L’indistinto democratico

Questo spaesamento fideistico segna in realtà a fine dell’affidamento alla politica, che aveva accompagnato il lungo dopoguerra di pace in cui abbiamo vissuto. Debole o forte, sospetta, lontana o troppo vicina, la politica sedeva comunque a capotavola nella società contemporanea, governava il mazzo di carte che distribuiva alle parti in gioco. L’abuso di potere ha consumato il ruolo. La separazione, la cooptazione e l’autoconservazione hanno fatto il resto. La fine sacrosanta delle ideologie che hanno imprigionato il Novecento ha fatto crollare anche ogni impalcatura di pensiero, ogni identità culturale, qualsiasi senso di appartenenza che vada oltre il contingente e l’effimero. Sembra che le idee non servano più alla politica, rassegnata a vivere nell’interpretazione del presente, senza tradizioni e senza proiezioni, come se il suo mondo fosse cominciato ieri e dovesse finire domani. Il risultati è l’uniformità culturale di un indistinto democratico che ha introiettato il senso di colpa della crisi invece di provare a governarla. Anzi ha fatto di più, ed è il suo peccato capitale: ha delegato alla crisi la riconfigurazione del sociale, tagli, fratture, nuove esclusioni, disuguaglianze, nuove soggettività, senza un disegno autonomo di società, senza un progetto di contrasto, senza l’embrione di un pensiero alternativo, nemmeno un’obiezione culturale.

Ezio Mauro, Democrazia Open/Close, su «L’Espresso», n.19, anno LXIII, 7 Maggio 2017.

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L’analisi della sconfitta, quella lunga per davvero.

Due settimane fa, per commentare la debacle del Partito Democratico alle elezioni regionali (sì, ok, il 5-2 è un numero sterilissimo buono solo per far finta che vada tutto bene) scrissi sul mio profilo Facebook «Se allarghi a destra poi arriva la destra – quella vera – e si prende i voti che volevi. E intanto li hai persi a sinistra». Penso sia una tesi semplice, lineare e al tempo stesso verissima. Ma c’è anche molto di più, dopo questi ballottaggi che – se possibile – sono stati ancora più disastrosi del primo turno. Alcune cose le avete dette in molti, ed è inutile ripeterle. La destra unita vince contro una sinistra frammentata. Il PD, nei territori, si comporta ancora secondo logiche da ‘vecchia politica’ puntando sull’autoreferenzialità di una classe dirigente che si dimostra poco propensa all’analisi del contesto per procedere a testa dritta verso il fallimento. La debolezza di «Matteo Renzi segretario» che, impegnato a governare coi risultati che ognuno valuterà secondo i suoi parametri, si è dimenticato di essere l’autista di una macchina estremamente complessa. Perché il partito non è un giocattolo, né un comitato elettorale permanente (e queste ultime elezioni ce lo hanno fatto capire molto bene). È una struttura complessa che però non può chiudersi e bastare a se stesso. Hanno ragione tutti i teorici che sottolineano la necessità di andare oltre il «partito di massa» del Novecento. Da Ignazi a Calise, da Revelli a Tocci e Barca si sottolinea la necessità di un modello nuovo.

La vittoria del congresso di Matteo Renzi, che ha innescato un processo che è partito dalla staffetta con Enrico Letta a Palazzo Chigi per arrivare al ‘trionfo’ del 40,8% alle europee, ha fatto credere agli osservatori più attenti e brillanti (sono ironico) che non servisse più nessun partito, nessuna struttura organizzativa e operativa, nessuna portaerei difficile da guidare. Basta muoversi, surfare la cresta dell’onda, muoversi tra le luci della ribalta, gli spot elettorali, le nuove parole d’ordine. La politica trendy e cool come conseguenza della politica disintermediata e pop. Quello che non abbiamo capito, però, è che il pop è una cosa seria. E che la comunicazione politica è una cosa diversa dalla politica. E se esistono le organizzazioni, i famosi e vituperati corpi intermedi, un motivo ci sarà. È un po’ come la storia di chi pensa che i politici non facciano niente perché non hanno voglia di fare niente perché essendo la politica italiana un circo Barnum, sostanzialmente, non ha nessuna legittimità e nessuna credibilità. Il problema non è la politica (che è una cosa bella ed estremamente complicata). Il problema è chi la interpreta. Ed è un problema di ‘cultura’. Non nel senso di nozioni, ma nel senso di concentrato di forze e pulsioni che si traducono in metodo, azione e immaginario.

