Il cerchio che si chiude

Facebook decide, quindi, di favorire i post personali con più interazione tra gli utenti della stessa bolla a scapito di brand e media. Di base può sembrare anche una cosa positiva: meno contenuti sponsorizzati (a meno che non si paghi di più), meno rischio fake news, meno cose brutte dal mondo. Se ci pensate, però, è inquietante. Mark Zuckerberg vuole che il tempo su Facebook sia “tempo ben speso”. Pare che l’uso dei social network, e quello che si vede e si fruisce, abbia delle conseguenze sul morale e l’umore delle persone. Che agisca proprio a livello chimico nel cervello. Per il New York Times, si tratta della svolta più significativa dell’azienda in anni: «We want to make sure that our products are not just fun, but are good for people. We need to refocus the system». Si tratta di una chiara indicazione “etica” da parte di un’azienda privata – che segue i propri interessi, eh – che ti sta dicendo non tanto cosa devi pensare, ma come devi pensare. È un passaggio che esclude ulteriormente, chiudendo ancora di più l’utente dentro una campana di vetro azzoppando considerevolmente l’uso di Internet come “media civico e attivo” (ricordiamo come Facebook sia stato fondamentale per creare reti e organizzarsi a costo zero, e per le organizzazioni senza grossi capitali è un problema; oppure per la costruzione di un news feed interessante e internazionale). È come ne Il cerchio di Dave Eggers: Mark Zuckerberg non è più un imprenditore con una visione e un’ambizione ma è il più grande psichiatra contemporaneo. E Facebook il più grande psicofarmaco su larga scala mai prodotto. «To be good for people». In dosi sempre più grandi.

(via Facebook)

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Lo spirito del tempo

Qualche tempo fa avevamo commentato con preoccupata ironia la pubblicità aynrandiana della Skoda. Da qualche giorno, invece, Spotify trasmette due spot altrettanto indicativi (con tutte le conseguenze del caso in termini di persuasione dei target e dell’audience). Il primo, è dell’Esselunga, che tra una canzone e l’altra manda annunci di lavoro puntando sulla nostra “voglia di fare” e di essere “dinamici” recitando il ritornello per cui la nostra realizzazione arriva solo tumulandoci nell’ufficio di un supermercato. Il secondo, ancora più preoccupante, è della Seat, che presenta un nuovo modello di suv sempre secondo lo schema “io sono quello che voglio essere” portando però avanti l’idea che in tutto questo ci debba essere la famiglia («Papà dice preservativo, mamma dice pillola, io dico SORPRESA!» con vociare di bambino sotto e tanti saluti al tema della prevenzione) e l’auto-realizzazione («Il punk dice anarchia, il pop dice muoviti, io dico LIBERTÀ»), il tutto ovviamente virato al maschile. La pubblicità ha sempre rispecchiato lo spirito del tempo. Se vuoi sapere com’è una società in questo momento, non leggere i libri, non ascoltare i dischi, ma guarda/ascolta la pubblicità. È lì che puoi capire alla perfezione come questo periodo storico sia ormai inesorabilmente neo-conservatore. Nei costumi, negli atteggiamenti, negli obiettivi. Possiamo guardarla da destra o da sinistra, ma stiamo vivendo una nuova epoca di conservazione. Di reazione, forse, ma pur sempre conservatrice.

(facebook)

La celebrità non è credibilità

Il fatto che la rosa di candidati per la presidenza democratica americana 2020 sia composta da, tra gli altri, Mark Zuckerberg e – ultima ma non ultima – Oprah Winfrey segna la definitiva consacrazione dello spettacolo sulla politica. Quella zona di confine in cui abbiamo ormai inesorabilmente confuso “popolarità” con “credibilità”. È ormai il trionfo delle logiche di mercato nella loro veste più subdola e ‘smart’. Se dietro Mark Zuckerberg si muove l’impero dei dati che usiamo ogni giorno, dietro la bolla di Oprah si muove un sistema economico basato sul peggior individualismo americano («Se ci credi, ce la puoi fare») e sulla sempre più fiorente industria dell’auto-aiuto, la zona franca in cui ci si muove a un centimetro dalla circonvenzione di incapace [suggerisco questa lettura]: insomma, purissimo ‘realismo capitalista’. Forse, più che di professionisti e guru della compassione, per cui l’empatia diventa un bene materiale e quantificabile, avremmo bisogno di politici. Più che di figurine, avremmo bisogno di sostanza, serietà e una visione leggermente più ambiziosa del «Se ci crediamo tutti assieme, ce la possiamo fare». Come ha scritto Giulia Blasi ieri, non è che una cosa diventa giusta solo perché un’altra celebrità senza esperienza politica si candida dalla parte giusta: «Oprah è una brava imprenditrice, una donna tosta e intelligente, con una storia personale commovente. Ma è una celebrity, non una politica. E Washington ha bisogno di politici». Cosa c’entra questo con l’Italia? Molto più di quanto pensiate.

