Quella puntata dei Simpson

In un episodio dei Simpson andato in onda oltre vent’anni fa – forse ve lo ricordate – il sindaco Quimby viene spinto dalla cittadinanza a istituire un costosissimo e inutile servizio di sicurezza per difendere Springfield dall’“invasione” degli orsi (ce n’era uno, ed era inoffensivo). Detta cittadinanza, di colpo, si rende conto di quanto costa il servizio e se ne lamenta con il sindaco che, di tutta risposta, incolpa un’altra “invasione”, quella degli immigrati clandestini. Viene quindi indetto un referendum, con una feroce campagna elettorale, per mandarli tutti a casa, questi immigrati fonte di ogni problema. Sicurezza, legalità, immigrazione. Non so, ma dal regolamento per le ong all’aiutiamoli davvero a casa loro, da Macerata alla fake-news sull’immigrato senza biglietto del treno, questa mi sembra ancora la metafora migliore per spiegare a che punto siamo, perché e perché andrà sempre peggio. Tra l’altro, Joe Quimby è un sindaco dei democratici.

(via Facebook)

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Macerata: le narrazioni tossiche impazziscono

Qualche mese fa era uscito un grafico in cui si illustrava come gli italiani avessero fiducia sostanzialmente nelle forze nell’ordine, nell’esercito e nel Papa. Solo in basso, ovviamente, la politica. Ai tempi commentammo con l’amara considerazione che il fascino dell’uomo forte capace di infondere sicurezza e conservazione, in questo paese, non passerà mai a meno che non si faccia una volta per tutte i conti con l’eredità del fascismo (quella che in tedesco è indicata come “vergangenheitsbewältigung”, la riflessione e il superamento del nazismo). Come disse una volta Corrado Guzzanti, il fascismo non è solo passo dell’oca e saluto romano, ma è un atteggiamento mentale, culturale e fisico che è instaurato nelle vene profonde di questo paese. Quindi forse il problema non è tanto nei consensi — comunque in crescita — di Casa Pound, quanto come questo ‘culturame’ possa intaccare e infiltrarsi ovunque.

Sui fatti di Macerata abbiamo detto tutto. La decisione di annullare la manifestazione antifascista è incommentabile e irricevibile: la codardia è la principale complice che permette a questi atteggiamenti di radicarsi e la rabbia e l’indignazione che leggo in giro sacrosanta. Quello di cui ho più paura, però, è che si stia parlando tra di noi e che il Paese voglia altro (considerate che Traini in carcere è stato accolto come un eroe) e che si stia vivendo l’onda lunga e l’effetto pratico di un deresponsabilizzazione lunga anni. Lasciando che tutto scorresse e che la narrazione tossica ad un certo punto impazzisse. Dalla politica, che insegue solo e comunque un consenso istantaneo senza proporre uno straccio di idea che sia una; ai media, che vanno a pescare ne torbido di un Paese assettato di pornografia, scandali e cronaca nera a buon mercato per sentirsi la coscienza a posto perché “i mostri sono sempre gli altri, signora mia”; per arrivare anche a chi probabilmente avrebbe potuto fare di più senza guardare dall’alto in basso tutti quelli che parlano a vanvera di fascismo, di uomo forte, di bisogno di mandarli tutti a casa bollandoli come ignoranti che non capiscono e passando oltre.

Non vorrei, insomma, che lo spazio che stanno occupando certi soggetti politici come Casa Pound e Lega Nord, e certi atteggiamenti di intollerante e lassismo con l’uso potente del “ma” per dire che, insomma, ok, qualcuno ha esagerato “ma” infondo bisogna capire l’esasperazione, non sia in realtà lo spettro di qualcosa di più ampio. Cioè che questo sia davvero un paese irrimediabilmente di destra. Ma non la destra borghese che esiste solo nei sogni di qualche buon conservatore dei centri cittadini: proprio la destra più violenta e totalitaria, prevaricante e rancorosa che riesce oggi a occupare degli spazi lasciati vuoti. Quando leggo il titolo dell’editoriale di Norma Rangeri su il manifesto di oggi «Destra in piazza, sinistra a casa» mi viene davvero il timore che la nostra “resistenza culturale” alla fine sia stata sostanzialmente sconfitta.

(su Facebook)

