Corbyn, Macron, e il messaggio

Non voglio lanciarmi in elaborate analisi del voto, né fare arditi parallelismi con la situazione italiana, sempre alla ricerca di un papa straniero nell’ardito tentativo di riempire il vuoto siderale che sta lasciando la politica ad ogni livello e ad ogni latitudine, ma c’è un aspetto che vedo ancora poco considerato nelle prime analisi sullo straordinario – nel senso di non previsto – risultato di Jeremy Corbyn e del Labour. Un risultato che, secondo me, ha molto più a che fare con la vittoria francese di Emmanuel Macron di quanto sembri. L’aspetto del linguaggio, della proposta e del messaggio.

Dopo anni di “indistinto” democratico, di evaporazione dei confini tra idee e ideologie, di inseguimenti a destra, a sinistra, al centro, di lato, sopra e sotto, Jeremy Corbyn e Emmanuel Macron hanno dimostrato di potersi affermare semplicemente proponendo l’alternativa: un’alternativa seria, ma soprattutto riconoscibile. Un messaggio diverso, un messaggio “potente” e radicale, nel senso di una radicale diversità da quello che c’era prima e, sopratutto, radicalmente diverso dall’avversario che ti proponi di battere. Il Labour di Corbyn ha convinto e si è fatto votare perché percepito come diverso dai conservatori di Theresa May (che resta comunque primo partito, non dimentichiamo); Macron ha vinto proponendo un messaggio diametralmente opposto rispetto a quello di Marine Le Pen.

Non voglio azzardarmi in analisi su una prospettiva temporale più lunga, e non credo che questo sia l’inizio di una nuova fase di internazionalismo socialista. Credo, però, che queste due ultime elezioni in due paesi leggermente importanti, segnino un dato importante: per vincere, o per cercare di vincere, devi differenziarti; usare un messaggio fortissimo e delineare una dimensione “empatica” (per non dire “identitaria”, che pare brutto) che permetta alle persone e alle comunità di riconoscersi e fare loro la proposta; soprattutto, devi usare un linguaggio tuo, senza inseguire quello dell’avversario. Dettare, non essere dettato. La vittoria della politica, parte anche dalle parole che decidiamo di usare e dal messaggio con cui decidiamo di farci riconoscere.

(su Facebook)

Un patto tra le generazioni, a sinistra.

Poi vediamola come vogliamo, facciamo tutte le analisi del caso e ognuno prenda la sua parte. Però non possiamo sottovalutare che le ultime due personalità capaci di accendere sincero entusiasmo in una fetta di popolazione che da tempo guarda male la politica partitica – cioè i giovani under-25 e quelli che stanno per votare per la prima volta – sono stati Jeremy Corbyn (66 anni) e Bernie Sanders (74 anni). Questo ‘patrimonio’ risvegliato è un segnale che va oltre la sconfitta alle Primarie americane (che è ormai acclarata anche se una vittoria di Bernie Sanders sarebbe stata la più grande scossa sistemica allo status quo democratico dai tempi di FDR) e le preoccupazioni sul futuro del Labour in Gran Bretagna (nonostante i sondaggi non siano poi tanto male). Questo ‘patto’ tra due nonni e una generazione di ‘nipoti’ dovrebbe far riflettere sull’inconsistenza della ‘generazione dei padri’ e segnalare qualche piccolo segnale di risveglio da un torpore abbastanza preoccupante.

Tsipras, Podemos e la sinistra possibile

Qualche giorno fa l’Istituto Gramsci di Torino mi ha invitato a discutere, assieme a Jacopo Rosatelli (il manifesto) di Syriza, Podemos e i movimenti di sinistra che stanno cercando di cambiare l’Europa alla vigilia delle elezioni che potrebbero, stando ai sondaggi, incoronare Alexis Tsipras premier della Grecia, il ‘paese laboratorio’. Sono convinto che il tema della ‘crisi della sinistra’ sia da sempre – e lo sarà ancora per moltissimo tempo – molto forte sia in termini di produzione editoriale, sia in termini di dibattito tra le varie anime (che partono dalle aree di sinistra dei partiti riformisti in giù). Mi sembra quindi interessante cominciare a mettere ‘su carta’ alcuni degli spunti emersi per argomentare meglio il dibattito nelle varie sedi.

