Se l’acqua finisce

A Roma sta, letteralmente, finendo l’acqua. Fra una settimana potrebbero essere introdotte misure di razionamento per permettere che tutti i cittadini possano avere ancora l’acqua corrente. E questo è solo l’ultimo, e forse il più evidente, campanello d’allarme su una questione che, incomprensibilmente, non interessa davvero a nessuno. L’ambiente. Forse per colpa di passate battaglie velleitarie; forse per colpa di una retorica dell’ambientalismo fricchettone all’acqua di rose tutto “volemose bene” e Greenpeace; forse per una più naturale reticenza dell’essere umano ad adottare comportamenti responsabili e consapevoli (la sostenibilità ha un costo che va calcolato in termini di rinuncia e sacrificio, ad esempio), ma il tema dell’ambiente è sempre – sempre! – preso sottogamba, “benaltrismo” per definizione se ce n’è uno. E no, non cambierebbe niente se gli Stati Uniti rispettassero gli accordi di Parigi semplicemente perché gli accordi di Parigi (a) non sono vincolati e (b) non sono abbastanza. Siamo entrati inconsapevolmente in questa “età dell’abbondanza” pensando che il mondo fosse nostro e senza fine. Ma fra poco, per la precisione il 2 agosto, arriverà l’Earth Overshoot Day 2017 e andremo a debito di risorse naturali, che si stanno esaurendo a un ritmo ormai diventato preoccupante.

Qualche giorno fa ha fatto molto rumore un articolo pubblicato sul New York Magazine dal titolo The Uninhabitable Earth, una perfetta ricostruzione di cosa potrebbe succedere di qui a qualche anno: il grande crollo, sia economico che sociale. Il collasso. Un articolo che secondo Slate Magazine ha il solo difetto di non essere abbastanza allarmista. È un apocalisse che ci siamo creati da soli, questo “antropocene” che non è solo un termine alla moda che usiamo noi che ci facciamo belli dei libri che compriamo e leggiamo per darci un tono: è proprio l’azione ormai irreversibile dell’uomo sulla natura, che ne ha modificato invariabilmente la natura e la conformazione geologica. E la natura, infondo, un po’ già si sta ribellando: tsunami, inondazioni, nubrifragi, terremoti, valanghe. Se c’è qualcuno di troppo, su questo mondo, siamo noi stronzi.

Noi cosa possiamo fare? A prescindere dal fatto che il nostro personalissimo auto-riduzionismo mi sembra più un modo per lavarsi la coscienza che altro (e posto che facciamo benissimo a continuare a fare la raccolta differenziata e ridurre i consumi non necessari, sia chiaro), io credo che la politica debba farsi carico di quello che è forse IL tema di questi anni. Ecco perché – lo dico da elettore sfiduciato e preoccupato – riterrò insufficiente qualsiasi proposta politica che non proponga di trattare l’ambiente in modo SERIO e rigoroso, e non come contentino che strizza l’occhio ai radical chic di stocazzo come me. Mi dispiace, ma probabilmente è già troppo tardi per risolvere la situazione e indietro ormai non si torna: almeno poniamoci l’obiettivo di “gestire” con una serietà e un rigore che non conosciamo questa situazione. Per dirla con i Clash: cut the crap, basta con le cazzate. Gli accordi di Parigi, diciamocelo chiaramente, sono un wishful thinking: qui o si fa qualcosa, o i nostri figli e nipoti ci ringrazieranno sputando sulle nostre tombe mentre combatteranno una crudelissima guerra internazionale per accedere all’acqua.

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La Terra, una questione di prospettive

L’universo osservabile ha un diametro di 93 miliardi di anni luce. Un anno luce è lungo 63241 volte la distanza fra la Terra e il Sole. In questa ‘piccola’ porzione di universo, si stima la presenza di circa 300 miliardi di galassie e nel 2010 hanno calcolato che in tutto ci siano circa 300 MILA TRILIONI di stelle. Ve lo dico solo per ricordarvi le unità di misura. Il fatto che una manciata di esseri umani, la cui altezza media è circa 180 cm, abbia impiegato gli ultimi vent’anni sostanzialmente a devastare un pianeta vecchio 4 miliardi di anni rendendolo inabitabile per chissà quante forme di vita (noi inclusi) è un testamento di straordinaria idiozia.

