Arriverà il giorno…

Arriverà il giorno in cui questa narrazione tossica produrrà i suoi frutti impazziti. Il giorno in cui non ci si limiterà a dare contro alle ONG (colpevoli di riempire il vuoto della politica) nelle chiacchiere da bar e si andrà in piazza. Si urlerà all’invasione. Si attaccherà il buonismo che sottende il “complotto”, la sostituzione del popolo, la lunga mano di Soros, l’arricchimento di MSF (o chi per loro, ‘che tanto sono tutte uguali) sulle spalle di gente che andrebbe «aiutata a casa loro». A casa loro, dove non li vediamo, e quindi non esistono. Arriverà il giorno in cui la piazza urlerà in modo isterico il suo odio a favore della paura, dal No Vax al No Trespass. La terra dei muri, dei recinti, del filo spinato. Attenti al cane, attenti all’italiano. Il tutto avallato da questa politica malsana che cerca di gestire il consenso inseguendo le parole d’ordine della sua stessa sconfitta. L’indistinto democratico in cui non ci sono più differenze e che supera i limiti di quello che è accettabile e quello che no. Arriverà il giorno in cui si andrà nei porti e, giustificati da chi ha per anni soffiato su questo fuoco, nell’insostenibile “silenzio della sinistra”, si impedirà alle navi di attraccare, si rispediranno in mare tutti, i negri e i buonisti. E arriverà il giorno in cui questo non basterà. In cui la violenza esploderà. E qualcuno, semplicemente, a casa, non ci tornerà più. Quel giorno ci renderemo conto di cosa abbiamo fatto, di dove siamo arrivati e di come nessuno – nessuno – è innocente.

(pubblicato su Facebook)

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Narrazione vs Azione. Il caso delle P.IVA

C’era una volta un manipolo di persone che volevano cambiare il Partito Democratico rovesciando l’agenda tematica di quello che si candidava a essere un grande partito di governo di centrosinistra portandolo nei problemi del lavoro contemporaneo. Ad esempio, portandolo a parlare di Partite IVA.
C’era una volta un manipolo di persone che si sono prese il Partito Democratico attraverso una convincente narrazione sull’individuo artefice del proprio futuro se dotato di intelligenza, intraprendenza e voglia di mettersi in gioco. L’individuo, insomma, che al posto di cercare lavoro ‘si inventava’ un lavoro.
C’era una volta un manipolo di persone che avrebbe finalmente parlato ai giovani professionisti, ai non rappresentati, a quelli che avevano un sogno e volevano provare a realizzarlo nel proprio paese. Sì, un sogno che non si sarebbe infranto per colpa di una burocrazia bizantina, di un consociativismo fuori tempo massimo, di un protezionismo che puzzava di paura. No, c’era finalmente un Partito pronto a cogliere la sfida del futuro. Non c’è alternativa al futuro, dicevano.
C’era una volta, e forse non c’è più. Perché se questo emendamento che va a colpire i liberi professionisti, di fatto limitando il loro raggio d’azione e le loro possibilità, venisse confermato, sarebbe un boomerang, un inciampo logico, pure contro-intuizione.
C’era una volta un manipolo di persone che voleva portare l’Italia in Europa, salvo accorgersi che l’Europa sta andando da un’altra parte.

Tsipras, Varoufakis e il rock’n’roll

Dalla manifestazione per il "No" in piazza Syntagma ad Atene, 3 luglio 2015. Foto di Alexia Tsagkari (fonte: Vice Italia).

Dalla manifestazione per il “No” in piazza Syntagma ad Atene, 3 luglio 2015. Foto di Alexia Tsagkari (fonte: Vice Italia).

La si può mettere un po’ come la si vuole. Però un fatto resta incontestabile. I movimenti di piazza. Le foto del popolo di piazza Syntagma che vive con partecipazione e trasporto collettivo un appuntamento con la Storia, con tatuaggi ‘oxi’ sulle braccia, vivendo sulla propria pelle il voto del referendum. Varoufakis che si dimette. La sua frase «Porterò con orgoglio il disprezzo dei creditori» e l’immagine di lui in t-shirt, come se per portare questo disprezzo non ci fosse bisogno di giacca e cravatta. Alexis Tsipras in maniche di camicia che si oppone al potere costituito. È un sistema simbolico che ci dice come Syriza abbia dimostrato ieri per la prima volta da anni che la politica può effettivamente essere rock’n’roll. Che poi alla fine non importa che «I fought the law and the law won». Perché per la prima volta da anni qualcuno ha detto «avrei preferenza di no». Per la prima volta dopo anni, qualcuno ha cercato di rovesciare l’esistente. «[They] love you. Yeah yeah yeah».

Per un’Europa oltre l’austerità bisogna immaginarsi una nuova via

Quando immaginate un incontro politico di solito vengono in mente iniziative ingessate e polverose, dove al posto degli interventi c’è una passerella, dove ognuno fa sostanzialmente pubblicità a se stesso e parla alla propria nicchia confermando quelle poche certezze che ancora abbiamo e alla fine torniamo a casa rinfrancati, e da domani poi però si ricomincia sempre con la solita minestra. A che tipo di incontri vorreste andare? Del resto, quando usiamo la parola ‘politica’, non intendiamo solo un termine che indica quella cosa fatta di partiti, rapporti di forza e giochi di potere. Intendiamo una visione del mondo, un’idea di futuro, una cultura e il tentativo quotidiano e diffuso di raggiungere dei risultati. Delle passerelle ci interessa poco. Soprattutto perché ci interessa avere qualcosa da dire. E, secondo me, domani ci sarà molto da dire.

