Indignarsi è utile, ma non serve: cosa cazzo facciamo?

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Indignarsi per i titoli di Libero (su cui deve intervenire l’Ordine dei Giornalisti, sia chiaro) è giusto ma se non si fa il passo successivo rischia di essere uno sterile esercizio di stile (quasi consolatorio) per ricordarsi di sentire ancora qualcosa. Libero e il Giornale; trasmissioni TV come Quinta Colonna, la Gabbia e Dalla vostra parte; programmi radio come La Zanzara e lo Zoo di 105; financo pagine Facebook bomberiste e misogine che raccolgono centinaia di migliaia di Like fanno semplicemente il loro lavoro. Fanno audience e traffico sulla paura, la banalizzazione e lo scaricabarile. Costruiscono il nemico (il negro, l’immigrato, il povero, il debole, l’omosessuale, la donna) e lo fanno in modo strisciante, carsico, profondo. Non sono solo slogan. È una vera e propria egemonia della deresponsabilizzazione, naturale (e pericoloso) sbocco pratico di questa età del risentimento che stiamo attraversando.

Io non lo so se invocare la censura o cercare di non dare eco a quelle micro-bolle sia la strada giusta. Forse dovremmo partire dalle basi: la consapevolezza è necessaria, così come è fondamentale l’azione. E l’azione di chi crede ancora a un minimo comun denominatore di decenza, rispetto, tolleranza e integrazione deve puntare a vincere la battaglia delle idee. Costruire una contro-egemonia. Andare nei luoghi del conflitto senza pensare di avere ricette pronte (no, non funzionano più) e abitarlo, combatterlo senza mettere la polvere sotto il tappeto. Dati, fatti, lotta. Ma anche parole e pensieri nuovi, innovativi, non di convenienza. Indignarsi non è più sufficiente. Su quello siamo tutti d’accordo. La domanda, semmai, è un’altra, e arriva da lontano. Winter is coming: che cazzo facciamo?

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Prendere in giro Fusaro è inutile

Diego Fusaro ha delle posizioni indifendibili e imbarazzanti. Il suo è uno show in cui interpreta alla perfezione il ruolo del ‘nuovo’ intellettuale organico come personaggio mediatico che recita la parte attraverso una retorica ridondante e strumentale a un pensiero politico. È il perfetto strumento di questo nuovo spettacolo – che si svolge 24/7, su tutti gli schermi e i device – che ha come bersaglio non il “Sistema”, come potrebbe apparire superficialmente, ma il pensiero liberale (etichettato come “unico” perché accusato di non tollerare l’intolleranza) e il progetto multiculturale stratificato. È uno spettacolo che paga. I suoi tweet sembrano più frutto di un generatore automatico di complessità gratuita che serve solo a legittimare – attraverso la più classica costruzione della “cultura di destra” (cit. Jesi 1979) – gli istinti e le spinte più retrograde della spaventata società contemporanea, che non i frammenti di un autentico discorso culturale e filosofico. Fusaro è un mattone nella costruzione di una nuova egemonia, e per questo ‘attacca’ senza esitazioni la vecchia egemonia culturale della società aperta.

Prendere in giro Fusaro – cosa che ho fatto anche io, non lo nego – può essere divertente ma inutile, e anche un po’ autoreferenziale. Ci siamo indignati perché Il suo Pensare altrimenti è stato pubblicato da Einaudi, ma le vendite dimostrano che sono più quelli che non hanno idea di cosa rappresenti l’Einaudi che quelli che si sono scandalizzati per la pubblicazione del filosofo ‘rossobruno’ per eccellenza. Ce la stiamo cantando e suonando da soli.

Fusaro funziona perché noi gli rispondiamo con la presa in giro, con il complesso di superiorità, con il sopracciglio alzato («ah ah, hai letto l’ultimo post di Fusaro?»), e non con le idee. Manca la nostra capacità di uscire dal narcisismo e dalla bolla, di capire quello che sta succedendo e come mai mentre la nostra inscalfibile, fortissima e bellissima visione del mondo sta crollando indebolita dalla sua stessa sconfitta noi siamo stati fermi. Abbiamo atrofizzato e “gentrificato” il pensiero e non siamo più riusciti a produrre idee. Culturali, pratiche, politiche. Sappiamo benissimo da dove arriviamo, non abbiamo la minima idea di dove vogliamo andare.

Il nostro nemico è il nostro stesso vuoto pneumatico. Quello che stesso vuoto che ha creato la distanza e la voragine che alla lunga ha prodotto Fusaro. A noi i Like su Facebook, a loro i voti alle prossime elezioni.

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Perché odiate Laura Boldrini?

