Cosa può fare il Pd? Una proposta

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L’anno scorso i Radicali portarono avanti la campagna “Ero Straniero” per superare la Bossi-Fini e le attuali normative in materia di immigrazione. Credo che si possa ripartire da qui. Maurizio Martina (che in questo momento è il segretario reggente del Pd e si sta muovendo molto bene al di là di tutto) e Graziano Delrio (che sull’argomento è sempre stato dalla parte giusta) dovrebbero prendere le distanze una volta per tutte sia dalla recente gestione dell’Interno di Marco Minniti, sia dalle sparate alla “aiutiamoli a casa loro” di Matteo Renzi dando così un segnale di forte discontinuità. Dovrebbero farlo e dopo, solo dopo, proporre una grande campagna di mobilitazione umana e sociale permanente nel paese per costruire un forme movimento di opinione che abbia due proposte semplici ma fondamentali:

1. Il superamento del reato di immigrazione clandestina (per risolvere le questioni bisogna farlo alla radice);
2. Una riforma in senso ampio e aperto della cittadinanza. Per dirla con Javier Cercas: «E pluribus unum; cioè: da molti paesi, lingue, culture, tradizioni e storie, un solo stato».

Una mobilitazione, però, senza cappelli e senza bandiere. Con promotori e non con intestatari. O meglio, accogliendo tutte le bandiere di chi ci sta. Politiche, associative, culturali. Non del Pd ma “del paese”. Perché dovrebbe farlo il Partito Democratico? Per dimostrare di aver compreso gli errori del passato – un passato che arriva da lontano, tra l’altro, anche se gli ultimi anni hanno visto un peggioramento che ha portato moltissime persone a non votarlo più – sia per aprirsi al dialogo con quelle forze della società che ha lasciato colpevolmente perdere e per mettersi a disposizione (con umiltà partecipativa, non con arroganza dirigista) di una nuova piattaforma prima di tutto civica che possa autenticamente partire dai temi e da proposte nuove, che creino davvero cultura, integrazione e partecipazione. I leader lasciamoli perdere. I calcoli elettorali mettiamoli in cantina per qualche anno. Preoccupiamoci del lungo termine. Preoccupiamoci per un attimo del mondo in cui vogliamo vivere.

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Con amore per le cose belle. La Milano di Pierfrancesco Majorino

(foto di Petunia Ollister)

(foto di Petunia Ollister)

Ieri a Milano Pierfrancesco Majorino ha lanciato la sua sfida – la sua partita! – per le primarie a sindaco del centrosinistra. L’ha fatto senza giri di parole. Con un discorso molto bello e molto politico, aprendo una serata in cui sono state messe in circolo idee, persone, «parole» su cui costruire – o meglio, continuare a costruire – la nuova città dei prossimi anni. Lanciando la sua sfida, Majorino ha ricordato che le primarie sono una straordinaria occasione di partecipazione, di ascolto e di riflessione per costruire la visione politica e l’idea di città che abbiamo in mente. E l’ha fatto ricordando l’esperienza della campagna elettorale di Giuliano Pisapia. Una campagna di ascolto, che ha messo in circolo esperienze e mondi che parlano e si capiscono ma, chissà come mai, non sempre riescono a capirsi, generando un entusiasmo pazzesco e chi ha vissuto quei giorni (pur da lontano) se lo ricorda bene. E l’ha fatto ricordando che senza le primarie, senza il confronto sulle idee, non esiste più il concetto di centrosinistra. Perché non esiste più il confronto sulle visioni e sulle politiche che vogliamo mettere in piedi per costruire le città possibili dei prossimi anni. Dei laboratori permanenti e in continua trasformazione. Una biblioteca permanente, dove ognuno ha la sua storia. Tra le parole di Pierfrancesco, e quelle degli ospiti di ieri, ho sentito tantissime cose. E c’era una parola che teneva in piedi tutto. Una parola che nessuno ha detto: amore. Ho sentito tantissimo amore. Per la città, Milano, che spesso chi abita fuori non capisce e non vuole capire. Amore per la buona politica, che spesso ci dimentichiamo presi dalle pagine dei giornali che ci raccontano di tutto il male. Amore per le gare difficili e le partite impossibili, che se non hai il coraggio di iniziare di sicuro non le vinci e tutto resta sempre uguale. E mentre ascoltavo pensavo che sarebbe davvero un’occasione sprecata non cogliere tutto questo, e non trarne ispirazione. Non prendere il buono di queste esperienze e portarle anche a Torino. Perché le buone pratiche, anche politiche, devono girare e devono dialogare. Soprattutto quando c’è una sfida che va oltre i posizionamenti interni ai partiti. Che va oltre le questioni delle firme false (che però ci dicono molto di un certo modo di fare politica). Che va oltre il dialogo politicista e autoreferenziale. Sarebbe bello portare questo amore, questa voglia di fare, questa capacità di ascolto e questa messa in circolo di esperienze e metterlo a servizio di una città, Torino, così vicina ma così lontana, che avrà elezioni anche lei e che tantissimo bisogno di un confronto e un ascolto sulle idee di città che abbiamo in mente. Ieri c’erano 20 persone sul palco e centinaia fuori che avevano in mente una Milano da costruire. E secondo me è una Milano che piace un po’ di più a tutti. E non stare attenti alle cose che succedono, per noi a Torino, potrebbe essere un vero peccato.