2004-2011

collage

La copertina del numero 565 del Mucchio Selvaggio, ancora settimanale, era dedicata a Melissa Auf Der Maur. Nella sezione dei concerti c’era un live report su Cristina Donà, che aveva appena suonato all’Hiroshima Mon Amour di Torino. Quelle circa 1,500 battute sono state le mie prime pubblicate su quella rivista. Febbraio 2004. Avevo appena compiuto 18 anni. Tecnicamente, ne avevo 17 quando ho inviato il pezzo incrociando le dita sperando andasse bene. Ed è andata bene. Di acqua sotto i ponti ne è passata tantissima. Non sempre acqua pulitissima. Ma è stato un cammino bellissimo.

Dico “è stato” perché il numero di Dicembre 2015, con Grimes in copertina, il numero 737 (undici anni e quasi duecento numeri dopo… mi tremano un po’ i polsi a rendermene conto), sarà l’ultimo numero del Mucchio con la mia firma nel tamburino dei collaboratori. Sono molto contento di lasciare con una delle mie ‘nuove cantanti’ preferite in copertina. In questi anni, la rivista è riuscita a ritagliarsi un suo ruolo, una sua nuova pelle nella sua nuova vita, offrendo uno sguardo coerente, curioso e trasversale sugli oggetti culturali che stanno capitando e credo di aver contribuito, in parte, a costruire questo nuovo capitolo. Da quel piccolo live report fino alla storia di copertina sui My Bloody Valentine, passando per l’intervista a Evan Dando su Mucchio Extra e l’articolo in cui si analizzava Jovanotti in chiave politica (criticandone gli aspetti di intrinseco conservatorismo) sono passati fiumi di inchiostro, nottate insonni a correggere articoli, rapporti umani che si sono costruiti anno dopo anno e sono diventati solidissimi trasformando in amicizie e vere e proprie fratellanze (o sarebbe meglio dire sorellanze: you know I’m talkin to you).

Le storie finiscono quando arrivano alla fine, ed è giusto così. Il Mucchio, che vive e lotta assieme a noi, ha perso una firma ma ha guadagnato un lettore. Io continuo a considerarmi parte della sua famiglia allargata. Perché le cose non si dimenticano anche quando si passa alla pagina successiva. E sono grato e riconoscente a tutti quelli che, nella sua prima vita e nella sua seconda, hanno contribuito a rendermi quello che sono adesso. Ho imparato molto – forse non quanto avrei voluto, sono un pessimo allievo – e spero di aver dato qualcosina, di aver lasciato un segno. Per me ha avuto molto senso. Per molti di voi continuerà ad averlo: le firme che ci sono mi suggeriscono che anche in futuro avrà senso frequentare quelle pagine.

Partners in crime. Ci rivedremo.

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Non siamo la generazione Bataclan

Generalizzare, etichettare, incasellare permette di costruire il discorso, facilita l’argomentazione, rende più pratica l’esposizione di una tesi. È una prassi molto in voga in un periodo storico confuso, in cui c’è bisogno – o si crede di aver bisogno – di indirizzare o essere indirizzati. Il problema, però, è che questa passi diventa una vera «ansia», frenetica e indistinta, che per in seguire uno slogan rende tutto uguale a tutto. Quando etichetti ogni cosa e dopo ogni evento, alla fine non etichetti niente, e gli eventi non hanno più distinzione. Questo livellare è pericoloso. Perché porta a privarsi dell’analisi. Della visione complessa. Della prospettiva storica. Ed è per questo che ho letto come se fosse una vera e propria «liberazione» (scusate il gioco di parole) l’articolo di Andrea Coccia. Non siamo la «generazione Bataclan». Siamo, semmai, quelli che volevano evitarlo, il Bataclan. Siamo quelli che vogliono evitare un incastellamento così stupido, arbitrario, alla fine facile dopo che per anni abbiamo cercato di dire che non era questo il mondo in cui volevamo vivere. E a furia di dirlo adesso sembra che non si abbia nemmeno più tanta voce.

Il suono di una generazione

Mettiamola così, allora. Alcune generazioni sono cresciute e cambiate sentendo sullo sfondo della loro vita certe canzoni. Ancora adesso, disincantati come siamo, sappiamo per istinto che quelle canzoni fanno parte di una memoria che ogni tanto si riaccende, facendo risuonare musica e parole. Quasi nessuno è esente dalla modesta ma irresistibile suggestione dettata dal ricordo di una melodia e di una voce. Si può essere autorevoli e professionali, successful e prestigiosi, accreditati o discussi, appagati oppure inquieti, ma il sottofondo musicale durante una cena al ristorante, la voce che casualmente esce da un’autoradio, qualche conversazione svagata nelle serate fra amici riportano sempre un frammento di canzone che mette in moto i gioco delle associazioni e dei ricordi.

