Macerata: le narrazioni tossiche impazziscono

Qualche mese fa era uscito un grafico in cui si illustrava come gli italiani avessero fiducia sostanzialmente nelle forze nell’ordine, nell’esercito e nel Papa. Solo in basso, ovviamente, la politica. Ai tempi commentammo con l’amara considerazione che il fascino dell’uomo forte capace di infondere sicurezza e conservazione, in questo paese, non passerà mai a meno che non si faccia una volta per tutte i conti con l’eredità del fascismo (quella che in tedesco è indicata come “vergangenheitsbewältigung”, la riflessione e il superamento del nazismo). Come disse una volta Corrado Guzzanti, il fascismo non è solo passo dell’oca e saluto romano, ma è un atteggiamento mentale, culturale e fisico che è instaurato nelle vene profonde di questo paese. Quindi forse il problema non è tanto nei consensi — comunque in crescita — di Casa Pound, quanto come questo ‘culturame’ possa intaccare e infiltrarsi ovunque.

Sui fatti di Macerata abbiamo detto tutto. La decisione di annullare la manifestazione antifascista è incommentabile e irricevibile: la codardia è la principale complice che permette a questi atteggiamenti di radicarsi e la rabbia e l’indignazione che leggo in giro sacrosanta. Quello di cui ho più paura, però, è che si stia parlando tra di noi e che il Paese voglia altro (considerate che Traini in carcere è stato accolto come un eroe) e che si stia vivendo l’onda lunga e l’effetto pratico di un deresponsabilizzazione lunga anni. Lasciando che tutto scorresse e che la narrazione tossica ad un certo punto impazzisse. Dalla politica, che insegue solo e comunque un consenso istantaneo senza proporre uno straccio di idea che sia una; ai media, che vanno a pescare ne torbido di un Paese assettato di pornografia, scandali e cronaca nera a buon mercato per sentirsi la coscienza a posto perché “i mostri sono sempre gli altri, signora mia”; per arrivare anche a chi probabilmente avrebbe potuto fare di più senza guardare dall’alto in basso tutti quelli che parlano a vanvera di fascismo, di uomo forte, di bisogno di mandarli tutti a casa bollandoli come ignoranti che non capiscono e passando oltre.

Non vorrei, insomma, che lo spazio che stanno occupando certi soggetti politici come Casa Pound e Lega Nord, e certi atteggiamenti di intollerante e lassismo con l’uso potente del “ma” per dire che, insomma, ok, qualcuno ha esagerato “ma” infondo bisogna capire l’esasperazione, non sia in realtà lo spettro di qualcosa di più ampio. Cioè che questo sia davvero un paese irrimediabilmente di destra. Ma non la destra borghese che esiste solo nei sogni di qualche buon conservatore dei centri cittadini: proprio la destra più violenta e totalitaria, prevaricante e rancorosa che riesce oggi a occupare degli spazi lasciati vuoti. Quando leggo il titolo dell’editoriale di Norma Rangeri su il manifesto di oggi «Destra in piazza, sinistra a casa» mi viene davvero il timore che la nostra “resistenza culturale” alla fine sia stata sostanzialmente sconfitta.

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La commedia dell’arte applicata alla storia

Gli italiani, il popolo che non ha mai fatto una rivoluzione, hanno un concetto di “passione” assimilabile al tifo sportivo e rileggono gli spartiacque della storia come la moviola delle partite di calcio: tifando. È così impossibile costruire una memoria collettiva solida, ci si limita a una sfuggente e fumosa memoria basata sul conflitto dell’interpretazione di una storia che è sempre dubbiosa ed enigmatica, anche quando non lo è. Gli eventi di ieri sono condannati a ripetersi, usati come canoni per catalogare i fatti di oggi: le maschere di un eterno presente, la commedia dell’arte applicata alla storia.

Tommaso Cerno, A Noi! Cosa resta del fascismo nell’epoca di Berlusconi, Grillo e Renzi (Rizzoli 2015, pp. 175-6)