L’indistinto democratico

Questo spaesamento fideistico segna in realtà a fine dell’affidamento alla politica, che aveva accompagnato il lungo dopoguerra di pace in cui abbiamo vissuto. Debole o forte, sospetta, lontana o troppo vicina, la politica sedeva comunque a capotavola nella società contemporanea, governava il mazzo di carte che distribuiva alle parti in gioco. L’abuso di potere ha consumato il ruolo. La separazione, la cooptazione e l’autoconservazione hanno fatto il resto. La fine sacrosanta delle ideologie che hanno imprigionato il Novecento ha fatto crollare anche ogni impalcatura di pensiero, ogni identità culturale, qualsiasi senso di appartenenza che vada oltre il contingente e l’effimero. Sembra che le idee non servano più alla politica, rassegnata a vivere nell’interpretazione del presente, senza tradizioni e senza proiezioni, come se il suo mondo fosse cominciato ieri e dovesse finire domani. Il risultati è l’uniformità culturale di un indistinto democratico che ha introiettato il senso di colpa della crisi invece di provare a governarla. Anzi ha fatto di più, ed è il suo peccato capitale: ha delegato alla crisi la riconfigurazione del sociale, tagli, fratture, nuove esclusioni, disuguaglianze, nuove soggettività, senza un disegno autonomo di società, senza un progetto di contrasto, senza l’embrione di un pensiero alternativo, nemmeno un’obiezione culturale.

Ezio Mauro, Democrazia Open/Close, su «L’Espresso», n.19, anno LXIII, 7 Maggio 2017.

Il digitale e la democrazia

Qualcuno potrebbe vagheggiare la nascita di un partito come quello dei Verdi, ma… “digitale”; ecco, non riesco a immaginare un errore più grande. È sbagliato pensare di poter catalogare e incasellare tutta questa roba digitale per poi incaricare giovani e brillanti programmatori di occuparsene. Questa “roba digitale” è di fondamentale importanza per il futuro della privacy, dell’autonomia, della libertà, della democrazie stessa: si tratta di questioni che dovrebbero essere importanti per qualunque partito politico. Per un partito di massa odierno, non curarsi della propria responsabilità sul “digitale” equivale a non curarsi della propria responsabilità sul futuro stesso della democrazia.

Il prezzo dell’ipocrisia in Eugeny Morozov, Silicon Valley: i signori del silicio (Codice 2016, pp. 108-109)

Invece di qualcuno che affronti attenzione e distrazione dal punto di vista socio-economico – come è stato fatto da Walter Benjamin e Sigfried Kracauer per i media del passato – abbiamo Nicholas Carr e il suo rivolgersi alle neuroscienze o Douglas Rushkoff con la sua critica biofisiologica dell’accelerazione. Qualunque sia la rilevanza di interventi simili, finiscono comunque per tener seperati il tecnologico e l’economico tanto che si arriva a discutere di quanto gli schermi degli iPad condizionino la cognizione, e non di quanto le informazioni raccolte dai nostri iPhone condizionino le misure di austerity dei nostri governi. Criticare la tecnologia, oggi, dovrebbe significare mettere in questione come la tecnologia stessa e i suoi amplificatori consentano al sistema attuale di prendere tempo, prevenendo una iris da cui dipende la sua stessa esistenza.

Quanto volete per i vostri dati? in Eugeny Morozov, Silicon Valley: i signori del silicio (Codice 2016, pp. 151)

Il DDL Cirinnà e il principio di disonestà: perché non siamo una democrazia matura

C’è un aspetto, in tutta la discussione sul DDL Cirinnà e la step-child adoption in relazione alla maternità surrogata, ad essere sconcertante. Ed è un aspetto, in realtà, legato a doppia mandata a tutta la vita politica di questo paese: la mancanza di fiducia, il principio di disonestà.

Non che l’Italia non abbia qualche scheletro nell’armadio a riguardo, ma non possiamo pensare di diventare un paese maturo se ci basiamo sull’idea che  «fatta la legge, trovato l’inghippo». Se si mette la step-child adoption, dicono, allora tutte le nuove famiglie gay troveranno il modo di avere figli nei modi più oscuri e disparati. Automatico. Ogni volta lo stesso discorso, si parli di lavoro, innovazione, economia, diritti, eccetera.

Trattiamo i cittadini di questo paese come dei potenziali furbetti, dei potenziali disonesti. Facciamo una politica immatura che risponde alla narrazione immatura di una democrazia immatura. Facciamo una politica di reazione a un paese con un analfabetismo funzionale alle stelle e contrapposizioni assertive in cui si tifa nello stadio. Facciamo una politica, insomma, non all’altezza del paese che raccontiamo di voler essere e diventare.

Parliamo tanto di «fiducia»: cominciamo a darne ai cittadini su questioni cruciali come quelle dei diritti. Trattiamo questo paese come il nostro vicino se fosse non costantemente pronto a fregarci. Cerchiamo di essere maturi e di non scendere a compromessi di questo tipo. Altrimenti non cambierà mai niente. Altrimenti continueremo a diffidare sempre di qualsiasi cosa. Altrimenti penseremo sempre che ci sia sempre un modo per fregare quello che già c’è e non penseremo mai a costruire quello che non c’è.

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Si parla del Diciannovesimo secolo, eh!

[…] nasce in quel momento la forma politica del bonapartismo, nella quale un leader carismatico capace di gestire la psicologia delle folle si pone in rapporto diretto con le masse e si fa rappresentate della nazione «al di sopra delle parti» e delle lotte egoistiche di partito. Perseguitando i partiti socialisti e i sindacati, imponenti leggi elettorali di tipo uninominale, assicurandosi il monopolio dei mezzi di comunicazione, questo leader riesce a decapitare le classi popolari togliendo loro ogni autonomia politica e può perciò guardare al suffragio universale come a un’arma di conservazione del potere, avendone disinnescato ogni potenzialità eversiva. Eletto plebiscitariamente, egli concentra nelle proprie mani una forza politica senza precedenti, ben maggiore di quella del vecchio sovrano assoluto, e ne approfitta sbilanciando l’equilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo e restringendo al minimo gli spazi del parlamentarismo.

(Stefano G. AzzaraDemocrazia Cercasi, Imprimatur, 2014, pp. 102-103)