La lunga notte: è ora di agire

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Lega e 5 Stelle fanno esattamente quello per cui sono stati votati. Orribile? Sì. Vergognoso? Certamente. Disumano? Oltre ogni dire. Lo sapevamo. Il Joker Matteo Salvini – personaggio tragico, violento e strumentale – non aspettava altro per imprimere una nuova violentissima accelerata alla sua campagna elettorale permanente. Una prova di forza perfettamente coerente con gli orrori che da anni propugna come programma politico. Orrori con cui ha sestuplicato i consensi della Lega.

Partiamo da qui. La nostra indignazione non basta più. Non è sufficiente. Parliamo solo tra di noi. Credo sia ora di cominciare a riappropriarsi dello spazio pubblico e agire. Smetterla di scrivere solo su Facebook, ma portare la nostra posizione nelle piazze, nei luoghi pubblici che frequentiamo. Scriviamo ai nostri rappresentanti di collegio per dire loro di portare in parlamento una linea dura di opposizione mentre nel paese, nel quotidiano, cerchiamo di far capire come mai è sbagliato sacrificare la nostra umanità sul finto altare della sicurezza. Su questi temi non è necessario un surplus di riflessione. O siamo per l’accoglienza, o non lo siamo. O stiamo dalla parte di chi vuol vedere il mondo bruciare, o stiamo dalla parte di chi vuole che questo mondo sia leggermente migliore di come è adesso.

La politica che vuole stare da questa parte non deve più limitarsi alla comunicazione social, ma stare nelle piazze. Ogni giorno. A presidiare, a spiegare, cercando di far capire come mai è giusto credere ancora in una società aperta, senza confini e senza immigrazione clandestina, in cui solo accogliendo si può acquisire umanità e ricchezza culturale. Una società connessa deve esserlo anche nella vita vera, anche a costo di prendersi tutti gli insulti che non si è voluti prendere in questi anni. La società civile (dalle associazioni culturali ai sindacati, che mai come in questi giorni devono tornare a essere centrali) deve fare la sua parte e costruire la famosa contro-egemonia partendo dal quotidiano, dalle cose minime, dalla divulgazione e dal confronto. Gli intellettuali devono tornare a impegnarsi, a mettere in discussione il nostro schema di interpretazione del mondo, ragionare sulla complessità rifuggendo ogni tipo di consolazione e tornare a essere avanguardia di pensiero e collegamento tra politica, società e persone.

Siamo nella lunga notte, e questo è solo l’inizio. Lega e 5 Stelle hanno un progetto e non possiamo più trattarli come degli accidentali “idiot savant” che per sbaglio sono finiti a governare questo paese. Prima ce ne rendiamo conto, prima iniziamo a costruire l’alternativa, prima ne possiamo uscire. Non sarà breve, non sarà facile. Ma è giunta l’ora di farlo. Perché se ci limitiamo a stare qui tra di noi a lamentarci del fatto che abbiano vinto i brutti, sporchi e cattivi, non solo non andremo da nessuna parte, ma finiremo per essere anche complici.

(su FB)

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Salvini e Di Maio sono inevitabili

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Dal 2016 in poi è ormai chiaro che la tendenza globale non è una semplice inversione di politiche, ma un nuovo campo di analisi del mondo e un per noi inedito rapporto dialogico con il reale. Negli ultimi venti-trent’anni le teorie e le analisi sul postmodernismo, sul mondo come narrazione, sull’inconsistenza dei fatti in luogo del trionfo dell’interpretazione, sulla mediatizzazione dell’esperienza personale svuotando sempre di più la dimensione comunitaria e la spinta all’azione politica delineano un contesto che ha generato una società del ultra-individualismo rancoroso e rivendicativo che porta a due conseguenze letali: la prima, il trionfo di un turbocapitalismo che ha ormai messo a valore ogni tipo di aspetto immateriale della vita di tutti i giorni (compresi sonno, sentimenti, affetti) e genera meccanismi di ansia sociale, solitudine e competitività espressa non con il dialogo ma con la polverizzazione dell’avversario (un avversario che, però, è ovunque e dovunque: dall’immigrato al povero, dal fidanzato al genitore fino ad arrivare al paradosso di vedere in se stesso il nemico); la seconda, la degenerazione della profezia distopica/dispotica thatchereaganiana per cui non esiste la società, ma solo l’individuo in un dominio delle funzioni sulla persona così elevato da avere addirittura polverizzato l’individuo. Hai voglia a parlare di “fame di realtà” e “ritorno del reale” (è durato poco, ma ci abbiamo creduto). In tutto questo, il cambio di paradigma è effettivamente apocalittico perché qui, al netto di costituzioni che reggono e episodici frammenti di resistenza, sta crollando l’intero assetto di un Occidente fondato sui principi emancipatori dell’Illuminismo. Da noi, questa tendenza, ha il volto bifronte di Salvini e Di Maio. E se mettiamo in fila gli elementi – andando a ritroso nel tempo, appunto – dobbiamo ammettere che effettivamente era il naturale evolversi di una situazione che solo adesso, forse, riusciamo a comprendere pienamente.