Lunedì 29 Giugno, infatti, Daniele Viotti ha l’occasione di ospitare Kristalina Georgieva, che non è solo commissaria, ma è anche vicepresidente della commissione europea. Ma non verrà a spiegarci come mai è giusto mandare la Grecia fuori dall’Euro, no. Prima di tutto perché non è giusto. E in secondo luogo perché non si parla di questo. Ci sono diverse persone da ascoltare. Persone che hanno studiato, che hanno domande, che hanno proposto qualcosa che vada oltre la semplice ricetta dei tagli e delle tasse per ‘creare’ innovazione e, banalmente, ‘creare’ futuro. Alla fine il problema dell’Europa è che, stringi stringi, impegnandosi troppo a tenere i conti a posto, si è dimenticata di immaginarsi un futuro per tutti e non solo per alcuni.
Avremo, ad esempio, gli studenti delle Università di Torino, Milano e Pavia che affronteranno alcune discussioni di carattere economico con la commissaria, per capire come mai questa politica di tagli sia l’unica via e se non sia possibile immaginarsene una nuova. Appunto, La nuova via. E avremo anche alcuni personaggi che ci racconteranno come sia possibile lavorare affinché si superino i paradigmi dell’austerità. Perché non è solo un fatto di numeri, è anche un fatto culturale. Egemonico, per dire una parola che non usiamo più. Da Bruce Sterling a Jasmina Tesanovic che ci parlano di demotica e futuro, a Matteo Zulianello che ci parla di ‘energia’ (che sarà il tema cruciale dei prossimi 200 anni) e Pietro Dominici che ci parla di ‘complessità’ (quella cosa che la politica italiana si è dimenticata) e davvero tanti altri che vi invito a scoprire sul programma.

Quando mi immagino un evento politico mi immagino un evento a cui mi verrebbe voglia di partecipare. Ecco, questo è quel tipo di evento. Ci vediamo domani, alle 18, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino.

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Forse.

Forse non sapremo mai che cosa rende sopportabile la sinistra. Che cosa ci rende sopportabili a noi stessi. Forse dovremo aspettare altri fantasmi, l’aggirarsi di altri spettri. Forse la risposta – altro che soffio nel vento, e non si aggira neppure per l’Europa – è lontana come un fenomeno paranormale.

(Edmondo Berselli, Sinistrati. Storia sentimentale di una catastrofe politica, Mondadori 2008)

Più lo leggo più mi chiedo che cosa avrebbe pensato Berselli di Matteo Renzi.

Pertini, la Lega Nord e l’appropriazione nazional-popolare

Molti hanno giustamente trovato fuori luogo la Lega Nord che cita il discorso presidenziale di Sandro Pertini (video) in contrapposizione a quello di Giorgio Napolitano. Ed è sacrosanto sottolineare la differenza e la distinzione tra quello che appare e quello che invece si vuole far passare (ad esempio il passaggio sull’Europa). Così come è fondamentale, soprattutto di questi tempi, ricordarsi che la storia non è una pappa indiscriminata e indistinta a cui si attinge quando più fa comodo (cfr. Furio Jesi). Insomma, ricordarsi di chi fosse Pertini, cosa rappresentava e da dove veniva è un esercizio giusto. Ma questo meccanismo di citazione va a toccare altri aspetti. Per certi versi, aspetti che rendono addirittura «inutile» qualunque esercizio rivendicativo.

La Lega Nord ha citato Pertini semplicemente perché in quel momento rappresentava un «altro» rispetto a Napolitano e tutto quello cui l’attuale ufficio della Presidenza della Repubblica rappresenta. Lo cita attraverso quella logica di appropriazione superficiale di tutto quello che è utile in un dato momento a conferma di una tesi e di un’opposizione. Non importa se Sandro Pertini non esprime critiche all’Europa (bensì all’approccio «da mercanti» che lascia fuori nazioni come Spagna e Portogallo). Importa che una figura ‘pop’ e percepita come ‘vicina alla gente’ esprima una perplessità generica e subito questa diventa una presa di posizione contro l’Europa delle banche – che stritola la gente onesta – e quindi utile alla strategia anti-europa della Lega.

Qualche tempo fa Francesco Merlo ha scritto su Repubblica un’interessante articolo sulla ‘nuova’ Lega di Matteo Salvini (lo potete leggere qui) in cui si descrive il nuovo partito come un contenitore che va a raccogliere tutto quello che banalmente non viene raccolto dal PD ‘partito-nazione’ di Renzi. Da Giulietto Chiesa a Vladimir Putin, da Marine Le Pen a Kim Jong-un. Un «joker pigliatutto», diciamo. Che prende quello che serve e quando serve. Senza nessun tipo di rispetto o interesse per il contesto, per il momento e per la storia che c’è dietro.

Forse questi sono i tanti temuti lati oscuri della politica post-ideologica e del racconto svuotato da qualsiasi attinenza dai fatti reali. Dove non esiste una coerenza di idee, ma una coerenza di racconto. La Lega è nazional-popolare, vicina alla gente; Pertini è un’icona nazional-popolare, vicina alla gente. La Lega critica l’Europa; Pertini dice «ma che Europa è mai questa?». Allora il messaggio di Pertini è utile, 31 anni dopo, a rafforzare il messaggio della Lega Nord. O quantomeno di chi crede e segue il suo nuovo racconto.