismo da quattro soldi, che dura poco, sa di vecchio, e alla fine non rende questo luogo un posto migliore. Sapete cosa lo rende un posto migliore?
La musica. Ecco.

pubblicato su Facebook

Italian Indie 2015

Quelli che amano Calcutta. Quelli che odiano Calcutta perché odiano le sue canzoni. Quelli che odiano Calcutta perché odiano quello che Calcutta rappresenta.
Quelli che pensano che Appino abbia fatto bene a ‘non mandarle a dire’ al tizio di The Voice. Quelli che Appino se la deve credere meno. Quelli che ‘se l’avessimo fatto noi saremmo stati dei poveri stronzi’.
Quelli che i Cani sono il male della musica italiana. Quelli che non capisci, senza i Cani staremmo ancora qui a rivalutare gli 883.
Quelli che non rivalutano gli 883.
Quelli che ‘io ascoltavo Go Dugong da prima’. Quelli che ‘Go Dugong ha sempre fatto schifo’.
Quelli che vanno al Pigneto a Roma o a San Salvario a Torino perché credono che sia un’esperienza autentica. Quelli che non vanno al Pigneto a Roma o a San Salvario a Torino perché pensano di restare autentici.
Quelli che leggono Rockit. Quelli che odiano Rockit.
Quelli che leggono Noisey perché ‘non capite le provocazioni’. Quelli che odiano Noisey perché ‘queste provocazioni hanno stufato’.
Quelli che hanno un blog e una trasmissione radio. Quelli che pensano che i blog siano inutili e le trasmissioni radio non le ascolta più nessuno.
Quelli che fanno le foto. Quelli che odiano quelli che fanno le foto.
Quelli che danno ancora retta a Manuel Agnelli. Quelli che non hanno mai dato retta a Manuel Agnelli.
Quelli che fanno il deejay. Quelli che ‘a mettere i dischi sono capaci tutti’.
Quelli che comprano un sacco di dischi e trattano quelli che usano solo Spotify come dei dementi. Quelli che ascoltano musica su Spotify e trattano quelli che comprano i dischi come dei rottami del Novecento.
Quelli che Lo Stato Sociale non li avete capiti. Quelli che pensano che Lo Stato Sociale abbiano rovinato tutto.
Quelli che…
E poi mi chiedete perché uno si rompe i coglioni.

Musica 2015 – Top 10

Eccola qui. La mia Top 10 del 2015 in musica. Direi che rispecchia molto bene il tipo di anno che ho vissuto. Come sempre, si tratta di una classifica autobiografica al 101%. Insomma, se guardate bene, un bel disco con le chitarre jangle-pop lo abbiamo trovato anche quest’anno zeppo di elettronica.

(1) Holly Herndon, Platform
[https://youtu.be/nHujh3yA3BE]

(2) Beach House, Depression Cherry
[https://youtu.be/GfITojs_mNg]

(3) Courtney Barnett, Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit
[https://youtu.be/2ZOGlFdReMM]

(4) Grimes, Art Angels
[https://youtu.be/Tv9YoYCKNoE]

(5) Natalie Prass, Natalie Prass
[https://youtu.be/HXJJSPUpAQE]

(6) Four Tet, Morning/Evening
[https://youtu.be/nWJV83LyBz8]

(7) Tobias Jesso Jr., Goon
[https://youtu.be/TEeueAZUVeM]

(8) Martin Courtney, Many Moons
[https://youtu.be/vvN4wroh2Wc]

(9) Julia Holter, Have You In My Wilderness
[https://youtu.be/X2JgMniIpRM]

(10) Father John Misty, I Love You, Honeybear!
[https://youtu.be/khk77JHALmU]

Fuori classifica Kendrick Lamar, che lo state mettendo tutti.
Disco che avrei voluto mettere ma non ho ascoltato a sufficienza: Tame Impala.
Delusione cocente Chvrches: ci avevo sperato tanto e invece hanno fatto un disco insignificante e quasi innocuo.

Italodance e il nichilismo

Torino è letteralmente tappezzata di manifesti – anche molto grossi – che pubblicizzano la festa di capodanno che si terrà alle famigerate Rotonde di Garlasco (provincia di Pavia, 150 km da Piazza Castello) con dj resident Gigi D’Agostino. Probabilmente, l’aggressiva strategia di marketing è dovuta dai sabaudi natali del noto personaggio tanto in voga negli anni Novanta. Probabilmente, l’aggressiva strategia di marketing che si sviluppa in un’ampia offerta che prevede anche quattro diversi menù con diverse offerte fino alla fatidica ‘notte in albergo’, è dovuta all’ampio sfruttamento della ‘nostalgia’ per un passato che non tornerà più presso una delle ultime generazioni che forse riesce in qualche modo a spendere ancora dei soldi: dalle cassettine di HitMania Dance al capodanno con 10 ore di musica non stop per ricordarci di quando eravamo immortali. Tutta questa offerta di eterna giovinezza all’interno di una cornice di chiassoso ‘cafonal’ e colonna sonora dei BPM Italodance da immaginario collettivo post-Billionaire è forse la cosa più vicina agli ultimi giorni di Pompei che io riesca a ipotizzare. In tutto questo probabilmente da Torino partiranno le navette per Garlasco (provincia di Pavia, 150 km da Piazza Castello) e probabilmente ci sarà non solo il tutto esaurito, ma pure la gente fuori. Puro nichilismo. Pura ‘locura’. Verrà la morte, e avrà gli occhi vuoti di chi non crede più in niente.

