Se il Cirinnà non passa com’è, perdiamo tutti.

La questione è molto semplice. Il ddl Cirinnà è da tempo considerata una legge ‘al ribasso’, è vero: ma è il punto di partenza minimo da cui partire per iniziare il cammino verso l’uguaglianza totale. In questa legge – presente nel programma di Italia Bene Comune (2013) e apprezzata anche durante il congresso da Matteo Renzi stesso (la sua famosa «posizione timida») – la parte fondamentale non è tanto quella sulle unioni civili, ma quella relativa alla stepchild adoption: anche passassero le unioni civili, resterebbe il problema del figlio del partner, privo di diritti.

Delle due strade prospettate da Renzi oggi all’Assemblea Nazionale del Partito Democratico solo una è percorribile. E sarebbe anche quella più ‘da Renzi’ per come ci ha abituato. Ripresentare la legge in aula così com’è e sfidare il Movimento 5 Stelle al dibattito. Una prova di forza. Votiamoli tutti, gli emendamenti, e vediamo (a) chi si stanca prima e (b) chi sta veramente facendo il doppio gioco.

Cercare l’accordo di governo, stralciando la parte delle adozioni, sarebbe una sconfitta su tutta la linea. E qui non è questione di porre o meno la fiducia (è vero, il governo può tecnicamente metterla, ma mette a rischio l’equilibrio di maggioranza e sappiamo che non lo farà mai allo stato attuale delle cose), è questione proprio di perdere una battaglia fondamentale sui valori e su cosa vuol dire essere di ‘sinistra’ oggi.

Il Partito Democratico ha da tempo deciso da che parte stare su questo tema (vorrei ricordarvi che la famosa componente Cattodem che per molti è l’origine di tutti i mali conta uno sparuto numero di Senatori, che pesano perché incardinati in un Senato figlio della non-vittoria del 2013). Siamo in ritardo, è vero. Ma ci siamo. Se perdiamo questa sfida, perdiamo davvero tantissimo.

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Give the people what they want: Matteo Renzi, very normal people

Matteo Renzi è un abilissimo comunicatore, lo sappiamo. Ci sono due modi per essere abili. Il primo, più difficile, è cercare di convincere una platea della tua visione del mondo facendo più fatica a seconda delle situazioni. La seconda, più semplice, e forse più fruttuosa nel breve periodo è «to give the people what they want». Steve Jobs diceva che le persone non sanno cosa vogliono fino a quando non lo vedono. Renzi, invece, pensa che le persone non solo vogliono cose ‘basilari’, ma le vogliono attraverso messaggi ‘basilari’ e meno disturbanti possibili. Del resto, l’attuale presidente del consiglio è un convinto sostenitore della negazione del conflitto sociale: la società non ha contraddizioni, non ha nodi da sciogliere, da analizzare, da risolvere. Ecco perché il messaggio può essere plasmato a seconda dell’audience a cui ti stai rivolgendo. La frase sul Family Day «Rispetto dove c’è popolo» non va letta come un’apertura verso la piazza del 30 gennaio e come un paletto al cammino del DDL Cirinnà – o meglio, non solo, perché ovviamente la frase più inquietante è un’altra: «Se non si trova la sintesi, si vota secondo coscienza» – ma va letta come messaggio ad uso e consumo degli ascoltatori di Rtl 102.5.

Rtl 102.5 è una radio che, da anni, porta avanti uno storytelling (scusate…) di ‘normalità’, ‘mediocrità’, di esaltazione aprioristica della ‘banalità’. La visione del mondo di Rtl 102.5 è fatta di pochi messaggi molto semplici. Un buon senso ‘mediamente conservatore’; i buoni sentimenti ‘non troppo pericolosi’; una armonizzazione attorno a un non meglio precisato ‘specifico italico’ per cui siamo sempre e comunque Un Grande Paese. Rtl 102.5 come radio della maggioranza silenziosa perfettamente sintetizzata dallo slogan che da anni porta avanti con pericolosissimo orgoglio: VERY NORMAL PEOPLE. Questo cosa vuole dire? Che il popolo di Rtl 102.5 è omofobo? Non necessariamente. Vuol dire che il popolo di Rtl 102.5 non vuole che ci siano ‘problemi’, ‘conflitti’, ‘tensioni’. Semplicemente: vuole che non gli si rompa le palle. Insomma, niente di nuovo. Per il resto, io domani in piazza a dire «Sì, lo voglio» ci sarò. Voi?

