Contro i giovani?

Intervistato dal Corriere della Sera, oggi, Romano Prodi ha dichiarato che i giovani «deludono sempre». Posta la natura strettamente politica della frecciatina, io sono convinto che gran parte dei problemi che ‘bloccano’ quelli della mia generazione sia proprio il terrore di sbagliare, di deludere e lo stigma sociale che ne deriva. Come se sentissimo una pressione metafisica che, per paura di non farcela, ci impedisce di provare a fare alcunché pena l’esclusione, il dileggio, il fallimento. I giovani – e lo dice uno che da qualche parte del mondo non è più considerato giovane (giustamente) – non solo devono essere liberi di sbagliare, deludere, cadere e rialzarsi dopo aver imparato, ma devono anche, forse soprattutto, fregarsene quanto basta del parere dei Padri. Anche di quelli nobili e illuminati come Prodi, soprattutto quando si dimenticano che le parole sono importanti.

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Un patto tra le generazioni, a sinistra.

Poi vediamola come vogliamo, facciamo tutte le analisi del caso e ognuno prenda la sua parte. Però non possiamo sottovalutare che le ultime due personalità capaci di accendere sincero entusiasmo in una fetta di popolazione che da tempo guarda male la politica partitica – cioè i giovani under-25 e quelli che stanno per votare per la prima volta – sono stati Jeremy Corbyn (66 anni) e Bernie Sanders (74 anni). Questo ‘patrimonio’ risvegliato è un segnale che va oltre la sconfitta alle Primarie americane (che è ormai acclarata anche se una vittoria di Bernie Sanders sarebbe stata la più grande scossa sistemica allo status quo democratico dai tempi di FDR) e le preoccupazioni sul futuro del Labour in Gran Bretagna (nonostante i sondaggi non siano poi tanto male). Questo ‘patto’ tra due nonni e una generazione di ‘nipoti’ dovrebbe far riflettere sull’inconsistenza della ‘generazione dei padri’ e segnalare qualche piccolo segnale di risveglio da un torpore abbastanza preoccupante.

Non siamo la generazione Bataclan

Generalizzare, etichettare, incasellare permette di costruire il discorso, facilita l’argomentazione, rende più pratica l’esposizione di una tesi. È una prassi molto in voga in un periodo storico confuso, in cui c’è bisogno – o si crede di aver bisogno – di indirizzare o essere indirizzati. Il problema, però, è che questa passi diventa una vera «ansia», frenetica e indistinta, che per in seguire uno slogan rende tutto uguale a tutto. Quando etichetti ogni cosa e dopo ogni evento, alla fine non etichetti niente, e gli eventi non hanno più distinzione. Questo livellare è pericoloso. Perché porta a privarsi dell’analisi. Della visione complessa. Della prospettiva storica. Ed è per questo che ho letto come se fosse una vera e propria «liberazione» (scusate il gioco di parole) l’articolo di Andrea Coccia. Non siamo la «generazione Bataclan». Siamo, semmai, quelli che volevano evitarlo, il Bataclan. Siamo quelli che vogliono evitare un incastellamento così stupido, arbitrario, alla fine facile dopo che per anni abbiamo cercato di dire che non era questo il mondo in cui volevamo vivere. E a furia di dirlo adesso sembra che non si abbia nemmeno più tanta voce.

Se Condé Nast compra Pitchfork

Condé Nast compra Pitchfork, e tutti si chiedono quali siano le conseguenze. Secondo me il contributo su quella che è sostanzialmente una non-notizia è stato scritto da Enzo Baruffaldi su Rockit.it. Mi permetto di aggiungere solo uno spunto di riflessione, partendo da quanto afferma Fred Santarpia di Condé Nast sull’arricchimento del gruppo grazie a «un pubblico di appassionati maschi millennial». A conferma non solo che ogni elemento del cosiddetto mondo alternativo cresce fino a quando non diventa monetizzabile e assimilabile da un grande gruppo mainstream – è sempre successo e sempre succederà (e per questo che l’alternativa e l’indipendenza non vadano più cercati nel sistema produttivo ma nelle qualità stilistiche e politiche del soggetto di cui stiamo parlando) – ma soprattutto che la nostra generazione, che è cresciuta con Pitchfork in un contesto culturale tra la fine del mercato discografico come lo conoscevamo e l’inizio di qualcos’altro, non ha mai visto l’indie come un atto politico. Da un lato per smarcarsi da una certa «serietà» ultra-rigoroso nell’approccio (disegnando qui il terreno dello scontro con la generazione precedente). Dall’altro perché si tratta di una generazione a-rivoluzionaria. Una generazione completamente assorbita nei meccanismi ‘soliti’ e che non ha avuto l’opportunità di pensare o ipotizzare qualcosa di ‘grande’, un racconto nuovo (come scrive Dave Eggers: «(…) sono abbastanza sicuro che sarei venuto su meglio, tutti quelli che conosco sarebbero venuti su meglio, se avessimo preso parte a una lotta universale, a una causa più grande di noi»). Insomma, una generazione cresciuta con il solo scopo di auto-mantenersi cercando di far crescere i propri ‘prodotti’ e venderli quando questi non sono diventati grandi. Per carità, è una cosa giustissima. Ma forse è la migliore delle cose possibili. Forse è un po’ un limite.