Quando eravamo maghi

9788858127377_0_0_1520_80Credo che con La stanza profonda (Laterza) Vanni Santoni sia stato in grado di connettersi per davvero a quel ‘sommerso italiano’ che non è solo la provincia, ma è anche quella sorta di provincia mentale che è stata la pre-adolescenza tra gli anni Novanta e i primi anni Zero. Quella reame culturogeno fatto di over-esposizione ormonale, tentativi posticci di approcciarsi alle ragazze e alla sigarette (non sempre in quest’ordine), bullismo di grana grossa – sia fisico che psicologico – e rifiuto spasmodico del concetto di ‘infanzia’. Quella giungla darwiniana in cui osservi gli amici di ieri diventare i nemici di oggi e tutto quello che credevi potesse proteggerti diventare la base del tuo peggiore incubo. Ognuno ne è uscito come poteva (forse anche senza uscirne). Io, ad esempio, zavorrato da un fisico goffo e dai retaggi immaginifici di un’infanzia troppo lunga, avevo trovato la ‘zona franca’ in cui le vittime e carnefici dimenticavano la dinamica solita nelle carte di Magic: The Gathering, vera malattia perché unico strumento espressivo in grado di farmi arrivare sano e salvo al suono della campanella. Leggendo – tutto d’un fiato, in poche ore, iper coinvolto grazie a uno stile espressivo e viscerale – queste pagine che parlavano di un’ossessione totalizzante e sì, veramente controculturale, per i giochi di ruolo e per Dungeons & Dragons (di cui fui tiepido giocatore per i problemi di solitudine di cui sopra) ho davvero ritrovato tutto quel mio mondo, quell’autobiografia collettiva capace di diventare ‘particolare per raccontare il tutto’ che rende l’auto-fiction uno dei generi più interessanti dell’oggi. La fantasia, la creazione di mondi, la voglia di andare oltre la banalità quotidiana, i casini a casa, le incomprensioni a scuola, l’iper competitività steroidea a calcio. Tutto quello che ci ha fatto amare recentemente Stranger Things e tutto quello che mi sta facendo venire voglia di tornare in quella stanza sul retro del Centro Gioco Educativo e vedere se c’è ancora qualcuno per fare una partita. Quel Centro Gioco Educativo che sai benissimo, in fondo, non esserci più da tantissimi anni.

Preparatevi, da qui a qualche tempo, quando mi chiederete un libro da leggere, vi risponderò questo.

(via Facebook)

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I tecnici della sopravvivenza

La politica è vuota e impotente, e non è da poco che ce ne siamo accorti: paralisi della rappresentanza, congelamento della competizione tra idee progettuali, perdita di significanza delle promesse e dei programmi elettorali, ossessioni umanistiche, allergia per il pensiero non allineato; sopratutto, sguardo rivolto al passato, retrospettivo e ripartivo, e incapacità di guardare al futuro con uno sguardo prospettivo. Così, il governo si trasforma, degenerando in mera e affannosa ricerca di palliativi temporanei ai mali che corrompono le società, minandole dall’interno. I governanti si riducono a tecnici della sopravvivenza, ai quali manca la capacità di sollevare lo sguardo dall’immediato presente e gettarlo un poco più in là dalle continue “emergenze” che li assillano.

Gustavo Zagrebelsky, Moscacieca, Laterza 2015 (pp. IX-X)

Sperare la speranza

Ogni tanto Zygmunt Bauman – il cui pensiero è stato usato, abusato, stracciato e sfilacciato per giustificare la qualunque – ne tira fuori di illuminati. Sarà il formato degli ultimi libri che ha co-firmato (veri e propri «dialoghi» dove l’interlocutore lo sprona ‘oltre’ gli slogan). Ad esempio:

Forse internet riuscirà a fare ciò di cui sono incapaci i partiti che si avvicendano al governo? È possibile che congegni di sorveglianza migliori riescano dove anni di predicazione morale e di stesura di codici etici hanno fallito? Non ci resta che sperare nella speranza: in una speranza più fondata, più fiduciosa… Ci diamo un gran da fare per cogliere, nella facilità con cui il digitale è capace di richiamare su una piazza pubblica migliaia di uomini e donne, la promessa di costruire un nuovo regime che darà il benservito alle stranezze e assurdità attuali. Va bene così, e va benissimo, per la nostra sanità mentale, continuare a sperare: sarebbe molto peggio dichiarare (o avallare) che l’eventualità che un simile regime possa esaudire quella speranza sia già stata esaminata e scartata.

Zygmunt Bauman e David Lyon, Sesto Potere. La sorveglianza nella modernità liquida (Laterza, p. 140)

La cultura qui aveva molto valore. Note per un dibattito.

Sta facendo parecchio discutere un articolo pubblicato da Stefano Feltri sul suo blog sul sito de Il Fatto Quotidiano, giornale con cui Feltri collabora come firma di punta per quanto riguarda l’Economia. Nell’articolo, in sintesi, si assiste all’ennesimo tiro al piccione delle facoltà umanistiche considerate inutili, un lusso per chi se lo può permettere, addirittura un danno per la società tutta (visto che il saldo econometrico è in negativo).