(pubblicato su Facebook)

Narrazione vs Azione. Il caso delle P.IVA

C’era una volta un manipolo di persone che volevano cambiare il Partito Democratico rovesciando l’agenda tematica di quello che si candidava a essere un grande partito di governo di centrosinistra portandolo nei problemi del lavoro contemporaneo. Ad esempio, portandolo a parlare di Partite IVA.
C’era una volta un manipolo di persone che si sono prese il Partito Democratico attraverso una convincente narrazione sull’individuo artefice del proprio futuro se dotato di intelligenza, intraprendenza e voglia di mettersi in gioco. L’individuo, insomma, che al posto di cercare lavoro ‘si inventava’ un lavoro.
C’era una volta un manipolo di persone che avrebbe finalmente parlato ai giovani professionisti, ai non rappresentati, a quelli che avevano un sogno e volevano provare a realizzarlo nel proprio paese. Sì, un sogno che non si sarebbe infranto per colpa di una burocrazia bizantina, di un consociativismo fuori tempo massimo, di un protezionismo che puzzava di paura. No, c’era finalmente un Partito pronto a cogliere la sfida del futuro. Non c’è alternativa al futuro, dicevano.
C’era una volta, e forse non c’è più. Perché se questo emendamento che va a colpire i liberi professionisti, di fatto limitando il loro raggio d’azione e le loro possibilità, venisse confermato, sarebbe un boomerang, un inciampo logico, pure contro-intuizione.
C’era una volta un manipolo di persone che voleva portare l’Italia in Europa, salvo accorgersi che l’Europa sta andando da un’altra parte.

Quando la tua idea del futuro è un’idea (perdente) di passato

Il problema non è il bonus di 500€ ai diciottenni. Il problema è il bonus di 500€ ai diciottenni quando il giorno dopo un tuo ministro afferma che «il voto di laurea è inutile». Un giorno vuoi investire sulla cultura, il giorno dopo affermi – sostanzialmente – che tanto è tutto inutile. Quando un ministro afferma una cosa del genere, non svilisce solo tutti quei giovani che credono nel valore della cultura, della formazione e dell’istruzione, ma svilisce anche l’idea stessa di futuro del paese. Un paese che continua ad abbassare l’asticella delle sue aspettative non avrà altre alternative al futuro (cit.), ma non vuole avere gli strumenti adeguati per affrontarlo.

L’entropia della politica spettacolare

È allora possibile che in futuro accada quello che è stato ipotizzato da Christan Salmon e cioè che l’homo politicus scompaia dalla scena sociale, ma non attraverso una modalità lenta e poco visibile, bensì in una maniera particolarmente evidente e addirittura clamorosa, cioè «sotto gli occhi di tutti, al colmo della sua esposizione, in una sovraesposizione mediatica, per una sorta di divoramento», causato dalla voracità dei media e dal loro smodato bisogno di produrre sempre nuovi stimoli in grado di suscitare l’attenzione del pubblico. Vale a dire che probabilmente la politica è un tipo di spettacolo destinato paradossalmente a morire per colpa della sua stessa natura spettacolare.

Vanni Codeluppi, Mi metto in vetrina. Selfie, Facebook, Apple, Hello Kitty, Renzi e altre “Vetrinizzazioni” (Mimesis 2015, p. 109).

Perché il PD non deve rinunciare alle primarie

Il tragico epilogo di Ignazio Marino come sindaco di Roma è la dimostrazione della fallacia delle primarie aperte come metodo di selezione della classe dirigente? Lo sto leggendo da più parti, in scia a una «corrente carsica trasversale» che da tempo spinge per una loro revisione, se non annullamento. Un errore devastante.

Prima di tutto sarebbe un errore logico fondamentale. Il segretario del Partito Democratico è stato poi nominato Presidente del Consiglio proprio grazie allo straordinario successo delle primarie congressuali del 2013, e da sempre ha usato la consultazione popolare per scalare e affermarsi nella gerarchia politica. Dalla vittoria fiorentina in avanti, la storia di Matteo Renzi è stata un’ascesa «di popolo democratico» e lo dimostra la forbice tra la fase di consultazione interna al PD (dove Renzi prese il 46%) e quella ‘aperta’ (dove arrivò all 67%). Rinunciare alle primarie sarebbe una gigantesca ‘sconfessione cognitiva’ di tutto il percorso fatto da Renzi in primis.

C’è dell’altro. Nel 2016 si andrà al voto in alcune cruciali città italiane: Milano, Napoli, Bologna, la mia Torino e probabilmente anche Roma. Decideremo sull’asse portante del paese in elezioni che non saranno solo più amministrative, ma – nella percezione, nel racconto, nel senso comune – vere e proprie politiche. Milano e Napoli hanno già annunciato che ricorreranno alle primarie il 7 Febbraio, e a Milano ci sono da tempo due candidati. Nella situazione attuale sarebbe bellissimo istituire un «Primarie Day Democratico». Prima di tutto per verificare lo stato di salute della coalizione: che tipo di perimetro vogliamo tracciare? Il centro-sinistra – come a Milano è già stato dichiarato da chi vuole lavorare nella scia della ‘rivoluzione arancione’ di Pisapia – o riproporre lo schema delle larghe intese (che ogni sondaggio indica come perdente) sull’onda di un senso di responsabilità tanto decantato quanto trasformato in una semplice agenda di conservazione? Inoltre, le amministrazioni hanno bisogno di confrontarsi su programmi politici, su idee diverse ma dentro la cornice del progressismo. Che tipo di città abbiamo in mente per il futuro? Quali sono le visioni strategiche per i prossimi dieci, o vent’anni? Tutto questo andrebbe discusso in un confronto aperto e partecipato: e legittimato dalle primarie.