La domanda di base è sempre la stessa: «come mai in Italia non sono possibili esperimenti di questo tipo?». Ovvero, come mai in Italia abbiamo una grandissima difficoltà ad architettare e sviluppare un’idea di ‘sinistra’? È una domanda impossibile da evitare. E non esiste una risposta, anche perché se esistesse, probabilmente, l’avremmo già perseguita. Del resto, gli ultimi sondaggi dimostrano che ad una perdita di consenso da parte del Partito Democratico non coincide un aumento della base elettorale ‘a sinistra’ (SEL da tempo è ferma a un preoccupante 3,8%). Del resto, temo che la parola – proprio inteso come insieme di lettere – ‘sinistra’ sia stata talmente abusata, talmente stracciata e stropicciata, da essere stata disinnescata: una specie di coperta di Linus, un architetto consolatorio che è diventato inutile in termini strategici, identitari ed elettorali.

Il discorso sulle ‘parole’ è molto affascinante (e nel mio piccolo ho cercato di offrire qualche contributo: ad esempio qui) e va di pari passo col discorso sul ‘populismo’, che rischia di essere la cifra metodologica della politica del nostro tempo. Solo per riferirsi ad esempi recenti, negli scorsi giorni sia Matteo Salvini che Massimo D’Alema, intervenendo in dibattiti televisivi, hanno affermato di essere ‘comunisti’. La parola ‘comunista’, al pari di ‘sinistra’ e al pari di moltissime altre parole – ‘democratico’, ‘liberale’, eccetera – è stata svuotata, disinnescata, privata del suo significato originale ma non per un significato nuovo (verso, ad esempio, un ripensamento del comunismo novecentesco) ma proprio per il non-significato. È una deriva della politica post-moderna, quella che molti legano all’avvento della mediatizzazione e del legame inscindibile con l’homo videns. Non importa la non aderenza della parola al fatto, basta che la parola suoni bene e sia utile a scopo comunicativo e quindi elettorale. E non esiste più un nesso logico tra la parola ‘comunista’ e la storia della parola ‘comunista’. In una situazione di questo genere bisogna capire come si possono usare, in modo funzionale, le regole del gioco. Podemos, ad esempio, ha deciso di accettare le regole del gioco per fare cose di sinistra (che per certi versi è più importante che dire cose di sinistra). Ha accettato di vivere nella lunga notte della post-ideologia e ha deciso di lavorare per offrire una risposta inclusiva a una domanda confusa. Podemos afferma apertamente di essere un partito ‘populista’. Di contro, non credo che il populismo sia negativo in sé, ma sia negativo se applicato per abbassare drasticamente il livello del dibattito e dello scontro. Il partito di Pablo Iglesias, ad esempio, ha cercato di veicolare le proteste di piazza degli indignados (movimenti spontanei, nati da una mobilitazione popolare di un paese sull’orlo della disperazione, e non grandi adunate di piazza teleguidate dal blog di Beppe Grillo) in forme di proposta politica concreta: hanno discusso, hanno creato comitati, hanno fornito gli spazi per costruire una piattaforma programmatica di quello che adesso viene visto come una speranza per tutto il fronte della sinistra oltre il partito socialista.

Un altro discorso fondamentale è quello sulla figura del leader. E qui entra in gioco Alexis Tsipras. Parliamoci chiaro: il successo di Syriza non può essere applicato a nessun altro paese che non sia la Grecia. Prima di tutto, perché si tratta di una situazione politica anomala, dovuta a una situzione sociale esplosiva (nettamente non paragonabile a nient’altro nell’europa continentale, Italia compresa) che ha permesso non solo l’emergere prepotente di Tsipras, ma anche l’affermazione di Alba Dorata e il crollo di credibilità dei partiti governisti tradizionali. Alexis Tsipras si sta affermando perché è un leader. Ma un leader come non ne abbiamo in Italia. È giovane, è credibile, si è fatto le ossa sul campo (prendendosi anche le sue belle manganellate), ha sempre cercato un contatto diretto con la gente andando a prendersi i voti nei quartieri, porta a porta, mettendosi in gioco in prima persona con il suo programma fatto di ripensamento dell’unione monetaria (Tsipras non vuole uscire dall’Euro, vuole una nuova politica economica per la zona-Euro), di investimenti per controbattere l’austerità espansiva e contrastare la galoppante disoccupazione giovanile, di costruzione di uno stato sociale che rovescia gli effetti nefasti nel neo-liberismo. E, inoltre, ha una verginità governativa. Syriza non ha mai governato, ed è come se gli elettori greci, stremati dall’incompetenza della classe dirigente e dalll’impossibilità di vedere una soluzione oltre la prona accettazione dei dettami dell’Unione Europea, lo avessero guardato come la prossima speranza, forse l’ultima: abbiamo provato con tutto e tutti, ed è andata male, adesso è il tuo turno. Le prove di governo sono sempre l’unico banco di prova possibile per capire il passaggio dalle parole ai fatti. E spesso sono prove che devono contrastare la durissima legge dei numeri. Vincere le elezioni, lo sappiamo molto bene in Italia, è solo il primo passo. Poi il campo di gioco si allarga, si complica. Ma è una sfida che prima o poi va raccolta e affrontata.

