L’indistinto democratico

Questo spaesamento fideistico segna in realtà a fine dell’affidamento alla politica, che aveva accompagnato il lungo dopoguerra di pace in cui abbiamo vissuto. Debole o forte, sospetta, lontana o troppo vicina, la politica sedeva comunque a capotavola nella società contemporanea, governava il mazzo di carte che distribuiva alle parti in gioco. L’abuso di potere ha consumato il ruolo. La separazione, la cooptazione e l’autoconservazione hanno fatto il resto. La fine sacrosanta delle ideologie che hanno imprigionato il Novecento ha fatto crollare anche ogni impalcatura di pensiero, ogni identità culturale, qualsiasi senso di appartenenza che vada oltre il contingente e l’effimero. Sembra che le idee non servano più alla politica, rassegnata a vivere nell’interpretazione del presente, senza tradizioni e senza proiezioni, come se il suo mondo fosse cominciato ieri e dovesse finire domani. Il risultati è l’uniformità culturale di un indistinto democratico che ha introiettato il senso di colpa della crisi invece di provare a governarla. Anzi ha fatto di più, ed è il suo peccato capitale: ha delegato alla crisi la riconfigurazione del sociale, tagli, fratture, nuove esclusioni, disuguaglianze, nuove soggettività, senza un disegno autonomo di società, senza un progetto di contrasto, senza l’embrione di un pensiero alternativo, nemmeno un’obiezione culturale.

Ezio Mauro, Democrazia Open/Close, su «L’Espresso», n.19, anno LXIII, 7 Maggio 2017.

E noi podemos?

Leggendo l’interessante reportage di Alessandro Gilioli su Podemos, che trovate su L’Espresso di questa settimana, emergono tutte le differenze – anche di spessore intellettuale e capacità di analisi – tra chi vuole fare la Sinistra e chi la sinistra la fa senza dirlo. Uno può entrare nel merito o meno delle singole proposte (io ad esempio su molte sono d’accordissimo, su altre meno, ma ci sta), ma è indubbio che questo partito – che in Italia, nota bene, verrebbe considerato «un partito dei professori», visto che si tratta di ricercatori di varie Scienze Sociali dell’università Complutense di Madrid – rappresenti uno ‘shock culturale’ per certi versi maggiore di quello rappresentato da Alexis Tsipras in Grecia. La domanda che si fanno tutti, da noi, ovviamente è: «e noi podemos?». A questo risponde non tanto Alessandro, quanto Carlos Falcon, direttore di Diario Público, giornale vicino a Iglesias: «In Italia è troppo tardi». E lo fa non con una mera analisi di spazi elettorali e flussi di voto, quando con un’analisi teorica sull’egemonia culturale di questo paese:

L’appuntamento con la storia voi l’avete avuto vent’anni fa, quando è crollata la Prima repubblica come da noi oggi sta precipitando il bipartitismo. Solo che in Italia la risposta è stata Berlusconi, con le sue tv: quindi ha vinto il populismo di destra. a nostra Tangentopoli è invece scoppiata nell’era di Internet, in un contesto di cittadinanza che si informa e si organizza autonomamente, senza farsi influenzare dai grandi media.

Forse un po’ troppo apocalittico, e con toni eccessivamente complottistici, ma lo spunto è interessante e centrato. Ovviamente l’analisi meriterebbe ampio spazio e la discussione, soprattutto da noi, mi sembra essere arrivata a un punto in cui si possono già azzardare delle ‘strade future’. Ciò detto, resta comprensibile lo scetticismo sul replicare le esperienze che altrove hanno successo semplicemente attaccandoci etichette alla moda. Non funziona.