Indignarsi è utile, ma non serve: cosa cazzo facciamo?

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Indignarsi per i titoli di Libero (su cui deve intervenire l’Ordine dei Giornalisti, sia chiaro) è giusto ma se non si fa il passo successivo rischia di essere uno sterile esercizio di stile (quasi consolatorio) per ricordarsi di sentire ancora qualcosa. Libero e il Giornale; trasmissioni TV come Quinta Colonna, la Gabbia e Dalla vostra parte; programmi radio come La Zanzara e lo Zoo di 105; financo pagine Facebook bomberiste e misogine che raccolgono centinaia di migliaia di Like fanno semplicemente il loro lavoro. Fanno audience e traffico sulla paura, la banalizzazione e lo scaricabarile. Costruiscono il nemico (il negro, l’immigrato, il povero, il debole, l’omosessuale, la donna) e lo fanno in modo strisciante, carsico, profondo. Non sono solo slogan. È una vera e propria egemonia della deresponsabilizzazione, naturale (e pericoloso) sbocco pratico di questa età del risentimento che stiamo attraversando.

Io non lo so se invocare la censura o cercare di non dare eco a quelle micro-bolle sia la strada giusta. Forse dovremmo partire dalle basi: la consapevolezza è necessaria, così come è fondamentale l’azione. E l’azione di chi crede ancora a un minimo comun denominatore di decenza, rispetto, tolleranza e integrazione deve puntare a vincere la battaglia delle idee. Costruire una contro-egemonia. Andare nei luoghi del conflitto senza pensare di avere ricette pronte (no, non funzionano più) e abitarlo, combatterlo senza mettere la polvere sotto il tappeto. Dati, fatti, lotta. Ma anche parole e pensieri nuovi, innovativi, non di convenienza. Indignarsi non è più sufficiente. Su quello siamo tutti d’accordo. La domanda, semmai, è un’altra, e arriva da lontano. Winter is coming: che cazzo facciamo?

(su facebook)

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