Matteo Renzi è il segretario del Partito Democratico, ed è stato eletto sulla scia di un cambiamento che si è intestato senza che nessuno glielo chiedesse. È diventato «la risposta alla domanda di se stesso». Si è reso inevitabile. E nel suo 67,55% ci sono tantissimi voti inevitabilisti. Ovvero quelle persone che hanno creduto in buona fede nel bisogno di una scossa tellurica all’apparato, alla ditta, e che la vedeva possibile grazie all’azione decisa dell’allora sindaco di Firenze. Per gli inevitabilisti intendo una categoria sociale che non segue la politica per lavoro o per (malata) passione, ma una grandissima quantità di persone che hanno in comune con noi passioni, gusti, orizzonti e modi di azione. Come sapete ho votato altro, ma non ho mai creduto alla favola dei «voti di destra» nell’affermazione di Renzi. Prima di tutto perché ha vinto la fase delle convenzioni interne al partito. Inoltre, perché in quei voti ci sono anche tantissime persone che hanno semplicemente espresso la necessità di qualcosa di nuovo e non seguendo la politica palmo palmo hanno ritenuto Renzi l’espressione più utile per rispondere a quella domanda. Questo perché un grande partito deve avere l’ambizione di governare. E governare con l’ambizione di «cambiare il mondo». E la macchina del segretario, il «partito della narrazione», era esattamente questa cosa qui. L’idea del cambiamento. Del cambiaverso. Adesso! Anzi, ieri.

Certo, penso sia fisiologico che una quantità di voti di destra ci siano. Questo perché Matteo Renzi è stilisticamente affine a un humus culturale generato dal clima degli anni Ottanta e Novanta, un humus culturale che agisce nel «frame» neo-conservatore. Quello, insomma, che rappresenta la coda lunga della cesura Reagan-Thatcher e che si traduce in diverse declinazioni. Sia guardandola da destra, sia guardandola da sinistra. Renzi è la “sinistra” di questa grande cesura. Che ha visto, tra gli altri esponenti, pur in eccezioni diversissime, Bill Clinton, Tony Blair e – per certi versi che prima o poi mi prenderò la briga di spiegare per bene – José Zapatero e Massimo D’Alema. Sono convinto che il voto nella modernità liquida non sia legato a logiche ‘conoscitive’, ma a logiche ‘attrattive’ e ‘seduttive’. E il 40,8% di Matteo Renzi alle elezioni europee sia un mix di speranza di cambiamento autentica, di riconoscimento elettorale (gli 80 euro) e di attrazione. Ed è in quell’attrazione che sta tanto di quel voto «di destra». Voto Renzi perché parla come me. Vicinanza, empatia. Mettete nel conto, poi, una naturale tendenza antropologica italiana al ‘centrismo’ (tendente verso destra) e il conto è presto fatto.

Poi, certo, le cose sono molto più complicate di così. Io, ad esempio, per naturale tendenza a salvare il salvabile fino alla fine, non ho mai visto di cattivo occhio che persone di destra votassero sinistra. Anche perché, nella mia estrema ingenuità, ho sempre pensato che una persona che in passato ha votato destra potesse votare sinistra sulla base di un cambio di idea. «Mi sono convinto, proviamo a vedere come va». Ecco, fosse così non ci sarebbe niente di male perché la battaglia destra/sinistra – che esiste, non è roba superata e retaggio del secolo scorso – si fa sulle idee, e se ti convinco delle mie idee non c’è niente di male. Anzi, forse sono anche stato bravo. Quello che invece non mi piace è che il voto sia un gesto puramente estetico. E l’elettorato di destra che ha votato Renzi l’ha fatto per ‘vicinanza stilistica’. Nessuno legge i programmi politici, tranne gli iscritti al Partito Democratico. Che ormai siamo dei panda, da tenere sotto osservazione pena estinzione. Che ormai siamo tra i pochi convinti che la politica sia una cosa seria e che ci debba essere una coerenza tra quello che si dice e quello che si fa. O per lo meno motivarlo. Ma fa niente.