Edmondo Berselli, Canzoni. Storia dell’Italia leggera (Il Mulino, p.8)

L’analisi della sconfitta, quella lunga per davvero.

Due settimane fa, per commentare la debacle del Partito Democratico alle elezioni regionali (sì, ok, il 5-2 è un numero sterilissimo buono solo per far finta che vada tutto bene) scrissi sul mio profilo Facebook «Se allarghi a destra poi arriva la destra – quella vera – e si prende i voti che volevi. E intanto li hai persi a sinistra». Penso sia una tesi semplice, lineare e al tempo stesso verissima. Ma c’è anche molto di più, dopo questi ballottaggi che – se possibile – sono stati ancora più disastrosi del primo turno. Alcune cose le avete dette in molti, ed è inutile ripeterle. La destra unita vince contro una sinistra frammentata. Il PD, nei territori, si comporta ancora secondo logiche da ‘vecchia politica’ puntando sull’autoreferenzialità di una classe dirigente che si dimostra poco propensa all’analisi del contesto per procedere a testa dritta verso il fallimento. La debolezza di «Matteo Renzi segretario» che, impegnato a governare coi risultati che ognuno valuterà secondo i suoi parametri, si è dimenticato di essere l’autista di una macchina estremamente complessa. Perché il partito non è un giocattolo, né un comitato elettorale permanente (e queste ultime elezioni ce lo hanno fatto capire molto bene). È una struttura complessa che però non può chiudersi e bastare a se stesso. Hanno ragione tutti i teorici che sottolineano la necessità di andare oltre il «partito di massa» del Novecento. Da Ignazi a Calise, da Revelli a Tocci e Barca si sottolinea la necessità di un modello nuovo.

La vittoria del congresso di Matteo Renzi, che ha innescato un processo che è partito dalla staffetta con Enrico Letta a Palazzo Chigi per arrivare al ‘trionfo’ del 40,8% alle europee, ha fatto credere agli osservatori più attenti e brillanti (sono ironico) che non servisse più nessun partito, nessuna struttura organizzativa e operativa, nessuna portaerei difficile da guidare. Basta muoversi, surfare la cresta dell’onda, muoversi tra le luci della ribalta, gli spot elettorali, le nuove parole d’ordine. La politica trendy e cool come conseguenza della politica disintermediata e pop. Quello che non abbiamo capito, però, è che il pop è una cosa seria. E che la comunicazione politica è una cosa diversa dalla politica. E se esistono le organizzazioni, i famosi e vituperati corpi intermedi, un motivo ci sarà. È un po’ come la storia di chi pensa che i politici non facciano niente perché non hanno voglia di fare niente perché essendo la politica italiana un circo Barnum, sostanzialmente, non ha nessuna legittimità e nessuna credibilità. Il problema non è la politica (che è una cosa bella ed estremamente complicata). Il problema è chi la interpreta. Ed è un problema di ‘cultura’. Non nel senso di nozioni, ma nel senso di concentrato di forze e pulsioni che si traducono in metodo, azione e immaginario.

Matteo Renzi è il segretario del Partito Democratico, ed è stato eletto sulla scia di un cambiamento che si è intestato senza che nessuno glielo chiedesse. È diventato «la risposta alla domanda di se stesso». Si è reso inevitabile. E nel suo 67,55% ci sono tantissimi voti inevitabilisti. Ovvero quelle persone che hanno creduto in buona fede nel bisogno di una scossa tellurica all’apparato, alla ditta, e che la vedeva possibile grazie all’azione decisa dell’allora sindaco di Firenze. Per gli inevitabilisti intendo una categoria sociale che non segue la politica per lavoro o per (malata) passione, ma una grandissima quantità di persone che hanno in comune con noi passioni, gusti, orizzonti e modi di azione. Come sapete ho votato altro, ma non ho mai creduto alla favola dei «voti di destra» nell’affermazione di Renzi. Prima di tutto perché ha vinto la fase delle convenzioni interne al partito. Inoltre, perché in quei voti ci sono anche tantissime persone che hanno semplicemente espresso la necessità di qualcosa di nuovo e non seguendo la politica palmo palmo hanno ritenuto Renzi l’espressione più utile per rispondere a quella domanda. Questo perché un grande partito deve avere l’ambizione di governare. E governare con l’ambizione di «cambiare il mondo». E la macchina del segretario, il «partito della narrazione», era esattamente questa cosa qui. L’idea del cambiamento. Del cambiaverso. Adesso! Anzi, ieri.