(via Facebook)

Prendere in giro Fusaro è inutile

Diego Fusaro ha delle posizioni indifendibili e imbarazzanti. Il suo è uno show in cui interpreta alla perfezione il ruolo del ‘nuovo’ intellettuale organico come personaggio mediatico che recita la parte attraverso una retorica ridondante e strumentale a un pensiero politico. È il perfetto strumento di questo nuovo spettacolo – che si svolge 24/7, su tutti gli schermi e i device – che ha come bersaglio non il “Sistema”, come potrebbe apparire superficialmente, ma il pensiero liberale (etichettato come “unico” perché accusato di non tollerare l’intolleranza) e il progetto multiculturale stratificato. È uno spettacolo che paga. I suoi tweet sembrano più frutto di un generatore automatico di complessità gratuita che serve solo a legittimare – attraverso la più classica costruzione della “cultura di destra” (cit. Jesi 1979) – gli istinti e le spinte più retrograde della spaventata società contemporanea, che non i frammenti di un autentico discorso culturale e filosofico. Fusaro è un mattone nella costruzione di una nuova egemonia, e per questo ‘attacca’ senza esitazioni la vecchia egemonia culturale della società aperta.

Prendere in giro Fusaro – cosa che ho fatto anche io, non lo nego – può essere divertente ma inutile, e anche un po’ autoreferenziale. Ci siamo indignati perché Il suo Pensare altrimenti è stato pubblicato da Einaudi, ma le vendite dimostrano che sono più quelli che non hanno idea di cosa rappresenti l’Einaudi che quelli che si sono scandalizzati per la pubblicazione del filosofo ‘rossobruno’ per eccellenza. Ce la stiamo cantando e suonando da soli.

Fusaro funziona perché noi gli rispondiamo con la presa in giro, con il complesso di superiorità, con il sopracciglio alzato («ah ah, hai letto l’ultimo post di Fusaro?»), e non con le idee. Manca la nostra capacità di uscire dal narcisismo e dalla bolla, di capire quello che sta succedendo e come mai mentre la nostra inscalfibile, fortissima e bellissima visione del mondo sta crollando indebolita dalla sua stessa sconfitta noi siamo stati fermi. Abbiamo atrofizzato e “gentrificato” il pensiero e non siamo più riusciti a produrre idee. Culturali, pratiche, politiche. Sappiamo benissimo da dove arriviamo, non abbiamo la minima idea di dove vogliamo andare.

Il nostro nemico è il nostro stesso vuoto pneumatico. Quello che stesso vuoto che ha creato la distanza e la voragine che alla lunga ha prodotto Fusaro. A noi i Like su Facebook, a loro i voti alle prossime elezioni.

(su Facebook)

Quando eravamo maghi

9788858127377_0_0_1520_80Credo che con La stanza profonda (Laterza) Vanni Santoni sia stato in grado di connettersi per davvero a quel ‘sommerso italiano’ che non è solo la provincia, ma è anche quella sorta di provincia mentale che è stata la pre-adolescenza tra gli anni Novanta e i primi anni Zero. Quella reame culturogeno fatto di over-esposizione ormonale, tentativi posticci di approcciarsi alle ragazze e alla sigarette (non sempre in quest’ordine), bullismo di grana grossa – sia fisico che psicologico – e rifiuto spasmodico del concetto di ‘infanzia’. Quella giungla darwiniana in cui osservi gli amici di ieri diventare i nemici di oggi e tutto quello che credevi potesse proteggerti diventare la base del tuo peggiore incubo. Ognuno ne è uscito come poteva (forse anche senza uscirne). Io, ad esempio, zavorrato da un fisico goffo e dai retaggi immaginifici di un’infanzia troppo lunga, avevo trovato la ‘zona franca’ in cui le vittime e carnefici dimenticavano la dinamica solita nelle carte di Magic: The Gathering, vera malattia perché unico strumento espressivo in grado di farmi arrivare sano e salvo al suono della campanella. Leggendo – tutto d’un fiato, in poche ore, iper coinvolto grazie a uno stile espressivo e viscerale – queste pagine che parlavano di un’ossessione totalizzante e sì, veramente controculturale, per i giochi di ruolo e per Dungeons & Dragons (di cui fui tiepido giocatore per i problemi di solitudine di cui sopra) ho davvero ritrovato tutto quel mio mondo, quell’autobiografia collettiva capace di diventare ‘particolare per raccontare il tutto’ che rende l’auto-fiction uno dei generi più interessanti dell’oggi. La fantasia, la creazione di mondi, la voglia di andare oltre la banalità quotidiana, i casini a casa, le incomprensioni a scuola, l’iper competitività steroidea a calcio. Tutto quello che ci ha fatto amare recentemente Stranger Things e tutto quello che mi sta facendo venire voglia di tornare in quella stanza sul retro del Centro Gioco Educativo e vedere se c’è ancora qualcuno per fare una partita. Quel Centro Gioco Educativo che sai benissimo, in fondo, non esserci più da tantissimi anni.

