Il cerchio che si chiude

Facebook decide, quindi, di favorire i post personali con più interazione tra gli utenti della stessa bolla a scapito di brand e media. Di base può sembrare anche una cosa positiva: meno contenuti sponsorizzati (a meno che non si paghi di più), meno rischio fake news, meno cose brutte dal mondo. Se ci pensate, però, è inquietante. Mark Zuckerberg vuole che il tempo su Facebook sia “tempo ben speso”. Pare che l’uso dei social network, e quello che si vede e si fruisce, abbia delle conseguenze sul morale e l’umore delle persone. Che agisca proprio a livello chimico nel cervello. Per il New York Times, si tratta della svolta più significativa dell’azienda in anni: «We want to make sure that our products are not just fun, but are good for people. We need to refocus the system». Si tratta di una chiara indicazione “etica” da parte di un’azienda privata – che segue i propri interessi, eh – che ti sta dicendo non tanto cosa devi pensare, ma come devi pensare. È un passaggio che esclude ulteriormente, chiudendo ancora di più l’utente dentro una campana di vetro azzoppando considerevolmente l’uso di Internet come “media civico e attivo” (ricordiamo come Facebook sia stato fondamentale per creare reti e organizzarsi a costo zero, e per le organizzazioni senza grossi capitali è un problema; oppure per la costruzione di un news feed interessante e internazionale). È come ne Il cerchio di Dave Eggers: Mark Zuckerberg non è più un imprenditore con una visione e un’ambizione ma è il più grande psichiatra contemporaneo. E Facebook il più grande psicofarmaco su larga scala mai prodotto. «To be good for people». In dosi sempre più grandi.

(via Facebook)

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Facebook, non è stato un anno straordinario. E quindi?

La tanto sospirata ecologia dei social network passa anche dal non dire sempre tutto quello che ci passa per la testa. Ad esempio, la recente applicazione sulle foto dell’anno. L’anno straordinario secondo Facebook. Molti l’hanno usata, molti hanno cambiato la frase di commento, molti non l’hanno usata o pubblicata (io, ad esempio ho guardato cosa metteva FB per riassumere il mio anno in foto ma ho deciso di non pubblicarla) e molti hanno passato il tempo a criticare la funzione, facendoci sapere che «non è stato un anno straordinario». Come se fosse colpa di Facebook.

Capiamoci, la cosa assurda non è lamentarsi di un’applicazione inutile che appare su un sito sostanzialmente inutile ma ormai fondamentale per tutta una serie di ragioni che sapete meglio di me. La cosa assurda è pubblicare un lamento assolutamente pretestuoso su un’applicazione che, come tutto quello che succede sull’Internet, e soprattutto su Facebook, è FACOLTATIVA.

Decidiamo – senza leggere i termini e le condizioni – di usare Facebook per raccontare una versione di noi, non importa quanto fittizia o reale. Quelli che usano le parole giuste direbbero «storytelling del sé», oppure «museo del sé», che è una frase che mi piace molto proprio per la grafica e la funzione del sito. Siamo noi gli autori del nostro racconto, e Facebook ci restituisce quello che abbiamo scritto/pubblicato/scattato in un anno. Se usiamo il social come momento di «pausa» dalla nostra ‘vita vera’, solo per le cose che ci piacciono o condividendo frammenti di trascurabile felicità, allora ci viene restituito questo, non importa se abbiamo perso un lavoro o una persona cara. Facebook non lo sa. Non può saperlo se non glielo diciamo noi.

Non è colpa di FB se non abbiamo avuto un’annata straordinaria (che poi dipende tutto dagli standard che ci siamo dati: una cosa molto interessante del progetto #100HappyDays era proprio scoprire la felicità nelle cose ‘minime’ che fanno il quotidiano). Non è colpa nostra se non abbiamo avuto un’annata all’altezza delle nostre aspettative. E ovviamente non è colpa nostra se non l’abbiamo detto su Facebook, che in quanto piazza pubblica – o piazza a vari gradi di privacy – non è interessata a chiederci cosa pensiamo, ma è interessata a quello che noi abbiamo da dirgli. È ‘colpa’ nostra se invece ci lamentiamo alimentando l’ennesimo (corto)circuito del narcisismo digitale. Il che va bene, ma non fa altro che rendere le cose ancora più unitile. E ad alimentare il rumore di fondo.

L’odio sul web che nasce dalla realtà

La violenta reazione su Internet alla notizia del ricovero di Bersani è solo l’ultima di una recente serie di eventi che fanno riflettere sulla rete come specchio del disagio sociale. L’attacco all’ex segretario Pd si aggiunge alle minacce di morte a Caterina Simonsen. Una ragazza, come si ricorderà, rea di aver difeso la ricerca scientifica su animali.

Casi emblematici di una situazione complessiva. Basta andare sulle pagine Facebook e sui blog di politici e giornalisti per essere investiti da un’onda di risentimento. Il vocabolario rispecchia un comportamento che supera il puro trolling (su internet, il troll è un utente che interagisce con l’obiettivo di infastidire e sabotare la conversazione) e va legato a un sentire comune che ha più a che fare con l’Italia come Paese che con internet come «luogo».

Da un lato, come ha giustamente fatto notare Fabio Chiusi su Wired, perché internet non odia: è un mezzo neutro, che può essere usato come meglio si crede e non può essere censurato. Dall’altro, perché la tensione che si avverte sui social network è simile a quella che invade le strade quando si alzano le proteste dei forconi.

Prima di tutto, internet non è più una realtà virtuale, ma è uno spazio d’espressione della realtà. Poi, perché l’insulto, la mancanza del senso della misura, l’odio come strumento di prevaricazione altro non sono che il risultato di anni di annientamento del dialogo costruttivo, del ragionamento critico come strumento di riflessione sulle cose che succedono. Come fa giustamente notare Stefano Bartezzaghi su Repubblica, i nomi sono indicatori privi di corpo, come se dietro le parole «Bersani», «Simonsen» o addirittura «Schumacher» non ci fosse niente. […]

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