La spataffiata ambientalista del Sabato sera

Una delle questioni su cui sono più sensibile e su cui sono più ossessionato – nel bene e nel male – è l’ambientalismo (e i suoi derivati: dall’iperconsumismo all’ultra-sviluppo). Non sono uno di quelli che ti guarda male se non sei al 100% sostenibile, ma penso sia uno dei grandi temi che la politica, la cultura e la civiltà del 2015 deve affrontare. Anno dopo anno, l’Earth Overshoot Day (il giorno in cui il mondo finisce le risorse calcolate per quell’anno e va a debito, e così via) arriva sempre prima. Anno dopo anno, arrivano appelli sulla necessità di limitare il consumo di risorse naturali, di acqua, di petrolio. Anno dopo anno, l’umanità è sempre più dipendente dall’energia e cerca di inseguire l’ideale della crescità «no matter what» senza considerare le conseguenze delle azioni che questo dogma può avere nel lungo periodo. Nessun latouchismo di ritorno, per carità. Ma pensare di poter continuare a consumare a questo ritmo, per un pianeta che arriverà a breve a contare 10 miliardi di abitanti, è pericolosamente insostenibile. E la cosa ancora meno sostenibile è il prezzo dell’ignoranza. È un tema che non scalda i cuori – ma alla fine volete dirmi che cazzo vi interessa? – e, per di più, continua a essere visto come un non problema. Permettetemi di raccontarvi un aneddoto. Due anni fa circa mi sono ritrovato a parlare con alcune persone di politica. Erano persone che, legittimamente, la pensavano diversamente da me. E molti mi stavano chiedendo perché avevo deciso di sostenere la mozione congressuale di Pippo Civati: «del resto, questa volta abbiamo l’opportunità di votare uno che ‘finalmente fa qualcosa’ [Renzi, ndr], perché non ti va?». E tra la varie questioni che mi avevano portato a scegliere quelle 70 pagine, c’era la questione ambientale. L’interesse molto marcato sul global warming e la necessità di riflettere sui ‘limiti’ dello sviluppo. L’ambientalismo, in quelle pagine, non solo era presente, ma era un motore propulsivo e propositivo. Non il solito lamento. Discutemmo della questione per alcuni minuti, e io portai all’attenzione il tema del consumo del petrolio. Al che i miei interlocutori – tutte persone dal livello di istruzione medio/alto – mi guardano, strabuzzano gli occhi e mi dicono: «Ma non ti preoccupare! C’è petrolio a sufficienza per vivere sereni per TRENT’ANNI». E stiamo parlando di persone che hanno fatto studi su questa materia e si occupano a vari livelli di questioni inerenti allo sviluppo e all’innovazione. TRENT’ANNI. E allora non è un problema. Perché sì, perché noi abitiamo e viviamo questo mondo e poi ce ne andiamo e tanti saluti. Dimenticando che fra trent’anni ne avremo sessanta e ne vivremo almeno altri trenta, salvo scongiuri. Senza dimenticare i figli. Senza dimenticare che non c’è solo il petrolio ma anche l’acqua, ma anche le emissioni di gas serra, ma anche gli sconvolgimenti ambientali che hanno difatto ridefinito il quadro accelerando il ritmo della nostra adattabilità (l’uomo è un animale adattabile, ma forse adesso la tecnologia ci ha costruito un mondo che non siamo ancora in grado di ‘vivere’ col nostro corpo). Insomma, il problema rimandato perché ci sono ancora TRENT’ANNI. Ad essere ottimisti. E si rimanda perché non scalda, perché è noioso, perché è un argomento da gufo. E non l’opportunità di pensare a un mondo diverso, a uno sviluppo diverso, a una vita diversa. Io mi sento responsabile di ogni mia azione quotidiana e mi sento responsabile di come lascerò questo mondo quando toglierò gentilmente il disturbo. Il fatto che molti miei coetanei pensino che questo tema sia semplice allarmismo un po’ mi avvilisce. Poi vedo questa galleria fotografica del Guardian e direi che non c’è molto altro da aggiungere. E sapete qual è la cosa che mi manda ancora più fuori di testa? È che sono sicuro che le persone con cui ho fatto questo discorso, la frase sui TRENT’ANNI nemmeno se la ricordano più. Io invece ce l’ho ancora piantata in testa e più passa il tempo meno ci posso credere.

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