Preparatevi, da qui a qualche tempo, quando mi chiederete un libro da leggere, vi risponderò questo.

(via Facebook)

Un non elogio delle minoranze

Mi rendo sempre più conto di come ogni aspetto della mia vita sia legato al concetto di minoranza. Dalla squadra di calcio al percorso di formazione, dal modo di fare politica alla posizione nelle battaglie fondamentali, dai gusti musicali e cinematografici agli aspetti legati alle routine quotidiane, ho sempre un approccio di minoranza. Non lo faccio, però, come forma di rivendicazione snob – quel meccanismo per cui ci facciamo forti tutti quanti dei nostri codici condivisi e ci chiudiamo a testuggine – ma come approccio naturale. È capitato, semplicemente. In tanti hanno questo mio approccio e, grazie ai social network (dai forum alle chat fino ad arrivare a Facebook), abbiamo potuto creare connessioni, contatti autentici e qualcosa che assomigliasse vagamente a una comunità.

Non c’è niente di speciale, credo, nell’ascoltare musica indipendente, nello spendere metà del proprio stipendio in libri, nel fare politica in un grande partito ma stare sempre e comunque dalla parte di chi perde tutto o tifare una squadra che non regala mai soddisfazioni ma solo un senso vago di superiorità morale. No. Non credo proprio ci sia qualcosa di speciale. Ce la siamo raccontata in tutti questi anni per motivare il fatto di essere sempre degli eterni insoddisfatti. Degli eterni ‘cercatori’ di non si sa bene cosa. Anche perché poi la ‘ricerca’ finisce. O per mancanza di ulteriori stimoli (la minoranza logora), o perché qualcosa – da qualche parte – si spegne, e allora ti chiedi a cosa è servita tutta quella fatica.

Niente elogio delle minoranze, vi prego: ne abbiamo avuti fin troppi e sono stati più degli esercizi di consolazione collettiva che altro. Sarebbe ora, tutti quanti, di fare un salto di qualità. Solo che non ho idea di quale possa essere.

Pubblicato su Facebook e anche qui.

Il marketing dei vitelloni

La Lega Nord non ha mai fatto politica. Da quando è nata, è sempre stata una sorta di compagnia di giro la cui unica preoccupazione era trovare un passatempo e un’occupazione a dei vitelloni che non avevano nessuna intenzione di lavorare. Il suo programma è sempre stato un bignami di rivendicazioni da strapaese in un dato periodo storico. Queste rivendicazioni cambiano dal 1992 al 2016, e con loro, cambiano anche gli attori che devono portarle avanti. L’esercizio leghista, da Bossi a Salvini, non è quello di fare politica, ma fare del marketing politico portando all’esasperazione i toni del fantomatico uomo della strada. Le soluzioni ai mali del paese, si sa, si trovano al bar. E la Lega, attraverso l’istituzionalizzazione di un senso comune livoroso e rancoroso, ha dato voce a un manipolo di persone che ha sempre cercato l’origine del problema altrove: il fisco, i clandestini, Roma, l’Europa. Il vitellone ha trovato i suoi simili. La Lega ha spettacolarizzato, prima in Italia, lo scaricabarile come ethos pubblico. Le responsabilità non sono mai nostre, sono sempre di qualcun’altro. Un grandissimo esercizio di consolazione collettiva che trova ampio seguito proprio perché saremo sempre portati a stare con chi ci dice che la colpa non è nostra. E Salvini, in questo, è un maestro. Lui non è un politico, è un uomo di spettacolo con dietro una grande squadra di pubblicitari e spin doctor. Quello che ha fatto ieri – mostrando una totale mancanza di vergogna e senso del ridicolo – rispetta perfettamente il copione. È uno spettacolo. Di merda, ma sempre spettacolo. Noi possiamo sempre cambiare canale.