Contro i giovani?

Intervistato dal Corriere della Sera, oggi, Romano Prodi ha dichiarato che i giovani «deludono sempre». Posta la natura strettamente politica della frecciatina, io sono convinto che gran parte dei problemi che ‘bloccano’ quelli della mia generazione sia proprio il terrore di sbagliare, di deludere e lo stigma sociale che ne deriva. Come se sentissimo una pressione metafisica che, per paura di non farcela, ci impedisce di provare a fare alcunché pena l’esclusione, il dileggio, il fallimento. I giovani – e lo dice uno che da qualche parte del mondo non è più considerato giovane (giustamente) – non solo devono essere liberi di sbagliare, deludere, cadere e rialzarsi dopo aver imparato, ma devono anche, forse soprattutto, fregarsene quanto basta del parere dei Padri. Anche di quelli nobili e illuminati come Prodi, soprattutto quando si dimenticano che le parole sono importanti.

(su Facebook)

Una Torino nuova che parta da noi

Puoi fare politica in molti modi. Puoi stare in un partito e cercare di cambiare le cose cambiandole; puoi stare in un’associazione e combattere per far sì che le tue priorità diventino le priorità di tutti gli altri; puoi anche stare per conto tuo e cercare di rendere il mondo un posto migliore con gesti di civilità minimi e morali.

Ci sono molti modi. C’è chi cerca sempre il colpo di teatro, la frase ad effetto, lo slogan giusto. C’è chi pensa sempre che la sua azione abbia senso solo se ha un nemico da attaccare costantemente. C’è chi pensa, invece, che in questo periodo solo l’unione delle forze possa funzionare. E quindi bisogna parlare, discutere, scontrarsi e partecipare. Andare a vedere cose nei posti in cui succedono, non rinchiudersi negli spazi in cui portare avanti una rappresentazione che forse sta solo nelle nostre teste.
Oggi, con il progetto Map To Map, siamo stati a San Salvario Emporium per quello che è stato l’ultimo nostro incontro pubblico per raccogliere segnalazioni per la città di Torino (ci risentiremo nel 2016 per i tavoli di lavoro: stay tuned) e sì, i dati che abbiamo raccolto ci danno una chiara idea di come una certa idea di città del futuro sia ormai radicata nei sogni e nelle speranze dei giovani che girano per il quartiere. Aggregazione, digitale, comunità. Non scopriamo l’acqua calda, semmai ci ricordiamo di accenderla.

Ma non volevo parlare di questo. Volevo parlare di San Salvario Emporium. Perché se abbiamo raccolto tante segnalazioni su una Torino ‘sostenibile’, verde, che muova cultura e ricerca, che sia una vera città acceleratrice di risorse umane, lo abbiamo fatto grazie a un luogo che da anni è diventato ormai uno snodo fondamentale del ‘fare cultura e comunità’ a Torino. Non è un semplice ‘mercatino per hipster’, ma un momento di scambio e aggregazione, dove da un lato ci sono i ragazzi che mettono in vendita le loro creazioni artigianali e dall’altro ci sono persone che cercano una città ‘da far emergere’. Qui stiamo parlando di persone che hanno avuto un’idea e hanno cercato di renderla possibile ricreando il legame tra un territorio (San Salvario), una pratica (l’artigianato) e una comunità (giovanile, creativa) e facendone un vero e proprio ‘manifesto’. Una bella conferma, una di quelle cose che se vedessi in un’altra città, vorrei portare a Torino.

Anche questa è politica.

Faccio parte di quel tipo di persone che credono che ‘politica’ sia qualsiasi gesto/atto della vita quotidiana. Quindi sì, nel nostro piccolo, siamo un motore di qualcosa anche quando non sappiamo bene identificarlo.

Ancora su «Her» di Spike Jonze, qualche mese dopo

Questa sera ho introdotto la proiezione di Her in una sala gremita. Tantissimi ragazzi. Davvero tantissimi. Mi è già capitato di presentare dei film al RAT, un locale torinese che da qualche anno propone un cineforum (da quest’anno in collaborazione col DAMS di Torino). E molti anche in linea con il target del locale – ad esempio The Royal Tenenbaums, The Social Network, The Squid and the Whale – ma non mi è mai capitato di parlare davanti a una sala così piena e così partecipe. Gente che entrava anche a film iniziato e si fermava a guardare in piedi il film, cercando di sostenere lo sguardo perso, alienato di Joaquin Phoenix. Quello che mi ha stupito non è solo la presenza, ma anche il trasporti con cui hanno cominciato a guardare il film. In silenzio. Partecipavano. Guardavano. Lo sentivano loro. E se conoscete il locale capite quanto questa cosa sia fuori dall’ordinario. Segno che al netto di tutta una serie di brutte recensioni, brutte critiche e una liquidazione superficiale, si tratta di un’opera che ha toccato dei nervi scoperti, magari anche inconsapevoli. Ha segnato un punto, qualcosa da cui non si può prescindere. Non ho mai fatto mistero di aver amato tantissimo il film. Un film che mi ha anche scosso profondamente, lasciandomi in uno stato di profondo shock emotivo dopo la visione. Non voglio cercare di astrarre troppo. Voglio semplicemente ribadire che Spike Jonze è riuscito a ‘raccontare’ la condizione contemporanea toccando davvero dei tasti che non si ha molto spesso il coraggio di affrontare con questa onestà, questa trasparenza e con questa sincerità a tratti fastidiosissima. Credo anche sia un fantastico film sulla sorpresa nelle piccole cose della vita di cui ci accorgiamo quando ormai pensiamo di essere anestetizzati e di prendere tutto con l’aria di chi l’ha sempre saputa più lunga degli altri. Insomma, un fantastico racconto sull’«umanità». Che tra l’altro è una dimensione attualissima. E poi a Spike Jonze io ho sempre voluto molto bene.

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Io credo davvero, senza nessuna malizia e senza nessuna posa, che Her sia un film capitale e fondamentale. Ne ho già scritto, in modo meno immediato, qui.