Concludo con due spunti. Il primo è il rapporto tra i partiti socialisti tradizionali (per capirci, quelli che in Europa sono affiliati nel gruppo S&D, dal Labour Party al Partito Democratico) e lo Tsipras capo di governo. Il secondo è la «questione culturale».

La domanda che si fanno molti esponenti e attivisti della sinistra alla sinistra del Partito Democratico è sul rapporto che intercorrà tra i partiti governisti e Alexis Tsipras. Si teme che possa essere un rapporto problematico, dovuto al rispetto delle ‘larghe intese’ (da quelle italiane a quelle europee) e al tradimento ormai sistematico della socialdemocrazia verso i suoi stessi valori. È una paura fondata, se si guarda il tono del dibattito politico nostrano e l’agire di un governo che esclude sistematicamente le istanze ‘di sinistra’ in favore di un concerto di idee con i partiti di destra (e non entriamo qui nell’analisi della destra italiana vs la destra europea). Questa problematicità va risolta non a livello teorico. Di fatto, sarebbe molto miope affrontare la vittoria di Tsipras come un problema. L’opportunità di un governo sperimentale di sinistra non va liquidata con la paura del ritorno delle vecchie ideologie. Del resto, la sinistra che si immagina Tsipras è moderna, sociale, che si basa sull’ecologismo, il welfare e l’innovazione. Si sbaglia quando si dipinge Syriza come il Partito Comunista dell’Unione Sovietica, si sbaglia quando si dipinge Alexis Tsipras come un euro-populista che vuole guidare il ritorno alla supremazia degli stati nazionali. Lo stesso Jacopo Rosatelli, nel dibattito, ha confermato che – legge dei numeri a parte, e crisi di credibilità a parte – non c’era differenza sostanziale tra il programma di Martin Schulz e del PSE e quello di Alexis Tsipras e della GUE alle scorse elezioni europee.

Infine la «questione culturale». Questo è davvero uno spunto di discussione per il futuro, perché non possiamo certo affrontarlo ed esaurirlo nelle poche righe di un blog. La politica vive di shock culturali. Di spinte egemoniche e contro-egemoniche. Di effetti domino. Si pensi solo alla lunga mano della terza via blairiana sull’intera socialdemocrazia europea tra gli anni Novanta e Duemila (e per molti critici sono lì le radici del male: a questo punto aggiungo la curiosità per l’affermazione di Ed Miliband come leader ‘forte ma debole’ del Labour britannico). Ecco. Credo che in questo senso l’affermazione di Tsipras in Grecia e di Podemos in Spagna possa servire come shock culturale su tutti gli impianti di sinistra e di centro-sinistra europei. Un lungo cataclisma capace di spostare l’asse delle politiche dei partiti e delle piattaforme che guardano, in teoria, dalla stessa parte. Tsipras risulta credibile anche perché non ha rinunciato a costruire un discorso egemonico. Un dialogo lunghissimo e con tutte le periferie politiche, con tutte le anime che si sono ritrovate sotto il cappello di Syriza, con tutte le formazioni che si riuniscono nella GUE. In questo, la sua lezione politica sembra molto interessante. Così come sembra molto interessante il processo con cui Podemos sta costruendo una narrazione (eccolo lì, lo storytelling come metodo della politica post-moderna) alternativa al mainstream e che sta lentamente emergendo. Egemonia e storytelling come chiavi per costruire una cultura della nuova sinistra.