1918676_10153488325508409_8749996217668198172_n

Io che endorso i Cani

Quelli che mi conoscono lo sanno che non sono mai stato troppo tenero con I Cani. Li ho sempre ritenuti troppo furbi, troppo facili, troppo impegnati a diventare cantori di un immaginario di secondo grado con un mix di ironia e empatia che alla fine sembrava solo una strategica ‘non posizione’. Mi sono via via reso conto che il mio era anche un rammarico perché intravedevo quel potenziale vero che spingeva persone di cui mi fido a spingerlo dando fiducia. Alla fine eccoci qui. I Cani pubblicano Il posto più freddo e io – maledetto cinico – sono due giorni che ce l’ho in testa. Eccolo qui il motivo. In fondo bastava smettere di essere stilizzati e manieristi e iniziare un vero minimalismo per cogliere i frammenti sentimentali di una generazione. Forse più te ne allontani, più sei in grado di coglierlo, il senso delle cose del tuo tempo.

2004-2011

collage

La copertina del numero 565 del Mucchio Selvaggio, ancora settimanale, era dedicata a Melissa Auf Der Maur. Nella sezione dei concerti c’era un live report su Cristina Donà, che aveva appena suonato all’Hiroshima Mon Amour di Torino. Quelle circa 1,500 battute sono state le mie prime pubblicate su quella rivista. Febbraio 2004. Avevo appena compiuto 18 anni. Tecnicamente, ne avevo 17 quando ho inviato il pezzo incrociando le dita sperando andasse bene. Ed è andata bene. Di acqua sotto i ponti ne è passata tantissima. Non sempre acqua pulitissima. Ma è stato un cammino bellissimo.

Dico “è stato” perché il numero di Dicembre 2015, con Grimes in copertina, il numero 737 (undici anni e quasi duecento numeri dopo… mi tremano un po’ i polsi a rendermene conto), sarà l’ultimo numero del Mucchio con la mia firma nel tamburino dei collaboratori. Sono molto contento di lasciare con una delle mie ‘nuove cantanti’ preferite in copertina. In questi anni, la rivista è riuscita a ritagliarsi un suo ruolo, una sua nuova pelle nella sua nuova vita, offrendo uno sguardo coerente, curioso e trasversale sugli oggetti culturali che stanno capitando e credo di aver contribuito, in parte, a costruire questo nuovo capitolo. Da quel piccolo live report fino alla storia di copertina sui My Bloody Valentine, passando per l’intervista a Evan Dando su Mucchio Extra e l’articolo in cui si analizzava Jovanotti in chiave politica (criticandone gli aspetti di intrinseco conservatorismo) sono passati fiumi di inchiostro, nottate insonni a correggere articoli, rapporti umani che si sono costruiti anno dopo anno e sono diventati solidissimi trasformando in amicizie e vere e proprie fratellanze (o sarebbe meglio dire sorellanze: you know I’m talkin to you).

Le storie finiscono quando arrivano alla fine, ed è giusto così. Il Mucchio, che vive e lotta assieme a noi, ha perso una firma ma ha guadagnato un lettore. Io continuo a considerarmi parte della sua famiglia allargata. Perché le cose non si dimenticano anche quando si passa alla pagina successiva. E sono grato e riconoscente a tutti quelli che, nella sua prima vita e nella sua seconda, hanno contribuito a rendermi quello che sono adesso. Ho imparato molto – forse non quanto avrei voluto, sono un pessimo allievo – e spero di aver dato qualcosina, di aver lasciato un segno. Per me ha avuto molto senso. Per molti di voi continuerà ad averlo: le firme che ci sono mi suggeriscono che anche in futuro avrà senso frequentare quelle pagine.

Partners in crime. Ci rivedremo.

Se Condé Nast compra Pitchfork

Condé Nast compra Pitchfork, e tutti si chiedono quali siano le conseguenze. Secondo me il contributo su quella che è sostanzialmente una non-notizia è stato scritto da Enzo Baruffaldi su Rockit.it. Mi permetto di aggiungere solo uno spunto di riflessione, partendo da quanto afferma Fred Santarpia di Condé Nast sull’arricchimento del gruppo grazie a «un pubblico di appassionati maschi millennial». A conferma non solo che ogni elemento del cosiddetto mondo alternativo cresce fino a quando non diventa monetizzabile e assimilabile da un grande gruppo mainstream – è sempre successo e sempre succederà (e per questo che l’alternativa e l’indipendenza non vadano più cercati nel sistema produttivo ma nelle qualità stilistiche e politiche del soggetto di cui stiamo parlando) – ma soprattutto che la nostra generazione, che è cresciuta con Pitchfork in un contesto culturale tra la fine del mercato discografico come lo conoscevamo e l’inizio di qualcos’altro, non ha mai visto l’indie come un atto politico. Da un lato per smarcarsi da una certa «serietà» ultra-rigoroso nell’approccio (disegnando qui il terreno dello scontro con la generazione precedente). Dall’altro perché si tratta di una generazione a-rivoluzionaria. Una generazione completamente assorbita nei meccanismi ‘soliti’ e che non ha avuto l’opportunità di pensare o ipotizzare qualcosa di ‘grande’, un racconto nuovo (come scrive Dave Eggers: «(…) sono abbastanza sicuro che sarei venuto su meglio, tutti quelli che conosco sarebbero venuti su meglio, se avessimo preso parte a una lotta universale, a una causa più grande di noi»). Insomma, una generazione cresciuta con il solo scopo di auto-mantenersi cercando di far crescere i propri ‘prodotti’ e venderli quando questi non sono diventati grandi. Per carità, è una cosa giustissima. Ma forse è la migliore delle cose possibili. Forse è un po’ un limite.