I problemi della Sinistra

Dopo aver letto l’ennesimo articolo molto innovativo, lungo, elaborato, ben scritto e pieno di citazioni sulla crisi della Sinistra e della socialdemocrazia colpevoli di non aver vinto la sfida del lavoro, di aver accettato supinamente le regole economiche della destra e di non aver proposto nessuna visione del futuro chiedendo che si trovi una soluzione politica e sociale, ne sono uscito affranto e sconfortato. Ma non posso lamentarmi e basta. Bisogna agire. Fare. Pensare. Scrivere. Adesso comincio ad elaborare il mio punto di vista definitivo sulla crisi della Sinistra e della socialdemocrazia. Lo svilupperò in un articolo molto innovativo, lungo, elaborato, spero ben scritto ma sicuramente pieno di citazioni. Un articolo dove indicherò come punti deboli non aver vinto la sfida del lavoro, aver accettato supinamente le regole economiche della destra e non aver proposto nessuna visione del futuro. E terminerò chiedendo che si trovi una soluzione politica e sociale.

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Contro i giovani?

Intervistato dal Corriere della Sera, oggi, Romano Prodi ha dichiarato che i giovani «deludono sempre». Posta la natura strettamente politica della frecciatina, io sono convinto che gran parte dei problemi che ‘bloccano’ quelli della mia generazione sia proprio il terrore di sbagliare, di deludere e lo stigma sociale che ne deriva. Come se sentissimo una pressione metafisica che, per paura di non farcela, ci impedisce di provare a fare alcunché pena l’esclusione, il dileggio, il fallimento. I giovani – e lo dice uno che da qualche parte del mondo non è più considerato giovane (giustamente) – non solo devono essere liberi di sbagliare, deludere, cadere e rialzarsi dopo aver imparato, ma devono anche, forse soprattutto, fregarsene quanto basta del parere dei Padri. Anche di quelli nobili e illuminati come Prodi, soprattutto quando si dimenticano che le parole sono importanti.

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Legge elettorale: the world won’t listen

Interessantissime tutte le discussioni sulla legge elettorale, ci mancherebbe. Il punto, ora, sarà capire se tenere questa legge (armonizzandola per il Senato) o farne una ex-novo in Parlamento. La divisione, quindi, è tra chi vuole votare subito e chi vuole aspettare. Mentre tutti noi filosofeggiamo su questioni che sembrano sostanzialmente relativa alla convenienza e sopravvivenza immediata di uno o l’altro gruppo politico, però, stanno uscendo dati che ci dicono altro.

Ci dicono che la sfiducia verso il futuro sia così alta da portare le persone ad avere sempre più sfiducia nei confronti della politica e sempre più richiesta etica e morale verso il mercato, il consumo e il mondo dell’impresa. Come se i decisori non avessero più nessun potere immediato per migliorare effettivamente la vita dei cittadini. Percependo come tutto inutile, si va a cercare altro e si chiede direttamente al “mittente” più etica, più diritti, più costruzione di comunità attraverso il consolidamento e la reputazione del proprio brand (leggere Dino Amenduni qui).

Al solito, mentre continuiamo a discutere dentro il circolo chiuso, alimentando le nostre camere dell’eco, il mondo va da un’altra parte. Giusto preoccuparsi di “come” andare a votare. Qualcuno dovrebbe cominciare a preoccuparsi di “cosa” chiedere di votare. La politica salva se stessa solo se esce da se stessa.

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Kobane Calling: il romanzo politico dei nostri anni

13220946_10153821911938409_5167125775333234838_nNon ho ancora le idee chiare su cosa vogliano dire o essere questi anni. Per certi versi mi sembra che non lo abbiano capito bene nemmeno loro. Di sicuro non lo abbiamo capito noi che in questi anni diventiamo grandi, finiamo di studiare e iniziamo a lavorare. Non abbiamo capito come approcciarli, come sfidarli, come farli nostri. Sembra esserci un forte senso di resa prima ancora di cominciare a giocare per davvero. Abbiamo ereditato tutto: stili di vita, ricette per affermarci sul mercato del lavoro, vocabolario politico, approccio critico. Qualunque cosa voglia, questa generazione, non sa come identificarlo e non sa come ottenerlo. Di conseguenza, non sa nemmeno come impostare la propria voce per parlare di sé.