Il senso di un’azione politica – però – si misura anche con quello che succede nel territorio. Non esiste solo il centro. Non esiste solo la periferia. Ma esiste un sistema complesso. Somewhere in between. Un partito nazionale grande e diffuso deve innescare il cambiamento che racconta a tutti i livelli. Altrimenti non è altro che gestione di potere. Altrimenti non è altro che conservazione. E prima di tutto se ne accorgono gli iscritti, che non rinnovano, se ne vanno, chiudono baracca e burattini. E poi scene accorgono gli elettori. Questo perché il livello nazionale e il livello locale sono diversissimi. Da un lato hai la «politica pura». Dall’altro hai la «politica realizzata». E gli elettori che percepiscono il nazionale come un livello più ‘astratto’ e per certi versi ‘teorico’ (anche questa prima o poi la spiego bene) sono pronti a scommettere con più facilità anche sull’attrazione. Nel locale, invece, il rischio è molto più alto, quindi si scommette meno. E, soprattutto, c’è più memoria. Quando il ‘cambiamento’ è incarnato dalla conservazione dei sistemi di potere che hanno incancrenito i territori per anni, allora il gioco non funziona. Il Partito Democratico ha perso tantissimi voti perché non riesce più a incarnare, per lo meno nei territori, la speranza di cambiamento, la visione del futuro. È percepito come un corpo chiuso, distante, ‘ostile e nemico’. E, soprattutto, hai un partito enorme e monolitico che diventa veicolo del malaffare, del ‘male’ radicale (vedi Roma). Che prende nelle ossa, nella spina dorsale del paese e la distrugge. Per un partito nato dalla messa in pratica del compromesso storico e della questione morale, è il più grande tradimento possibile.

Questo perché da un lato hai un senso della vittoria che vale in se stessa (il fine giustifica i mezzi… e i metodi). Dall’altro hai una realtà che si scontra con il fatto che a vincere deve essere l’idea di una politica, non una sigla vuota. Non mi interessa urlare ai quattro venti la parola «sinistra» se questa deve essere vuota, una rendita di posizione, un biglietto da visita, un passepartout. A me interessa ‘fare’ robe di sinistra laddove per me sinistra vuol dire apertura, coinvolgimento, partecipazione, sostenibilità, innovazione, uguaglianza. E, soprattutto, vuol dire complessità, analisi, profondità. Evitare la retorica della risposta facile a domande complesse. Evitare di surfare laddove è necessità guardarle con timore, le onde (curiosamente, chi parlava criticamente di surf come pratica culturale è uno dei principali ispiratori narrativi dell’azione politica di Matteo Renzi, Alessandro Baricco ne I Barbari).

Ha ragione Fabrizio Barca quando scrive che i partiti devono essere gli strumenti di sintesi della complessità contemporanea per trasformarla in azione politica. E ha ragione Daniele Viotti quando dice che l’azione politica va sintetizzata attraverso nuovi metodi e nuove pratiche, per un rinnovamento sostanziale della classe dirigente (ma non sulla base della cooptazione fascinosa, ma della formazione culturale). Ha ragione Marco Damilano quando dice che Renzi non ha costruito una classe politica all’altezza dell’aspettativa del suo cambiamento. Hanno addirittura ragione quei due vecchi tromboni di Ezio Mauro e Zygmunt Bauman, che in Babel si interrogano sul ruolo della politica nella difesa della democrazia ai tempi dell’eterno presente intercettando la domanda fondamentale nel passaggio tra due grandi fasi ‘egemoniche’ (ci sarebbe poi da chiedersi come costruirla, quell’egemonia: soprattutto da parte del direttore del maggiore quotidiano italiano che pubblica la ‘colonna infame’ del sito di Repubblica). Ulrich Beck insisteva sulla riconfigurazione della metafora della sinistra per ricostruire la sinistra per davvero. Penso che questo non possa prescindere da un partito che si prende carico delle sfide vere e autentiche che ci sono sui territori (perché la sconfitta arriva da questo: dallo scollamento fortissimo tra vertice e territorio).

Sapete cosa? In politica non c’è niente che non sia inevitabile. E, soprattutto, non c’è niente che sia per sempre. E se si sono sempre fatte le cose in un modo, non è detto che non si possano fare in un altro modo.

La spataffiata sull’Italicum. Una questione di metodo.

