Arriverà il giorno…

Arriverà il giorno in cui questa narrazione tossica produrrà i suoi frutti impazziti. Il giorno in cui non ci si limiterà a dare contro alle ONG (colpevoli di riempire il vuoto della politica) nelle chiacchiere da bar e si andrà in piazza. Si urlerà all’invasione. Si attaccherà il buonismo che sottende il “complotto”, la sostituzione del popolo, la lunga mano di Soros, l’arricchimento di MSF (o chi per loro, ‘che tanto sono tutte uguali) sulle spalle di gente che andrebbe «aiutata a casa loro». A casa loro, dove non li vediamo, e quindi non esistono. Arriverà il giorno in cui la piazza urlerà in modo isterico il suo odio a favore della paura, dal No Vax al No Trespass. La terra dei muri, dei recinti, del filo spinato. Attenti al cane, attenti all’italiano. Il tutto avallato da questa politica malsana che cerca di gestire il consenso inseguendo le parole d’ordine della sua stessa sconfitta. L’indistinto democratico in cui non ci sono più differenze e che supera i limiti di quello che è accettabile e quello che no. Arriverà il giorno in cui si andrà nei porti e, giustificati da chi ha per anni soffiato su questo fuoco, nell’insostenibile “silenzio della sinistra”, si impedirà alle navi di attraccare, si rispediranno in mare tutti, i negri e i buonisti. E arriverà il giorno in cui questo non basterà. In cui la violenza esploderà. E qualcuno, semplicemente, a casa, non ci tornerà più. Quel giorno ci renderemo conto di cosa abbiamo fatto, di dove siamo arrivati e di come nessuno – nessuno – è innocente.

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Un patto tra le generazioni, a sinistra.

Poi vediamola come vogliamo, facciamo tutte le analisi del caso e ognuno prenda la sua parte. Però non possiamo sottovalutare che le ultime due personalità capaci di accendere sincero entusiasmo in una fetta di popolazione che da tempo guarda male la politica partitica – cioè i giovani under-25 e quelli che stanno per votare per la prima volta – sono stati Jeremy Corbyn (66 anni) e Bernie Sanders (74 anni). Questo ‘patrimonio’ risvegliato è un segnale che va oltre la sconfitta alle Primarie americane (che è ormai acclarata anche se una vittoria di Bernie Sanders sarebbe stata la più grande scossa sistemica allo status quo democratico dai tempi di FDR) e le preoccupazioni sul futuro del Labour in Gran Bretagna (nonostante i sondaggi non siano poi tanto male). Questo ‘patto’ tra due nonni e una generazione di ‘nipoti’ dovrebbe far riflettere sull’inconsistenza della ‘generazione dei padri’ e segnalare qualche piccolo segnale di risveglio da un torpore abbastanza preoccupante.

Sondaggite. Anche oggi.

Ed ecco che anche nella discussione sulle Unioni Civili emergono i sondaggi. «I sondaggi dicono…», «I sondaggi affermano…», «Consultando i dati…» ecco, sapete che c’è? Mi sono un po’ stufato di una politica schiava dei sondaggi, che non riesce a prendersi la responsabilità di una decisione sulla base di un’idea, di un orizzonte, di un obiettivo. I sondaggi sono utilissimi. Anzi, sono fondamentali. Ci devono aiutare a prendere decisioni migliori: su questo hanno ragione gli esperti e mai potrei immaginare un universo privo di dati, rilevazioni e sondaggi. Il problema non è lo strumento in sé ma – come sempre – l’uso che se ne fa. Siamo, da anni ormai, in piena ‘sondaggite’: quasi una teologia. Ogni nostro passo deve seguire dei dati che ci confermano che possiamo farlo. Ogni nostra decisione deve essere presa in risposta ad analisi che dimostrano oggettivamente il polso della situazione. Insomma, una politica che non guida, ma risponde. Una politica che non propone, ma para il colpo. Una politica totalmente impotente di offrire una visione, un’idea, qualcosa per cui vale la pena lottare. Insomma, la gestione di un esistente che non sembra nemmeno così esaltante e nessun coraggio di superare un copione già scritto.

Se il Cirinnà non passa com’è, perdiamo tutti.

La questione è molto semplice. Il ddl Cirinnà è da tempo considerata una legge ‘al ribasso’, è vero: ma è il punto di partenza minimo da cui partire per iniziare il cammino verso l’uguaglianza totale. In questa legge – presente nel programma di Italia Bene Comune (2013) e apprezzata anche durante il congresso da Matteo Renzi stesso (la sua famosa «posizione timida») – la parte fondamentale non è tanto quella sulle unioni civili, ma quella relativa alla stepchild adoption: anche passassero le unioni civili, resterebbe il problema del figlio del partner, privo di diritti.

Delle due strade prospettate da Renzi oggi all’Assemblea Nazionale del Partito Democratico solo una è percorribile. E sarebbe anche quella più ‘da Renzi’ per come ci ha abituato. Ripresentare la legge in aula così com’è e sfidare il Movimento 5 Stelle al dibattito. Una prova di forza. Votiamoli tutti, gli emendamenti, e vediamo (a) chi si stanca prima e (b) chi sta veramente facendo il doppio gioco.