(facebook)

In questa situazione votare non serve a niente

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dalla pagina Fb Logo Comune

In questa situazione il Governo del Presidente è l’unica non-soluzione possibile. Le elezioni anticipate, infatti, non risolverebbero assolutamente nulla. La politica — soprattutto quella italiana — si è sempre basata sul principio di dialogo, accordo, compromesso e anche di “non sfiducia”. Parole considerate bestemmie nel quadro post-politico in cui ci stiamo muovendo ormai da anni. Se non si è trovata una maggioranza è per il contesto culturale, non per la legge elettorale. Oggi, fare politica vuol dire addobbare una narrazione totalizzante, lanciarsi in una campagna elettorale permanente in cui l’obiettivo è prevaricare e annientare qualsiasi avversario. Non è un caso che i due partiti arrivati primi alle elezioni, M5S e Lega, non abbiano smesso per un secondo di fare campagna elettorale. La loro volontà non è fare un governo — governare vuol dire diventare impopolare: citofonare Renzi — ma consolidare e aumentare il consenso. È l’egemonia della propaganda permanente. Dire, come hanno ripetuto per settimane Salvini e Di Maio, di «essere a disposizione, sono gli altri che non vogliono» vuol dire porre proprio le condizioni dello stallo. Nessuno vuole governare con nessun altro. Una naturale conseguenza di una campagna elettorale che è stata, e che sarà sempre di più, brutale, aspra, vuota di contenuti e volta solo ed esclusivamente a distruggere simbolicamente le altre parti. La dico facile: come si può pensare, in questo contesto, di creare governi politici anche su accordi di compromesso dopo che per mesi (se non anni: come il 5s con il Pd) hai insultato le altre formazioni e aizzato le rispettive tifoserie? Ancora più facile: come si può pensare di fare accordi politici se a mancare è proprio la politica? La propaganda permanente si nutre dell’ostinata e infinita ricerca di un consenso “totalitario” in un quadro che, fortunatamente, totalitario non è. Se si pensa a una soluzione politica, anche attraverso il voto — visto sempre come panacea di tutti i mali — si rischia di rimanere molto delusi. Ci sono due non-soluzioni, in questo momento. Ed è logico che Mattarella ci provi.

ps — Certo, le elezioni non serviranno a nulla per i motivi che ho cercato di spiegare. A meno che il Movimento 5 Stelle non prenda, da solo, il 40%. La strategia mi sembra chiaramente quella.

pps — Chi pensa che l’attuale classe politica sia fatta di cialtroni sbaglia. Sono lucidissimi. Folli, forse. Ma lucidissimi.

(su Facebook)

Il marketing dei vitelloni

La Lega Nord non ha mai fatto politica. Da quando è nata, è sempre stata una sorta di compagnia di giro la cui unica preoccupazione era trovare un passatempo e un’occupazione a dei vitelloni che non avevano nessuna intenzione di lavorare. Il suo programma è sempre stato un bignami di rivendicazioni da strapaese in un dato periodo storico. Queste rivendicazioni cambiano dal 1992 al 2016, e con loro, cambiano anche gli attori che devono portarle avanti. L’esercizio leghista, da Bossi a Salvini, non è quello di fare politica, ma fare del marketing politico portando all’esasperazione i toni del fantomatico uomo della strada. Le soluzioni ai mali del paese, si sa, si trovano al bar. E la Lega, attraverso l’istituzionalizzazione di un senso comune livoroso e rancoroso, ha dato voce a un manipolo di persone che ha sempre cercato l’origine del problema altrove: il fisco, i clandestini, Roma, l’Europa. Il vitellone ha trovato i suoi simili. La Lega ha spettacolarizzato, prima in Italia, lo scaricabarile come ethos pubblico. Le responsabilità non sono mai nostre, sono sempre di qualcun’altro. Un grandissimo esercizio di consolazione collettiva che trova ampio seguito proprio perché saremo sempre portati a stare con chi ci dice che la colpa non è nostra. E Salvini, in questo, è un maestro. Lui non è un politico, è un uomo di spettacolo con dietro una grande squadra di pubblicitari e spin doctor. Quello che ha fatto ieri – mostrando una totale mancanza di vergogna e senso del ridicolo – rispetta perfettamente il copione. È uno spettacolo. Di merda, ma sempre spettacolo. Noi possiamo sempre cambiare canale.