Dal congresso nel 2013 molte cose sono cambiate: la velocità che abbiamo imparato a conoscere ha sconvolto tutto, rendendo inattuali i programmi precedentemente votati. Occorre tornare al confronto: anche per allargare, per andare a prendere il meglio del dialogo e confronto tra mondi, società e persone che non si iscrivono ai partiti ma vogliono essere, comunque, cittadini attivi nel XXI secolo.

Se la leadership più ‘aperta’ e ‘disintermediata’ della storia politica italiana si chiudesse nelle ‘oscure botteghe’ per decidere tutto a tavolino in base a una convenienza politica del breve periodo e non del confronto la perdita sarebbe di tutti.

Una fetta consistente di iscritti al Partito Democratico non ha accettato l’idea delle primarie. Penso sia un retaggio di chi è intimamente convinto – in assoluta buona fede – che solo i partiti organizzati abbiano in sé gli strumenti per la selezione della classe dirigente e gli anticorpi per espellere le impurità che rischiano di compromettere il disegno politico complessivo sull’onda della tradizionale contrapposizione tra «politica» e «società civile». Non credo sia così: le strategie dell’attività politica sono cambiate e la militanza in senso tradizionale va riconfigurata intorno alle esigenze della società del 2015, senza rinchiudersi nel solo ricorso a consultazioni interne, per evitare che le nostre configurazioni mentali si trasformino in ‘filtri’ perdenti, facendoci leggere la realtà non per come è ma per come vogliamo che sia, o per come la riconosciamo in base alle ‘nostre’ categorie. Come se anche nella ‘vita vera’ ci fosse la «filter bubble» di cui parla Eli Pariser. Se ci chiudiamo non vediamo più la realtà, ma un filtro del reale dove interpretiamo solo quello che ci fa comodo. La politica non riesce più a subordinare a sé la società in un grande progetto complessivo e se c’è qualcosa di «liquido» non è il partito, ma la delega di rappresentanza. Insomma, quando ti chiudi in te stesso credi di avere delle finestre molto grandi da cui guardare il mondo, ma spesso invece si tratta di un bunker.

Si accusano le primarie di aver favorito infiltrazioni di vario genere, da quelle, più leggere, di elettori di destra che votano esponenti del PD più vicini alla loro sensibilità, a quelle, ben più gravi, di gruppi di interesse più o meno leciti. Non sono le primarie il problema. Lo dico sinceramente: sono contento se un elettore che ha sempre votato a destra arriva a votarmi se l’ho convinto della validità del mio programma e della forza delle mie idee; sono meno contento se questo elettore mi vota semplicemente perché ho iniziato ad assomigliare a lui, ma questo capiterebbe con o senza le primarie.

Le infiltrazioni altre, poi, sono ‘inutili’ se non hai delle persone da votare, e le persone vengono votate se raccolgono un certo numero di firme per presentare la loro candidatura. Queste firme si raccolgono dentro il partito: ed ecco emergere la mitologica figura del ‘capataz’ e dei suoi pacchetti di tessere. Pacchetti. Di. Tessere. Tessere di partito. Iscritti fantasma che firmano a comando per far candidare le ‘sue’ persone e sostenere, quindi, un disegno che di politico ha ben poco. Il caso di Roma lo conosciamo tutti, ormai. Ma non è isolato, purtroppo. E questo accadrebbe anche senza primarie.

Il Partito Democratico nasce con le primarie. Sono d’accordo con Daniele Viotti quando dice che PD è sinonimo di primarie. I fattori di rischio ci sono ma devono semplicemente essere ridotti con regole certe. Non dobbiamo rinunciare alla partecipazione e all’allargamento, anche perché quando ci si rinchiude si fa capire di avere paura, e quando si fa capire di aver paura è finita. Perché si smette di avere idee, di disegnare un orizzonte e di fare politica e ci si limita semplicemente a gestire ‘il condominio’, chiudendosi in quello che si sapeva ieri senza interessarsi a quello che si saprà domani.

Non puoi occuparti di politica se vuoi semplicemente gestire l’esistente.

Facciamole, queste benedette primarie. Facciamole il 7 Febbraio. Da Torino a Napoli, da Roma a Milano. Facciamole per confrontarci e per disegnare il paese che vogliamo a partire dalle nostre città. Non rinunciamo agli strumenti di partecipazione solo perché hanno dei rischi. Non rinunciamo all’apertura. Smettiamo di rinunciare. Perché qui sta cominciando a mancare l’aria.

Su Ignazio Marino

Quando il sindaco della più grande città del mondo cita il caso come esempio, tu Partito che esprime il sindaco della capitale del paese dovresti stare dalla sua parte. E non perché te lo dice lui, ma perché basta davvero poco per fare la cosa giusta. Senza “se” e senza “ma”. Il resto è politicismo.