Cercare l’accordo di governo, stralciando la parte delle adozioni, sarebbe una sconfitta su tutta la linea. E qui non è questione di porre o meno la fiducia (è vero, il governo può tecnicamente metterla, ma mette a rischio l’equilibrio di maggioranza e sappiamo che non lo farà mai allo stato attuale delle cose), è questione proprio di perdere una battaglia fondamentale sui valori e su cosa vuol dire essere di ‘sinistra’ oggi.

Il Partito Democratico ha da tempo deciso da che parte stare su questo tema (vorrei ricordarvi che la famosa componente Cattodem che per molti è l’origine di tutti i mali conta uno sparuto numero di Senatori, che pesano perché incardinati in un Senato figlio della non-vittoria del 2013). Siamo in ritardo, è vero. Ma ci siamo. Se perdiamo questa sfida, perdiamo davvero tantissimo.

Feel the Bern?

Va bene, siamo agli inizi. Va bene, sono due stati con pochi voti e con una conformazione dell’elettorato ben preciso. Va bene, la corsa è molto lunga e vedremo come andrà. Va bene, non succede ma se succede. Però vogliamo dirlo che la vittoria di Bernie Sanders alle primarie del New Hampshire – per oltre 20 punti, eh: non è un risultato casuale – rappresenta un significativo game change? Ora bisogna vedere cosa succederà negli altri stati (il New Hampshire è uno stato essenzialmente bianco e di sinistra: praticamente lo stato dei lettori di Repubblica), ma questo risultato suggerisce che certe tematiche – il lavoro e il ruolo della grande finanza, il welfare, il debito studentesco, i diritti civili e individuali – sono diventate sempre più importanti nell’agenda democratica. Si parlerà ancora meglio e in modo ancora più radicale di disuguaglianze, ci si concentrerà ancora di più sulle contraddizioni del sistema dopo la crisi economica del 2007. Si parlerà di ambiente e di futuro e costringe anche una moderata come Hillary Clinton a spostarsi a sinistra. Poi, certo, andrà come andrà e guardiamo anche cosa succede nella casa dei pazzi repubblicani, ma adesso il tavolo è cambiato. A me sembra una grandissima vittoria culturale e politica.

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Give the people what they want: Matteo Renzi, very normal people

Matteo Renzi è un abilissimo comunicatore, lo sappiamo. Ci sono due modi per essere abili. Il primo, più difficile, è cercare di convincere una platea della tua visione del mondo facendo più fatica a seconda delle situazioni. La seconda, più semplice, e forse più fruttuosa nel breve periodo è «to give the people what they want». Steve Jobs diceva che le persone non sanno cosa vogliono fino a quando non lo vedono. Renzi, invece, pensa che le persone non solo vogliono cose ‘basilari’, ma le vogliono attraverso messaggi ‘basilari’ e meno disturbanti possibili. Del resto, l’attuale presidente del consiglio è un convinto sostenitore della negazione del conflitto sociale: la società non ha contraddizioni, non ha nodi da sciogliere, da analizzare, da risolvere. Ecco perché il messaggio può essere plasmato a seconda dell’audience a cui ti stai rivolgendo. La frase sul Family Day «Rispetto dove c’è popolo» non va letta come un’apertura verso la piazza del 30 gennaio e come un paletto al cammino del DDL Cirinnà – o meglio, non solo, perché ovviamente la frase più inquietante è un’altra: «Se non si trova la sintesi, si vota secondo coscienza» – ma va letta come messaggio ad uso e consumo degli ascoltatori di Rtl 102.5.

Rtl 102.5 è una radio che, da anni, porta avanti uno storytelling (scusate…) di ‘normalità’, ‘mediocrità’, di esaltazione aprioristica della ‘banalità’. La visione del mondo di Rtl 102.5 è fatta di pochi messaggi molto semplici. Un buon senso ‘mediamente conservatore’; i buoni sentimenti ‘non troppo pericolosi’; una armonizzazione attorno a un non meglio precisato ‘specifico italico’ per cui siamo sempre e comunque Un Grande Paese. Rtl 102.5 come radio della maggioranza silenziosa perfettamente sintetizzata dallo slogan che da anni porta avanti con pericolosissimo orgoglio: VERY NORMAL PEOPLE. Questo cosa vuole dire? Che il popolo di Rtl 102.5 è omofobo? Non necessariamente. Vuol dire che il popolo di Rtl 102.5 non vuole che ci siano ‘problemi’, ‘conflitti’, ‘tensioni’. Semplicemente: vuole che non gli si rompa le palle. Insomma, niente di nuovo. Per il resto, io domani in piazza a dire «Sì, lo voglio» ci sarò. Voi?

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Tutto tranne che un problema

A quelli che dicono «Con tutti i problemi che ci sono, dobbiamo sempre occuparci degli omosessuali?» Ecco, proprio perché i problemi sono davvero ben altri si deve far passare il DDL Cirinnà così com’è. Senza perdere ulteriore tempo. Così torniamo a occuparci dei problemi veri. La questione infatti è tutto tranne che un problema.

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