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Uno dei grandi misteri italiani è l’odio che suscita Laura Boldrini. Perché la odiate? Perché vi sta così tanto sulle palle? Perché Laura Boldrini, più di tutti gli altri, è diventato il simbolo, il bersaglio preferito dell’odio di questo paese? La violenza che si sprigiona nei commenti sulla sua bacheca e, più in generale, dopo ogni sua dichiarazione o presa di posizione non solo è ingiustificata, ma è inimmaginabile: è proprio un tipo di violenza – verbale, ovviamente – che io, ad esempio, non vedo concepibile nei confronti di un’altra persona.

Perché dite che è antipatica? Perché è donna? Perché è una donna molto competente e che ha avuto una vita precedente alla politica dove ha visto cose che la metà di noi si sogna? Perché è una donna che oltre a essere molto competente è in una posizione di potere evidente e vi dà fastidio che sia una donna a detenere questo potere? E vi infastidisce che questo potere sia tenuto non solo da una donna, ma da una donna bella, di una bellezza non compiaciuta e non compiacente, molto poco “pop” e con un atteggiamento molto poco “materno”? Vi infastidisce che Laura Boldrini sia una donna che non si comporta da mamma ma da persona?

Negli scorsi giorni abbiamo discusso molto dell’anonimato “protettivo” di Sarahah. Ma la più grande protezione che ci danno i Social è quella di riparare il corpo. Noi odiamo senza freni, ma odiamo senza mettere in discussione il nostro corpo: non lo facciamo di persona, lo facciamo come se quelle parole non ci appartenessero, non fossero parte di noi. Parole da un lato, corpo dall’altro. Un corpo sociale, che si muove negli spazi e che da quell’odio, quando viene attaccato, rimane colpito e tumefatto.

A me colpisce molto pensare che la gran parte delle persone che augurano a Laura Boldrini una morte per stupro come se fossimo in Game of Thrones, magari tornano a casa la sera dopo una giornata massacrante a lavoro e passano dai proclami d’odio (verso la Boldrini, verso i negri che ci rubano tutto, e cose così) al focolare domestico, giocare con i figli, abbracciare la propria moglie e andare a spasso con il cane. Come se odiare fosse non solo un’attività quotidiana, ma un’attività legittima, giustificata, incentivata.

Ecco, perché?

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Arriverà il giorno…

Arriverà il giorno in cui questa narrazione tossica produrrà i suoi frutti impazziti. Il giorno in cui non ci si limiterà a dare contro alle ONG (colpevoli di riempire il vuoto della politica) nelle chiacchiere da bar e si andrà in piazza. Si urlerà all’invasione. Si attaccherà il buonismo che sottende il “complotto”, la sostituzione del popolo, la lunga mano di Soros, l’arricchimento di MSF (o chi per loro, ‘che tanto sono tutte uguali) sulle spalle di gente che andrebbe «aiutata a casa loro». A casa loro, dove non li vediamo, e quindi non esistono. Arriverà il giorno in cui la piazza urlerà in modo isterico il suo odio a favore della paura, dal No Vax al No Trespass. La terra dei muri, dei recinti, del filo spinato. Attenti al cane, attenti all’italiano. Il tutto avallato da questa politica malsana che cerca di gestire il consenso inseguendo le parole d’ordine della sua stessa sconfitta. L’indistinto democratico in cui non ci sono più differenze e che supera i limiti di quello che è accettabile e quello che no. Arriverà il giorno in cui si andrà nei porti e, giustificati da chi ha per anni soffiato su questo fuoco, nell’insostenibile “silenzio della sinistra”, si impedirà alle navi di attraccare, si rispediranno in mare tutti, i negri e i buonisti. E arriverà il giorno in cui questo non basterà. In cui la violenza esploderà. E qualcuno, semplicemente, a casa, non ci tornerà più. Quel giorno ci renderemo conto di cosa abbiamo fatto, di dove siamo arrivati e di come nessuno – nessuno – è innocente.

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Se la politica avesse…

Se la politica avesse sempre seguito pedissequamente i sondaggi, gli umori del ‘paese reale’ e avesse ragionato per calcolo elettorale immediato non avremmo avuto progressi sociali come lo statuto dei lavoratori e le riforme dell’università, il divorzio, l’aborto e così via. Se le maggioranze fossero sempre andate avanti a ‘colpi di maggioranza’, non ci sarebbe mai stata per la minoranza la possibilità di farsi valere e innescare, quindi, processi di lunga portata (anche politica): non solo nell’arco parlamentare, ma nelle altre strutture dello stato (dalla Rai in giù, per dire). Se la politica si fosse sempre comportata come in questa XVII Legislatura, insomma, sarebbe sempre stata una ‘rappresentazione’ rumorosa e casinara che, però, non produce niente se non il suo stesso vuoto: un moto perpetuo disordinato e scordinato che insegue gli umori, se ne fotte del futuro – e anche del passato – restando alla contingenza del presente in cui conviene dire cose orribili come «aiutiamoli a casa loro», «non possiamo permetterci di salvarli». E tutto il corollario di vergogne che ogni giorno siamo costretti a leggere in nome di una sbandierata ‘rinuncia al buonismo’ che a me sembra sempre più una ‘rinuncia all’umanità’.