Certo, penso sia fisiologico che una quantità di voti di destra ci siano. Questo perché Matteo Renzi è stilisticamente affine a un humus culturale generato dal clima degli anni Ottanta e Novanta, un humus culturale che agisce nel «frame» neo-conservatore. Quello, insomma, che rappresenta la coda lunga della cesura Reagan-Thatcher e che si traduce in diverse declinazioni. Sia guardandola da destra, sia guardandola da sinistra. Renzi è la “sinistra” di questa grande cesura. Che ha visto, tra gli altri esponenti, pur in eccezioni diversissime, Bill Clinton, Tony Blair e – per certi versi che prima o poi mi prenderò la briga di spiegare per bene – José Zapatero e Massimo D’Alema. Sono convinto che il voto nella modernità liquida non sia legato a logiche ‘conoscitive’, ma a logiche ‘attrattive’ e ‘seduttive’. E il 40,8% di Matteo Renzi alle elezioni europee sia un mix di speranza di cambiamento autentica, di riconoscimento elettorale (gli 80 euro) e di attrazione. Ed è in quell’attrazione che sta tanto di quel voto «di destra». Voto Renzi perché parla come me. Vicinanza, empatia. Mettete nel conto, poi, una naturale tendenza antropologica italiana al ‘centrismo’ (tendente verso destra) e il conto è presto fatto.

Poi, certo, le cose sono molto più complicate di così. Io, ad esempio, per naturale tendenza a salvare il salvabile fino alla fine, non ho mai visto di cattivo occhio che persone di destra votassero sinistra. Anche perché, nella mia estrema ingenuità, ho sempre pensato che una persona che in passato ha votato destra potesse votare sinistra sulla base di un cambio di idea. «Mi sono convinto, proviamo a vedere come va». Ecco, fosse così non ci sarebbe niente di male perché la battaglia destra/sinistra – che esiste, non è roba superata e retaggio del secolo scorso – si fa sulle idee, e se ti convinco delle mie idee non c’è niente di male. Anzi, forse sono anche stato bravo. Quello che invece non mi piace è che il voto sia un gesto puramente estetico. E l’elettorato di destra che ha votato Renzi l’ha fatto per ‘vicinanza stilistica’. Nessuno legge i programmi politici, tranne gli iscritti al Partito Democratico. Che ormai siamo dei panda, da tenere sotto osservazione pena estinzione. Che ormai siamo tra i pochi convinti che la politica sia una cosa seria e che ci debba essere una coerenza tra quello che si dice e quello che si fa. O per lo meno motivarlo. Ma fa niente.

Il senso di un’azione politica – però – si misura anche con quello che succede nel territorio. Non esiste solo il centro. Non esiste solo la periferia. Ma esiste un sistema complesso. Somewhere in between. Un partito nazionale grande e diffuso deve innescare il cambiamento che racconta a tutti i livelli. Altrimenti non è altro che gestione di potere. Altrimenti non è altro che conservazione. E prima di tutto se ne accorgono gli iscritti, che non rinnovano, se ne vanno, chiudono baracca e burattini. E poi scene accorgono gli elettori. Questo perché il livello nazionale e il livello locale sono diversissimi. Da un lato hai la «politica pura». Dall’altro hai la «politica realizzata». E gli elettori che percepiscono il nazionale come un livello più ‘astratto’ e per certi versi ‘teorico’ (anche questa prima o poi la spiego bene) sono pronti a scommettere con più facilità anche sull’attrazione. Nel locale, invece, il rischio è molto più alto, quindi si scommette meno. E, soprattutto, c’è più memoria. Quando il ‘cambiamento’ è incarnato dalla conservazione dei sistemi di potere che hanno incancrenito i territori per anni, allora il gioco non funziona. Il Partito Democratico ha perso tantissimi voti perché non riesce più a incarnare, per lo meno nei territori, la speranza di cambiamento, la visione del futuro. È percepito come un corpo chiuso, distante, ‘ostile e nemico’. E, soprattutto, hai un partito enorme e monolitico che diventa veicolo del malaffare, del ‘male’ radicale (vedi Roma). Che prende nelle ossa, nella spina dorsale del paese e la distrugge. Per un partito nato dalla messa in pratica del compromesso storico e della questione morale, è il più grande tradimento possibile.