In Italia capita anche nella musica e nella letteratura. Ci sono delle traiettorie, delle tracce, dei frammenti che emergono qui e là cercando di spiegare questi anni ma sembra sempre un progetto abbozzato, monco, che non mantiene mai pienamente le premesse. Forse perché siamo sopraffatti dal contesto e non riusciamo più a organizzare qualcosa in grado di rovesciare lo schema, o quantomeno ripensarlo. Forse perché non ci sentiamo abbastanza forti e non riusciamo a trasformare la rabbia passiva in rabbia attiva.

Mi chiedo spesso quali possano essere le voci di questi anni e uno dei casi più convincenti è Kobane Calling di Zerocalcare (BAO Publishing). Arrivo, buon ultimo, a tesserne le lodi non tanto per la conferma di essere riuscito a superare gli scetticismi dovuti al successo (del resto siamo sempre stronzi: prima ci lamentiamo che una cosa ce la guardiamo in quattro, poi quando ce la guardiamo in quattrocento ci sentiamo usurpati), ma perché Kobane Calling è un capolavoro assoluto. Il mix tra la Storia monumentale e la storia personale spiega perfettamente quel senso di incompiuto che muove i trentenni occidentali di oggi. Confrontandoci con qualcosa di molto più grande di noi, troviamo un senso e cerchiamo di raccontarlo. Mettendo le mani dentro quella materia oscura e strana di cui sentiamo parlare solo a distanza. Soprattutto, recuperiamo un pur vago impegno che potremmo in qualche modo definire Politico. Un impegno che viene raccontato, però, non con le parole del passato, con le ricette facili di chi ha vissuto e combattuto prima di noi; ma attraverso un linguaggio assolutamente dubitativo, che mette le proprie certezze in discussione, che cerca di capire come siano “le persone” il centro del discorso (persone che poi diventano comunità e che poi diventano agenti attivi dell’azione). Rappresentazione – il viaggio a Kobane, il racconto di quello che si vede – e autorappresentazione – le conseguenze di quello che si vede nella vita di noi occidentali e la dialettica che ci fa mettere tutto in discussione – al servizio di un racconto che tocca corde profonde, che ti dice le cose commuovendo mentre ridi.

Bisogna avere il coraggio di entrare nella materia oscura di questi anni. Per trovare un nostro linguaggio, una nostra azione che non sia solo la stanca ripetizione delle vite, delle battaglie di chi ci ha preceduto. Forse sarà velleitario, però mi sembra l’unico modo per guardarsi allo specchio la sera senza essere preso dallo sconforto di “essere come tutti” (sì, mi riferisco proprio a quella roba lì). Una materia oscura da cercare nell’apparente resa personale e nell’incapacità di decifrare i codici del presente. Non so se Zerocalcare sia il cantore di questi anni, ma di sicuro ne parla la lingua e riesce a raccontarli come pochi altri della nostra età stanno riuscendo.

(pubblicata su Facebook)

Un non elogio delle minoranze

Mi rendo sempre più conto di come ogni aspetto della mia vita sia legato al concetto di minoranza. Dalla squadra di calcio al percorso di formazione, dal modo di fare politica alla posizione nelle battaglie fondamentali, dai gusti musicali e cinematografici agli aspetti legati alle routine quotidiane, ho sempre un approccio di minoranza. Non lo faccio, però, come forma di rivendicazione snob – quel meccanismo per cui ci facciamo forti tutti quanti dei nostri codici condivisi e ci chiudiamo a testuggine – ma come approccio naturale. È capitato, semplicemente. In tanti hanno questo mio approccio e, grazie ai social network (dai forum alle chat fino ad arrivare a Facebook), abbiamo potuto creare connessioni, contatti autentici e qualcosa che assomigliasse vagamente a una comunità.

