Indignarsi è utile, ma non serve: cosa cazzo facciamo?

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Indignarsi per i titoli di Libero (su cui deve intervenire l’Ordine dei Giornalisti, sia chiaro) è giusto ma se non si fa il passo successivo rischia di essere uno sterile esercizio di stile (quasi consolatorio) per ricordarsi di sentire ancora qualcosa. Libero e il Giornale; trasmissioni TV come Quinta Colonna, la Gabbia e Dalla vostra parte; programmi radio come La Zanzara e lo Zoo di 105; financo pagine Facebook bomberiste e misogine che raccolgono centinaia di migliaia di Like fanno semplicemente il loro lavoro. Fanno audience e traffico sulla paura, la banalizzazione e lo scaricabarile. Costruiscono il nemico (il negro, l’immigrato, il povero, il debole, l’omosessuale, la donna) e lo fanno in modo strisciante, carsico, profondo. Non sono solo slogan. È una vera e propria egemonia della deresponsabilizzazione, naturale (e pericoloso) sbocco pratico di questa età del risentimento che stiamo attraversando.

Io non lo so se invocare la censura o cercare di non dare eco a quelle micro-bolle sia la strada giusta. Forse dovremmo partire dalle basi: la consapevolezza è necessaria, così come è fondamentale l’azione. E l’azione di chi crede ancora a un minimo comun denominatore di decenza, rispetto, tolleranza e integrazione deve puntare a vincere la battaglia delle idee. Costruire una contro-egemonia. Andare nei luoghi del conflitto senza pensare di avere ricette pronte (no, non funzionano più) e abitarlo, combatterlo senza mettere la polvere sotto il tappeto. Dati, fatti, lotta. Ma anche parole e pensieri nuovi, innovativi, non di convenienza. Indignarsi non è più sufficiente. Su quello siamo tutti d’accordo. La domanda, semmai, è un’altra, e arriva da lontano. Winter is coming: che cazzo facciamo?

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Quando la tua idea del futuro è un’idea (perdente) di passato

Il problema non è il bonus di 500€ ai diciottenni. Il problema è il bonus di 500€ ai diciottenni quando il giorno dopo un tuo ministro afferma che «il voto di laurea è inutile». Un giorno vuoi investire sulla cultura, il giorno dopo affermi – sostanzialmente – che tanto è tutto inutile. Quando un ministro afferma una cosa del genere, non svilisce solo tutti quei giovani che credono nel valore della cultura, della formazione e dell’istruzione, ma svilisce anche l’idea stessa di futuro del paese. Un paese che continua ad abbassare l’asticella delle sue aspettative non avrà altre alternative al futuro (cit.), ma non vuole avere gli strumenti adeguati per affrontarlo.

La cultura qui aveva molto valore. Note per un dibattito.

Sta facendo parecchio discutere un articolo pubblicato da Stefano Feltri sul suo blog sul sito de Il Fatto Quotidiano, giornale con cui Feltri collabora come firma di punta per quanto riguarda l’Economia. Nell’articolo, in sintesi, si assiste all’ennesimo tiro al piccione delle facoltà umanistiche considerate inutili, un lusso per chi se lo può permettere, addirittura un danno per la società tutta (visto che il saldo econometrico è in negativo).

«Mandiamoli in pensione/I direttori artistici/Gli addetti alla cultura» cantava Franco Battiato ormai 35 anni fa. Erano i tempi in cui stava emergendo questa visione del mondo tutta legata alla misurazione profittevole ed econometrica di qualsiasi cosa. Non ti definisci in base a quello che fai (come si diceva durante il maggio francese), ti definisci in base a quanto vali. Quando Bret Easton Ellis racconta la discesa negli inferi metropolitani di American Psycho usa proprio la reificazione, la quantità e il valore delle cose nel sistema attorno a Patrick Bateman. Michael Moore in Capitalism: A Love Story racconta come le compagnie di assicurazioni quantifichino il costo di una vita umana in termini di valore assoluto ad uso e consumo dei datori di lavoro (e cos’è una polizza vita se non una quantificazione del nostro valore come esseri umani basata su puri calcoli economici?). Stefano Feltri è nato nel 1984, ed è quindi cresciuto nel frame culturale che quantifica qualsiasi cosa in base al suo valore economico. È questo il famoso ‘frame’ del neo-liberismo che esce dalle scuole di economia per entrare come ‘stile di vita’. Recentemente, il tema è stato affrontato con brillantezza da Guido Mazzoni ne I destini generali (Laterza), la cui lettura vi consiglio proprio per capire come questo frame abbia conseguenze fattive nella vita di tutti i giorni. Questa visione del mondo, in termini assoluti, produce ragionamenti come quelli di Feltri: non possiamo permetterci di sbagliare facoltà (a parte che la riforma Gelmini ha abolito le facoltà in favore dei dipartimenti, ma fa niente), se fai Lettere, Filosofia, Scienze della Comunicazione, il DAMS devi prepararti non solo ad essere un fallito [tu] e un fallimento [per la tua famiglia che ha fatto tanti sacrifici], ma addirittura un peso per la società [«il valore (medio di una laurea a cinque anni dal suo ottenimento, ndr) è pesantemente negativo, -265»]. A parte che sono anni che ogni opinionista usa studi e ricerche per dimostrare tutto e il contrario di tutto (del resto, esistono studi che dimostrano tutto e il suo contrario, non è una novità), e che esistono anche ricerche che mettono in relazione la crescita con gli investimenti anche nelle facoltà per così dire inutile, immaginiamo per un attimo lo scenario ipotizzato da Feltri, condiviso anche da un paese con una cultura millenaria come il Giappone, che ha addirittura proposto di abolire le facoltà umanistiche per andare incontro alle richieste del mercato.