Questo perché da un lato hai un senso della vittoria che vale in se stessa (il fine giustifica i mezzi… e i metodi). Dall’altro hai una realtà che si scontra con il fatto che a vincere deve essere l’idea di una politica, non una sigla vuota. Non mi interessa urlare ai quattro venti la parola «sinistra» se questa deve essere vuota, una rendita di posizione, un biglietto da visita, un passepartout. A me interessa ‘fare’ robe di sinistra laddove per me sinistra vuol dire apertura, coinvolgimento, partecipazione, sostenibilità, innovazione, uguaglianza. E, soprattutto, vuol dire complessità, analisi, profondità. Evitare la retorica della risposta facile a domande complesse. Evitare di surfare laddove è necessità guardarle con timore, le onde (curiosamente, chi parlava criticamente di surf come pratica culturale è uno dei principali ispiratori narrativi dell’azione politica di Matteo Renzi, Alessandro Baricco ne I Barbari).

Ha ragione Fabrizio Barca quando scrive che i partiti devono essere gli strumenti di sintesi della complessità contemporanea per trasformarla in azione politica. E ha ragione Daniele Viotti quando dice che l’azione politica va sintetizzata attraverso nuovi metodi e nuove pratiche, per un rinnovamento sostanziale della classe dirigente (ma non sulla base della cooptazione fascinosa, ma della formazione culturale). Ha ragione Marco Damilano quando dice che Renzi non ha costruito una classe politica all’altezza dell’aspettativa del suo cambiamento. Hanno addirittura ragione quei due vecchi tromboni di Ezio Mauro e Zygmunt Bauman, che in Babel si interrogano sul ruolo della politica nella difesa della democrazia ai tempi dell’eterno presente intercettando la domanda fondamentale nel passaggio tra due grandi fasi ‘egemoniche’ (ci sarebbe poi da chiedersi come costruirla, quell’egemonia: soprattutto da parte del direttore del maggiore quotidiano italiano che pubblica la ‘colonna infame’ del sito di Repubblica). Ulrich Beck insisteva sulla riconfigurazione della metafora della sinistra per ricostruire la sinistra per davvero. Penso che questo non possa prescindere da un partito che si prende carico delle sfide vere e autentiche che ci sono sui territori (perché la sconfitta arriva da questo: dallo scollamento fortissimo tra vertice e territorio).

Sapete cosa? In politica non c’è niente che non sia inevitabile. E, soprattutto, non c’è niente che sia per sempre. E se si sono sempre fatte le cose in un modo, non è detto che non si possano fare in un altro modo.

La contraddizione di essere-come-tutti (ancora Damilano)

Ma non è l’unico volto del declino, Berlusconi.
Nello stesso ventennio perdono la rappresentanza gli imprenditori più attenti al packaging che alla produzione da mettere nella scatola. Quelli che predicano ogni giorno innovazione e merito, agli altri, naturalmente. Finché i mondi si separano, tra quelli che rimpiangono il vecchio mondo dei salotti buoni e delle protezioni statali e chi come Sergio Marchionne se ne va via, lontano dall’Italia.
Dimenticano la rappresentanza i sindacati, ridotti a corporazioni di già garantiti, già tutelati, già inseriti, preoccupati di tenere sbarrata la porta d’accesso al mondo del lavoro. Egoismi di sigle e siglate, in lotta spesso contro i più vicini di categoria, per strappare una piccola garanzia in più, e al diavolo l’interesse generale, o almeno l’interesse crescente di chi sta ancora fuori e non ha più la speranza di entrare, il Quinto Stato degli esclusi, i senza cittadinanza del lavoro, i giovani casuali che crescono nelle classifiche della disoccupazione, quasi uno su due, il quaranta per cento, senza un contratto di nessun tipo.
Si volatilizza la rappresentanza tra gli intellettuali, gli scrittori, i registi, incapaci di raccontare e interpretare l’Italia, con un immaginario che ruota attorno alle loro angosce esistenziali da lettori di giornali, attenti a far rimbalzare il loro ombelico sui social network o a contendersi il premio Strega. Oltre a quello economico c’è anche l’impoverimento creativo. Gli intellettuali precedenti come Pasolini o Sciascia usavano il loro intuito per cercare il punto di contraddizione, quelli successivi si adagiano sul conformismo. I più adulti sono ormai diventati con le generazioni successive più prescrittivi dei maestri della tv in bianco e nero, hanno spostato il loro moralismo dalla politica, dove ormai sono comodamente accasati, ai figli. I più giovani desiderano, semplicemente, essere-come-tutti.

Marco Damilano, La repubblica del selfie, Rizzoli 2015, pp. 166-7