Non c’è niente di speciale, credo, nell’ascoltare musica indipendente, nello spendere metà del proprio stipendio in libri, nel fare politica in un grande partito ma stare sempre e comunque dalla parte di chi perde tutto o tifare una squadra che non regala mai soddisfazioni ma solo un senso vago di superiorità morale. No. Non credo proprio ci sia qualcosa di speciale. Ce la siamo raccontata in tutti questi anni per motivare il fatto di essere sempre degli eterni insoddisfatti. Degli eterni ‘cercatori’ di non si sa bene cosa. Anche perché poi la ‘ricerca’ finisce. O per mancanza di ulteriori stimoli (la minoranza logora), o perché qualcosa – da qualche parte – si spegne, e allora ti chiedi a cosa è servita tutta quella fatica.

Niente elogio delle minoranze, vi prego: ne abbiamo avuti fin troppi e sono stati più degli esercizi di consolazione collettiva che altro. Sarebbe ora, tutti quanti, di fare un salto di qualità. Solo che non ho idea di quale possa essere.

Pubblicato su Facebook e anche qui.

Il marketing dei vitelloni

La Lega Nord non ha mai fatto politica. Da quando è nata, è sempre stata una sorta di compagnia di giro la cui unica preoccupazione era trovare un passatempo e un’occupazione a dei vitelloni che non avevano nessuna intenzione di lavorare. Il suo programma è sempre stato un bignami di rivendicazioni da strapaese in un dato periodo storico. Queste rivendicazioni cambiano dal 1992 al 2016, e con loro, cambiano anche gli attori che devono portarle avanti. L’esercizio leghista, da Bossi a Salvini, non è quello di fare politica, ma fare del marketing politico portando all’esasperazione i toni del fantomatico uomo della strada. Le soluzioni ai mali del paese, si sa, si trovano al bar. E la Lega, attraverso l’istituzionalizzazione di un senso comune livoroso e rancoroso, ha dato voce a un manipolo di persone che ha sempre cercato l’origine del problema altrove: il fisco, i clandestini, Roma, l’Europa. Il vitellone ha trovato i suoi simili. La Lega ha spettacolarizzato, prima in Italia, lo scaricabarile come ethos pubblico. Le responsabilità non sono mai nostre, sono sempre di qualcun’altro. Un grandissimo esercizio di consolazione collettiva che trova ampio seguito proprio perché saremo sempre portati a stare con chi ci dice che la colpa non è nostra. E Salvini, in questo, è un maestro. Lui non è un politico, è un uomo di spettacolo con dietro una grande squadra di pubblicitari e spin doctor. Quello che ha fatto ieri – mostrando una totale mancanza di vergogna e senso del ridicolo – rispetta perfettamente il copione. È uno spettacolo. Di merda, ma sempre spettacolo. Noi possiamo sempre cambiare canale.

Funzioniamo perché dimentichiamo

Borges ha scritto la novella Funes el memorioso dove racconta di un personaggio che ricorda tutto, ogni foglia che ha visto su ogni albero, ogni parola che ha udito nel corso della sua vita, ogni refolo di vento che ha avvertito, ogni sapore che ha assaporato, ogni frase che ha letto. Eppure (anzi, proprio per questo) Funes è un completo idiota, un uomo bloccato dalla sua incapacità di selezionare e di buttare via. Il nostro inconscio funziona perché butta via. Poi, se c’è qualche inghippo, si va dallo psicanalista per recuperare quel poco che serviva e che per sbaglio abbiamo buttato via. Ma tutto il resto per fortuna è stato eliminato e la nostra anima è esattamente il prodotto della continuità di questa memoria selezionata. Se avessimo l’anima di Funes saremmo persone senz’anima.

Umberto Eco, Tra dogmatismo e fallibilismo, 2010 (contenuta in Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida, La Nave di Teseo 2016, p. 105)