Stiamo assistendo in diretta agli ultimi atti di una crisi della Sinistra che arriva da lontano. Dalla caduta del muro, certo. Dal crollo della Prima Repubblica, assolutamente. Ma anche dalla globalizzazione, cui non è riuscita a dare un’interpretazione che non fosse avallare i dettami economici della destra, che abbiamo accettato con la promessa di una maggiore crescita economica (che sul breve periodo c’è anche stata) che avrebbe assorbito le disuguaglianze grazie al welfare e ai paracaduti sociali. Impoverendo sempre più lo stato, svuotando la società di senso, cambiandone il ‘tessuto connettivo’ con materiali sempre più scadenti, sono via via venuti meno sia il welfare che i paracaduti. E quello che resta è solo una grande paura, una rabbia e una frustrazione che non si traduce più in una retorica della sovversione futura, ma in un voto isterico di reazione verso chi promette il ritorno al passato magico in cui i problemi non c’erano o meglio, come fa notare Eschaton, restavano fuori dal nostro campo visivo. Quello che resta, è un territorio – sia politico che mentale – da cui ci siamo fatti ormai colonizzare e che abbiamo introiettato con sconcertante inconsapevolezza. Siamo in un neo-nichilismo che si chiude in se stesso fino a tradursi nell’istinto di morte.

Perché il PD non deve rinunciare alle primarie

Il tragico epilogo di Ignazio Marino come sindaco di Roma è la dimostrazione della fallacia delle primarie aperte come metodo di selezione della classe dirigente? Lo sto leggendo da più parti, in scia a una «corrente carsica trasversale» che da tempo spinge per una loro revisione, se non annullamento. Un errore devastante.

Prima di tutto sarebbe un errore logico fondamentale. Il segretario del Partito Democratico è stato poi nominato Presidente del Consiglio proprio grazie allo straordinario successo delle primarie congressuali del 2013, e da sempre ha usato la consultazione popolare per scalare e affermarsi nella gerarchia politica. Dalla vittoria fiorentina in avanti, la storia di Matteo Renzi è stata un’ascesa «di popolo democratico» e lo dimostra la forbice tra la fase di consultazione interna al PD (dove Renzi prese il 46%) e quella ‘aperta’ (dove arrivò all 67%). Rinunciare alle primarie sarebbe una gigantesca ‘sconfessione cognitiva’ di tutto il percorso fatto da Renzi in primis.

C’è dell’altro. Nel 2016 si andrà al voto in alcune cruciali città italiane: Milano, Napoli, Bologna, la mia Torino e probabilmente anche Roma. Decideremo sull’asse portante del paese in elezioni che non saranno solo più amministrative, ma – nella percezione, nel racconto, nel senso comune – vere e proprie politiche. Milano e Napoli hanno già annunciato che ricorreranno alle primarie il 7 Febbraio, e a Milano ci sono da tempo due candidati. Nella situazione attuale sarebbe bellissimo istituire un «Primarie Day Democratico». Prima di tutto per verificare lo stato di salute della coalizione: che tipo di perimetro vogliamo tracciare? Il centro-sinistra – come a Milano è già stato dichiarato da chi vuole lavorare nella scia della ‘rivoluzione arancione’ di Pisapia – o riproporre lo schema delle larghe intese (che ogni sondaggio indica come perdente) sull’onda di un senso di responsabilità tanto decantato quanto trasformato in una semplice agenda di conservazione? Inoltre, le amministrazioni hanno bisogno di confrontarsi su programmi politici, su idee diverse ma dentro la cornice del progressismo. Che tipo di città abbiamo in mente per il futuro? Quali sono le visioni strategiche per i prossimi dieci, o vent’anni? Tutto questo andrebbe discusso in un confronto aperto e partecipato: e legittimato dalle primarie.

Dal congresso nel 2013 molte cose sono cambiate: la velocità che abbiamo imparato a conoscere ha sconvolto tutto, rendendo inattuali i programmi precedentemente votati. Occorre tornare al confronto: anche per allargare, per andare a prendere il meglio del dialogo e confronto tra mondi, società e persone che non si iscrivono ai partiti ma vogliono essere, comunque, cittadini attivi nel XXI secolo.