«Mandiamoli in pensione/I direttori artistici/Gli addetti alla cultura» cantava Franco Battiato ormai 35 anni fa. Erano i tempi in cui stava emergendo questa visione del mondo tutta legata alla misurazione profittevole ed econometrica di qualsiasi cosa. Non ti definisci in base a quello che fai (come si diceva durante il maggio francese), ti definisci in base a quanto vali. Quando Bret Easton Ellis racconta la discesa negli inferi metropolitani di American Psycho usa proprio la reificazione, la quantità e il valore delle cose nel sistema attorno a Patrick Bateman. Michael Moore in Capitalism: A Love Story racconta come le compagnie di assicurazioni quantifichino il costo di una vita umana in termini di valore assoluto ad uso e consumo dei datori di lavoro (e cos’è una polizza vita se non una quantificazione del nostro valore come esseri umani basata su puri calcoli economici?). Stefano Feltri è nato nel 1984, ed è quindi cresciuto nel frame culturale che quantifica qualsiasi cosa in base al suo valore economico. È questo il famoso ‘frame’ del neo-liberismo che esce dalle scuole di economia per entrare come ‘stile di vita’. Recentemente, il tema è stato affrontato con brillantezza da Guido Mazzoni ne I destini generali (Laterza), la cui lettura vi consiglio proprio per capire come questo frame abbia conseguenze fattive nella vita di tutti i giorni. Questa visione del mondo, in termini assoluti, produce ragionamenti come quelli di Feltri: non possiamo permetterci di sbagliare facoltà (a parte che la riforma Gelmini ha abolito le facoltà in favore dei dipartimenti, ma fa niente), se fai Lettere, Filosofia, Scienze della Comunicazione, il DAMS devi prepararti non solo ad essere un fallito [tu] e un fallimento [per la tua famiglia che ha fatto tanti sacrifici], ma addirittura un peso per la società [«il valore (medio di una laurea a cinque anni dal suo ottenimento, ndr) è pesantemente negativo, -265»]. A parte che sono anni che ogni opinionista usa studi e ricerche per dimostrare tutto e il contrario di tutto (del resto, esistono studi che dimostrano tutto e il suo contrario, non è una novità), e che esistono anche ricerche che mettono in relazione la crescita con gli investimenti anche nelle facoltà per così dire inutile, immaginiamo per un attimo lo scenario ipotizzato da Feltri, condiviso anche da un paese con una cultura millenaria come il Giappone, che ha addirittura proposto di abolire le facoltà umanistiche per andare incontro alle richieste del mercato.

Secondo l’ultima statistica del MIUR, in Italia, ci sono 1.7 milioni di iscritti nelle varie università. Nell’anno solare 2013 si sono laureate circa 300 mila persone. Diamo per scontato un andamento virtuoso e in crescita del trend – dacché Feltri dichiara che «[…] le indagini sugli studenti dimostrano che quelli più avversi al rischio, magari perché hanno voti bassi e non si sentono competitivi, scelgono le facoltà che danno meno prospettive di lavoro, cioè quelle umanistiche. I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. Studi difficili e competitivi» – e poniamo che da qui in poi, ogni anno, ci siano circa 500 mila laureati da collocare sul mercato del lavoro e SOLO nei settori per cui queste competenze super-tecniche sono richieste. Come può un mercato del lavoro super-tecnicizzazito che ha prodotto corsi di laurea super-tecnicicazziti e poco ‘flessibili’ (se mi laureo in una materia specifica, per la struttura molto rigida di questo tipo di facoltà rischio di non poter spaziare per poter fare altro, anche nella stessa disciplina) assorbire tutta l’offerta? Molto banalmente, non si rischia di svalutare tutta questa eccellenza, tutti questi geni intelligentissimi pronti a vincere nel mercato competitivo? Se tutti sono ‘avvantaggiati’, dov’è il vantaggio competitivo? Anche con tutta la fuga dei cervelli di questo mondo, 500 mila persone che ogni anno si laureano in Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza non troveranno mai tutto il lavoro che paventano tutti quelli che, anno dopo anno, cercano di dimostrarci dati alla mano che – stringi stringi – con la cultura non si mangia.

Qualche mese fa scrivevo: «[…] una società con questa visione – e ci siamo dentro: periodicamente escono articoli contro le facoltà ‘inutili’, oppure che sponsorizzano l’abolizione del Liceo Classico – è una società che non avrà mai gli anticorpi e gli strumenti per cambiare paradigma, per immaginare un futuro, per agire sull’esistente. Una società così gestirà sempre e solo lo stato delle cose e non riuscirà ad accettare le alternative al mainstream». Insomma, siamo al solito discorso per cui stiamo rinunciando al nostro futuro e alla nostra capacità di rischiare. Stiamo rinunciando all’analisi della complessità anche attraverso gli strumenti della critica e della cultura. Stiamo rinunciando ad avere una ‘visione’ che vada oltre il semplice ‘compitino’ routinario, però tanto utile.

Stefano Feltri, una firma molto letta, molto seguita e anche brillante, è purtroppo aderente a una visione del mondo assolutamente poco coraggiosa e poco intuitiva, molto legata alla gestione dell’esistente e che limita la dignità e la felicità umana all’orizzonte della fine del mese. Soprattutto in un contesto in cui nei paesi più avanzati del mondo si tiene molto da conto la cultura per lo sviluppo delle comunità creative e per creare innovazione anche nelle industrie. Per usare anche solo un esempio molto mainstream: Steve Jobs. Probabilmente fra vent’anni parleremo di questi esempi virtuosi in cui anche noi, sciocchi e utopisti che ci siamo laureati nelle ‘Humanities’, possiamo sedere al tavolo di «quelli che contano». Peccato però che una cosa del genere l’abbiamo sostanzialmente inventata noi: «Abbiamo portato in tutti i paesi della comunità le nostre armi segrete: i libri, i corsi culturali, l’assistenza tecnica nel campo della agricoltura. In fabbrica si tengono continuamente concerti, mostre, dibattiti. La biblioteca ha decine di migliaia di volumi e riviste di tutto il mondo. Alla Olivetti lavorano intellettuali, scrittori, artisti, alcuni con ruoli di vertice. La cultura qui ha molto valore». Lo diceva Adriano Olivetti.