Indignarsi è utile, ma non serve: cosa cazzo facciamo?

che_fare.jpg

Indignarsi per i titoli di Libero (su cui deve intervenire l’Ordine dei Giornalisti, sia chiaro) è giusto ma se non si fa il passo successivo rischia di essere uno sterile esercizio di stile (quasi consolatorio) per ricordarsi di sentire ancora qualcosa. Libero e il Giornale; trasmissioni TV come Quinta Colonna, la Gabbia e Dalla vostra parte; programmi radio come La Zanzara e lo Zoo di 105; financo pagine Facebook bomberiste e misogine che raccolgono centinaia di migliaia di Like fanno semplicemente il loro lavoro. Fanno audience e traffico sulla paura, la banalizzazione e lo scaricabarile. Costruiscono il nemico (il negro, l’immigrato, il povero, il debole, l’omosessuale, la donna) e lo fanno in modo strisciante, carsico, profondo. Non sono solo slogan. È una vera e propria egemonia della deresponsabilizzazione, naturale (e pericoloso) sbocco pratico di questa età del risentimento che stiamo attraversando.

Io non lo so se invocare la censura o cercare di non dare eco a quelle micro-bolle sia la strada giusta. Forse dovremmo partire dalle basi: la consapevolezza è necessaria, così come è fondamentale l’azione. E l’azione di chi crede ancora a un minimo comun denominatore di decenza, rispetto, tolleranza e integrazione deve puntare a vincere la battaglia delle idee. Costruire una contro-egemonia. Andare nei luoghi del conflitto senza pensare di avere ricette pronte (no, non funzionano più) e abitarlo, combatterlo senza mettere la polvere sotto il tappeto. Dati, fatti, lotta. Ma anche parole e pensieri nuovi, innovativi, non di convenienza. Indignarsi non è più sufficiente. Su quello siamo tutti d’accordo. La domanda, semmai, è un’altra, e arriva da lontano. Winter is coming: che cazzo facciamo?

(su facebook)

Annunci

Il vero capolavoro pop

[…] sentendo parlare adesso di quegli anni leggendo i libri di storia degli anni Ottanta che cominciano a uscire, e che parlano soprattutto di Dallas e Dinasty, dei Nuovi Condottieri Gardini De Benedetti Berlusconi Agnelli, della Milano da bere, delle vacanze in yatch, libri che dicono insomma le cose che tutti sanno e si ricordano, le cose che tutti allora vedevano e che già sembravano strane o interessanti o epocali allora – viene il dubbio che il vero capolavoro pop degli anni Ottanta stia proprio in questa gigantesca lezione di irrealtà: aver fatto credere a tutti, anche agli storici di oggi, che quella era la vita, quelle le cose che davvero contavano e definivano lo spirito del tempo, mentre invece tutta questa Apparenza era forse soltanto apparenza, e la vita vera correva su tutt’altri binari, e tutta un’altra realtà – reale, questa – si stava preparando.

Claudio Giunta, Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo (Il Mulino 2013, p. 270)

E noi podemos?

Leggendo l’interessante reportage di Alessandro Gilioli su Podemos, che trovate su L’Espresso di questa settimana, emergono tutte le differenze – anche di spessore intellettuale e capacità di analisi – tra chi vuole fare la Sinistra e chi la sinistra la fa senza dirlo. Uno può entrare nel merito o meno delle singole proposte (io ad esempio su molte sono d’accordissimo, su altre meno, ma ci sta), ma è indubbio che questo partito – che in Italia, nota bene, verrebbe considerato «un partito dei professori», visto che si tratta di ricercatori di varie Scienze Sociali dell’università Complutense di Madrid – rappresenti uno ‘shock culturale’ per certi versi maggiore di quello rappresentato da Alexis Tsipras in Grecia. La domanda che si fanno tutti, da noi, ovviamente è: «e noi podemos?». A questo risponde non tanto Alessandro, quanto Carlos Falcon, direttore di Diario Público, giornale vicino a Iglesias: «In Italia è troppo tardi». E lo fa non con una mera analisi di spazi elettorali e flussi di voto, quando con un’analisi teorica sull’egemonia culturale di questo paese:

L’appuntamento con la storia voi l’avete avuto vent’anni fa, quando è crollata la Prima repubblica come da noi oggi sta precipitando il bipartitismo. Solo che in Italia la risposta è stata Berlusconi, con le sue tv: quindi ha vinto il populismo di destra. a nostra Tangentopoli è invece scoppiata nell’era di Internet, in un contesto di cittadinanza che si informa e si organizza autonomamente, senza farsi influenzare dai grandi media.

Forse un po’ troppo apocalittico, e con toni eccessivamente complottistici, ma lo spunto è interessante e centrato. Ovviamente l’analisi meriterebbe ampio spazio e la discussione, soprattutto da noi, mi sembra essere arrivata a un punto in cui si possono già azzardare delle ‘strade future’. Ciò detto, resta comprensibile lo scetticismo sul replicare le esperienze che altrove hanno successo semplicemente attaccandoci etichette alla moda. Non funziona.