Il vestito ro[zz]o di Matteo Salvini

Ho letto molti, oggi, fare ironia sulla mise scelta da Matteo Salvini per incontrare al Qurinale il Presidente della Repubblica. Ironia fuori luogo, perché fa finta di non considerare come la trasandatezza di Matteo Salvini – il vestito dozzinale, la camicia tirata e che sacrifica il collo, la cravatta messa male e portata meglio – sia in realtà studiatissima e facente parte del sistema simbolico che rende il ‘corpo’ di Salvini esattamente quello che è. Qualche anno fa Marco Belpoliti, partendo dalla canottiera di Bossi, scrisse un saggio in cui ragionava sui sistemi estetici e simbolici che caratterizzavano l’identità della Lega Nord. Ovviamente, ogni forza politica populista deve fare riferimento a certi fattori, iscrivendo nel ‘corpo del capo’ un’opera narrativa che funziona in modo autonomo e diventa automaticamente portatrice di quei valori caratteristici. Ecco perché Matteo Salvini, che ha alle spalle fior fior di esperti di comunicazione, non poteva che vestirsi esattamente in quel modo. Inadeguato, lontano dall’etichetta, alieno dall’eleganza vista come sofisticato orpello non necessario al discorso di ‘totale visceralità’ della nuova Lega tutta istinto e ‘autenticità’. Ecco perché non poteva essere diverso e ecco perché, come al solito, anziché ridere di questa farsa bisogna prendere sul serio questa tragedia.

Forse non è questo il caso

Qualche giorno fa Matteo Salvini ha polemizzato con Angelino Alfano. Il ministro dell’Interno avrebbe rinfacciato al segretario federale della Lega Nord di non essere laureato. In questo scontro fra titani del pensiero occidentale sono parecchie le cose che fanno ridere. Ad esempio il fatto che Alfano rivendichi la sua superiorità con un titolo di studio che la sua formazione politica sono anni che sta cercando di delegittimare in ogni modo. Sia dal punto di vista legislativo, sia dal punto di vista culturale e politico. Oppure il fatto che Salvini ne esca molto meglio accusando Alfano di essere elitario e snob, e affermando – giustamente – che attaccare una persona sui titoli di studio è da poveretti. Questo paese è bellissimo. Anche perché, come direbbe De Gregori, «non è certo da questi particolari che si giudica un giocatore». Ed è verissimo. Ad esempio Furio Jesi non ha mai avuto bisogno di una laurea (né tantomeno di un diploma) per diventare uno dei più importanti intellettuali italiani del suo tempo, e non solo.
Però, ecco, forse non è questo il caso.

Non mi piacerebbe. Ma proprio per niente.

Mi piacerebbe che almeno una volta nella vita tutti quelli che in queste ultime ore hanno parlato a sproposito, hanno fatto del sarcasmo inutile, hanno colto l’opportunità politica di guadagnare sulla pelle dei morti, e hanno addirittura esultato quando hanno letto quanto successo, provassero cosa vuol dire – seppur in minima parte – sentirsi emarginato, sentirsi solo, sentirsi indifeso e senza prospettiva.
Mi piacerebbe che almeno una volta nella vita tutti quelli che si sentono forti nella logica del branco, della ‘massa come espressione di potere’ e che polarizzano tutta la loro esistenza nella ricerca di un ‘noi’ contro un ‘loro’ – dove ‘loro’ è tutto quello che non viene capito – si sentissero improvvisamente dall’altra parte, oggetti delle attenzioni del branco, fuori dalla massa, fuori da potere. Che diventassero improvvisamente ‘loro’. Perché c’è sempre un ‘noi’ e c’è sempre un ‘loro’. Ovunque.
Mi piacerebbe che almeno una volta nella vita tutti quelli che ogni volta che qualcuno di sconosciuto rivolge loro la parola si trincerano dietro un netto rifiuto, scappando, si sentissero fuori luogo, fuori situazione, rifiutati.
Mi piacerebbe che almeno una volta nella vita tutti quelli che pensano che esista una ‘casa loro’ si sentissero ‘stranieri’ nelle loro case. Ovunque esse siano. E vorrei che provassero sulla loro pelle la mancanza di empatia che dimostrano per qualsiasi motivo stiano ritenendo necessario.
Per capire l’effetto che fa.
Anzi. No.
Non mi piacerebbe.
Ma proprio per niente.