Secondo l’ultima statistica del MIUR, in Italia, ci sono 1.7 milioni di iscritti nelle varie università. Nell’anno solare 2013 si sono laureate circa 300 mila persone. Diamo per scontato un andamento virtuoso e in crescita del trend – dacché Feltri dichiara che «[…] le indagini sugli studenti dimostrano che quelli più avversi al rischio, magari perché hanno voti bassi e non si sentono competitivi, scelgono le facoltà che danno meno prospettive di lavoro, cioè quelle umanistiche. I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. Studi difficili e competitivi» – e poniamo che da qui in poi, ogni anno, ci siano circa 500 mila laureati da collocare sul mercato del lavoro e SOLO nei settori per cui queste competenze super-tecniche sono richieste. Come può un mercato del lavoro super-tecnicizzazito che ha prodotto corsi di laurea super-tecnicicazziti e poco ‘flessibili’ (se mi laureo in una materia specifica, per la struttura molto rigida di questo tipo di facoltà rischio di non poter spaziare per poter fare altro, anche nella stessa disciplina) assorbire tutta l’offerta? Molto banalmente, non si rischia di svalutare tutta questa eccellenza, tutti questi geni intelligentissimi pronti a vincere nel mercato competitivo? Se tutti sono ‘avvantaggiati’, dov’è il vantaggio competitivo? Anche con tutta la fuga dei cervelli di questo mondo, 500 mila persone che ogni anno si laureano in Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza non troveranno mai tutto il lavoro che paventano tutti quelli che, anno dopo anno, cercano di dimostrarci dati alla mano che – stringi stringi – con la cultura non si mangia.

Qualche mese fa scrivevo: «[…] una società con questa visione – e ci siamo dentro: periodicamente escono articoli contro le facoltà ‘inutili’, oppure che sponsorizzano l’abolizione del Liceo Classico – è una società che non avrà mai gli anticorpi e gli strumenti per cambiare paradigma, per immaginare un futuro, per agire sull’esistente. Una società così gestirà sempre e solo lo stato delle cose e non riuscirà ad accettare le alternative al mainstream». Insomma, siamo al solito discorso per cui stiamo rinunciando al nostro futuro e alla nostra capacità di rischiare. Stiamo rinunciando all’analisi della complessità anche attraverso gli strumenti della critica e della cultura. Stiamo rinunciando ad avere una ‘visione’ che vada oltre il semplice ‘compitino’ routinario, però tanto utile.

Stefano Feltri, una firma molto letta, molto seguita e anche brillante, è purtroppo aderente a una visione del mondo assolutamente poco coraggiosa e poco intuitiva, molto legata alla gestione dell’esistente e che limita la dignità e la felicità umana all’orizzonte della fine del mese. Soprattutto in un contesto in cui nei paesi più avanzati del mondo si tiene molto da conto la cultura per lo sviluppo delle comunità creative e per creare innovazione anche nelle industrie. Per usare anche solo un esempio molto mainstream: Steve Jobs. Probabilmente fra vent’anni parleremo di questi esempi virtuosi in cui anche noi, sciocchi e utopisti che ci siamo laureati nelle ‘Humanities’, possiamo sedere al tavolo di «quelli che contano». Peccato però che una cosa del genere l’abbiamo sostanzialmente inventata noi: «Abbiamo portato in tutti i paesi della comunità le nostre armi segrete: i libri, i corsi culturali, l’assistenza tecnica nel campo della agricoltura. In fabbrica si tengono continuamente concerti, mostre, dibattiti. La biblioteca ha decine di migliaia di volumi e riviste di tutto il mondo. Alla Olivetti lavorano intellettuali, scrittori, artisti, alcuni con ruoli di vertice. La cultura qui ha molto valore». Lo diceva Adriano Olivetti.

Contro l’odio di pochi, l’amore di molti (cit.). #EP15Riga

Le culture sono fatte di segni, simboli riconoscibili e condivisi in un comune sistema di valori. L’uomo li crea per superare le barriere di ogni genere. E sono ovunque, dove meno te lo aspetti, e magari non ci fai caso. Ad esempio, WhatsApp, che è il più grande network di messaggistica istantanea del mondo, con 800 milioni di contatti, ha tre iconcine che possono descrivere il concetti di famiglia. Tre. Non una. Una uomo/donna. Una uomo/uomo. Una donna/donna. Perché non esiste niente di più naturale dell’amore e della famiglia intesa come unione di persone che vogliono costruire qualcosa. Quello che non è naturale, invece, è cercare di distruggere, di confinare, di dividere, di contrapporre. Oggi puoi scegliere se stare a Roma, con chi dice che esiste una sola visione del mondo, oppure a Riga, dove l’Europa e il mondo rivendica il diritto di esistere nella sua enorme, complessissima e bellissima plurarlità.

Io, tanto per essere chiari, sto con Daniele Viotti. [link]

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