Se la leadership più ‘aperta’ e ‘disintermediata’ della storia politica italiana si chiudesse nelle ‘oscure botteghe’ per decidere tutto a tavolino in base a una convenienza politica del breve periodo e non del confronto la perdita sarebbe di tutti.

Una fetta consistente di iscritti al Partito Democratico non ha accettato l’idea delle primarie. Penso sia un retaggio di chi è intimamente convinto – in assoluta buona fede – che solo i partiti organizzati abbiano in sé gli strumenti per la selezione della classe dirigente e gli anticorpi per espellere le impurità che rischiano di compromettere il disegno politico complessivo sull’onda della tradizionale contrapposizione tra «politica» e «società civile». Non credo sia così: le strategie dell’attività politica sono cambiate e la militanza in senso tradizionale va riconfigurata intorno alle esigenze della società del 2015, senza rinchiudersi nel solo ricorso a consultazioni interne, per evitare che le nostre configurazioni mentali si trasformino in ‘filtri’ perdenti, facendoci leggere la realtà non per come è ma per come vogliamo che sia, o per come la riconosciamo in base alle ‘nostre’ categorie. Come se anche nella ‘vita vera’ ci fosse la «filter bubble» di cui parla Eli Pariser. Se ci chiudiamo non vediamo più la realtà, ma un filtro del reale dove interpretiamo solo quello che ci fa comodo. La politica non riesce più a subordinare a sé la società in un grande progetto complessivo e se c’è qualcosa di «liquido» non è il partito, ma la delega di rappresentanza. Insomma, quando ti chiudi in te stesso credi di avere delle finestre molto grandi da cui guardare il mondo, ma spesso invece si tratta di un bunker.

Si accusano le primarie di aver favorito infiltrazioni di vario genere, da quelle, più leggere, di elettori di destra che votano esponenti del PD più vicini alla loro sensibilità, a quelle, ben più gravi, di gruppi di interesse più o meno leciti. Non sono le primarie il problema. Lo dico sinceramente: sono contento se un elettore che ha sempre votato a destra arriva a votarmi se l’ho convinto della validità del mio programma e della forza delle mie idee; sono meno contento se questo elettore mi vota semplicemente perché ho iniziato ad assomigliare a lui, ma questo capiterebbe con o senza le primarie.

Le infiltrazioni altre, poi, sono ‘inutili’ se non hai delle persone da votare, e le persone vengono votate se raccolgono un certo numero di firme per presentare la loro candidatura. Queste firme si raccolgono dentro il partito: ed ecco emergere la mitologica figura del ‘capataz’ e dei suoi pacchetti di tessere. Pacchetti. Di. Tessere. Tessere di partito. Iscritti fantasma che firmano a comando per far candidare le ‘sue’ persone e sostenere, quindi, un disegno che di politico ha ben poco. Il caso di Roma lo conosciamo tutti, ormai. Ma non è isolato, purtroppo. E questo accadrebbe anche senza primarie.

Il Partito Democratico nasce con le primarie. Sono d’accordo con Daniele Viotti quando dice che PD è sinonimo di primarie. I fattori di rischio ci sono ma devono semplicemente essere ridotti con regole certe. Non dobbiamo rinunciare alla partecipazione e all’allargamento, anche perché quando ci si rinchiude si fa capire di avere paura, e quando si fa capire di aver paura è finita. Perché si smette di avere idee, di disegnare un orizzonte e di fare politica e ci si limita semplicemente a gestire ‘il condominio’, chiudendosi in quello che si sapeva ieri senza interessarsi a quello che si saprà domani.

Non puoi occuparti di politica se vuoi semplicemente gestire l’esistente.

Facciamole, queste benedette primarie. Facciamole il 7 Febbraio. Da Torino a Napoli, da Roma a Milano. Facciamole per confrontarci e per disegnare il paese che vogliamo a partire dalle nostre città. Non rinunciamo agli strumenti di partecipazione solo perché hanno dei rischi. Non rinunciamo all’apertura. Smettiamo di rinunciare. Perché qui sta cominciando a mancare l’aria.

Il recinto largo della sinistra

Non mi piace il consociativismo; non è vero che destra e sinistra possono governare il Paese insieme. Io non credo, come mi capita spesso di sentir dire dai salottieri che discutono di politica con un bicchiere in mano, che la sinistra sia morta. Destra e sinistra hanno due visioni del mondo diverse e inconciliabili. Ma la sinistra deve avere un recinto molto largo: per governare bisogna essere maggioranza. Accettare delle mediazioni alte – cosa ben diversa da un compromesso ignobile – è politica.

Giuliano Pisapia, Milano Città Aperta, Rizzoli 2015, p.71