La questione della Fiducia sulla legge elettorale è una questione di stile, una questione di metodo. Chiamatemi ingenuo, ma sono sempre stato convinto che il ‘modo’ in cui si fanno le cose sia parte integrante e determinate di quello che fai. E non devo nemmeno inventarmi esempi per farvi capire cosa intendo. Porre la Fiducia sulla legge elettorale è ‘bullismo’ allo stato puro. Come scrive Marco Damilano su L’Espresso, la maledizione di un Premier costretto a interpretare costantemente se stesso. Come sottolinea Ezio Mauro su la Repubblica, non un segnale di forza ma un gesto di estrema debolezza politica. La prova di forza, infatti, arriva là dove si teme di non portare a casa il risultato con un consenso che – e non sono tanti quelli che lo fanno notare – anche con le ipotetiche defezioni della «minoranza PD» il governo ha comunque alla Camera dei Deputati. Porre la Fiducia, e quindi porre l’ennesimo referendum su Matteo Renzi, è un gesto di grande arroganza proprio perché non dovrebbe esserci nessun referendum sul Presidente del Consiglio rivolto al partito di cui il Presidente del Consiglio è espressione. Perché capiamoci, questa Fiducia non è per nessun’altra che per il Partito Democratico. Ed è soprattutto l’ennesima mossa mediatica. Se il governo cade sulla legge elettorale, è colpa di chi si è preoccupato più dei loro privilegi che dei diritti dei lavoratori. Se il governo non cade sulla legge elettorale, i dissidenti si sono allineati perché preoccupati dei loro privilegi più che dei diritti dei lavoratori. Ma non bisogna essere un navigato spin-doctor per capire da soli che i governi, anche quelli più deboli, non cadono su una legge elettorale. Perché sarebbe davvero un suicidio politico. Per tutti.

Quindi perché la Fiducia? Per portare a casa la legge elettorale in fretta e furia e tornare alle urne? Soprattutto con una legge elettorale disegnata ‘su misura’ per un leader dal fortissimo consenso e dai modi ancora più forti come Matteo Renzi? Altrimenti come mai tutta questa fretta? A chi giova? A che serve stressare il dibattito in un periodo in cui – e qui sì, divento benaltrista – le priorità su cui focalizzare l’opinione pubblica sarebbero ‪#‎benaltre‬? Non entro nel merito dell’Italicum, non è questo il punto. Quello che non capisco è perché si leggano ovunque pareri che affermano che la legge elettorale non è bella né perfetta, ma che bisogna approvarla. Perché? Non capisco la logica del «fare tanto per fare» e non capisco nemmeno la logica della ‘forzatura’ e della prova di forza attorno a procedimenti che invece avrebbero per definizione bisogno di consenso ampio e concertazione anche lunga, anche noiosa, anche ‘vecchia’. Sì. Ecco, l’ho detto. E sì, probabilmente alcune richieste della minoranza PD (che tra l’altro nella notte già si è spaccata sull’atteggiamento da tenere sulla Fiducia) sono state accolte nella legge elettorale, ma se il clima ‘doveva’ essere sereno, allora perché sostituire i dissidenti in Commissione? Perché far ritirare gli emendamenti? Perché temere i ‘franchi tiratori’ ponendo un voto di Fiducia che, di fatto, galvanizzerebbe proprio quei ‘franchi tiratori’ che si vorrebbero evitare? E no, mi dispiace, ma non credo alla favola dell’eterna cattiva fede di chi vorrebbe solo e sempre impallinare Renzi.

Inoltre c’è una cosa che mi ha sempre dato molto fastidio, oltre alle questioni di metodo, di modo e di stile. Ed è citare a sproposito. La politica lo fa costantemente, ma adesso sembra diventata davvero una cifra stilistica. Non solo i libri, i concetti teorici, le questioni filosofiche messe a caso solo per apparire contemporanei ‘per definizione’. Ma anche i precedenti storici, cercare sempre la giustificazione citando quello che ha fatto «la Storia» dimenticandosi totalmente che ogni cosa nasce e si compie in un contesto specifico, che muta e cambia, e con delle condizioni specifiche che non sono mai uguali nel tempo. E che non serve a niente applicare alla complessità dell’oggi le soluzioni utili alla complessità di ieri.

L’Italicum passerà. È inevitabile. E tutto questo leaderismo probabilmente pagherà oggi, in termini di consenso elettorale. Ma cosa resterà di tutto questo domani? E dopodomani? Come ha scritto un mio contatto su Facebook, ed è una cosa che ho più volte scritto a più riprese io stesso: «Non credo ci sia un disegno eversivo, autoritario, dietro alle riforme. Il mio timore è che non vi sia proprio un disegno. Che il Governo – e il mio attuale partito – non abbia un’idea di Paese, se non vaghi richiami a valori e sentimenti generici. Cosa buona e giusta, necessaria, ma non sufficiente».