«Quo Vado», the PD edition

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– Il renziano della prima ora ride tantissimo e fortissimo, principalmente per coprire l’amico di destra con cui è andato al cinema e ha tenuto il cellulare acceso.
– Il renziano della seconda ora ride ancora più forte. Quel pomeriggio ha dato via tutti i suoi dvd di Antonioni, Fellini e Pasolini. «Altro che quella merda di Sorrentino!» pare lo abbiano sentito urlare.
– Il renziano della terza ora non solo ride in modo sguaiato, ma fa vedere a tutti di aver messo like a ogni filmato YouTube di Checco Zalone, di essere DA SEMPRE fan dei comici di Zelig e urla a gran voce che addirittura Cirilli non è stato capito.
– Quello di Rifare l’Italia apprezza in maniera molto forzata, sorride, abbozza qualche risata ma, in cuor suo, rimpiange un po’ i tempi in cui la sinistra al cinema voleva dire Nanni Moretti. Quando gli chiedono un parere dice: «Interessante, diciamo».
– Il bersaniano la prende in maniera bonaria e dice che due risate non hanno mai fatto male a nessuno, purché siano genuine. In fondo, a lui, Lino Banfi ha sempre fatto ridere.
– Il franceschiniano paventa di aver scoperto lui Checco Zalone, in un minuscolo locale di Bari, quando i suoi amici lo avevano portato in Puglia in vacanza anni fa.
– Quello di SinistraDem lo critica apertamente ma, tuttavia, ne riconosce il grande trasporto popolare. Non capisce ma si adegua dietro all’idea che se piace a tanta gente allora forse bisognerà rifletterci sopra e fare una grande riunione delle minoranze a riguardo.
– Il dalemiano osserva schifato ma pensa a come girare la situazione a suo vantaggio.
– I GD propongono un torneo di biliardino mettendo in palio una maglia di Igor Protti autografata dagli admin di Calciatori Brutti. «Per il LOL», dicono.
– Quello di ReteDem è andato a vederlo con il suo amico di SEL. Non gli è piaciuto. Sono usciti dalla sala molto confusi, sentendosi anche un po’ in colpa perché temono di non averlo capito e, quindi, di non avere capito da che parte va il mondo. Indecisi sul da farsi stappano una birra a chilometro zero e la bevono pensando ai mali del mondo e alla conferenza di Parigi.

pubblicato su Facebook: https://goo.gl/g2C5jb

La sindrome delle belle bandiere: su SEL a Milano

Leggo che, qualora Beppe Sala decidesse di correre alle Primarie di Milano, SEL si chiamerebbe fuori perché «con Sala non sono più Primarie di centrosinistra». Spero sia una provocazione, perché il senso delle Primarie è proprio la definizione del disegno politico a partire dalle idee e dalle visioni sulle città. Ed è sbagliato sgomberare il campo lasciando vuoto lo spazio, perché altrimenti viene occupato da quello che a parole si vorrebbe arginare. Lo spauracchio della «destra» non si combatte con lo spauracchio della «sinistra», ma con una piattaforma di idee e pratiche realizzabili e confrontabili. Se questa scelta non fosse solo una semplice provocazione, si rievocherebbe la sindrome delle “Belle Bandiere” di cui Ilda Curti ha scritto ieri su Minima e Moralia. La sfida politica si vince accettandola, non rifiutandola.

Perché il PD non deve rinunciare alle primarie

Il tragico epilogo di Ignazio Marino come sindaco di Roma è la dimostrazione della fallacia delle primarie aperte come metodo di selezione della classe dirigente? Lo sto leggendo da più parti, in scia a una «corrente carsica trasversale» che da tempo spinge per una loro revisione, se non annullamento. Un errore devastante.

Prima di tutto sarebbe un errore logico fondamentale. Il segretario del Partito Democratico è stato poi nominato Presidente del Consiglio proprio grazie allo straordinario successo delle primarie congressuali del 2013, e da sempre ha usato la consultazione popolare per scalare e affermarsi nella gerarchia politica. Dalla vittoria fiorentina in avanti, la storia di Matteo Renzi è stata un’ascesa «di popolo democratico» e lo dimostra la forbice tra la fase di consultazione interna al PD (dove Renzi prese il 46%) e quella ‘aperta’ (dove arrivò all 67%). Rinunciare alle primarie sarebbe una gigantesca ‘sconfessione cognitiva’ di tutto il percorso fatto da Renzi in primis.

C’è dell’altro. Nel 2016 si andrà al voto in alcune cruciali città italiane: Milano, Napoli, Bologna, la mia Torino e probabilmente anche Roma. Decideremo sull’asse portante del paese in elezioni che non saranno solo più amministrative, ma – nella percezione, nel racconto, nel senso comune – vere e proprie politiche. Milano e Napoli hanno già annunciato che ricorreranno alle primarie il 7 Febbraio, e a Milano ci sono da tempo due candidati. Nella situazione attuale sarebbe bellissimo istituire un «Primarie Day Democratico». Prima di tutto per verificare lo stato di salute della coalizione: che tipo di perimetro vogliamo tracciare? Il centro-sinistra – come a Milano è già stato dichiarato da chi vuole lavorare nella scia della ‘rivoluzione arancione’ di Pisapia – o riproporre lo schema delle larghe intese (che ogni sondaggio indica come perdente) sull’onda di un senso di responsabilità tanto decantato quanto trasformato in una semplice agenda di conservazione? Inoltre, le amministrazioni hanno bisogno di confrontarsi su programmi politici, su idee diverse ma dentro la cornice del progressismo. Che tipo di città abbiamo in mente per il futuro? Quali sono le visioni strategiche per i prossimi dieci, o vent’anni? Tutto questo andrebbe discusso in un confronto aperto e partecipato: e legittimato dalle primarie.

Dal congresso nel 2013 molte cose sono cambiate: la velocità che abbiamo imparato a conoscere ha sconvolto tutto, rendendo inattuali i programmi precedentemente votati. Occorre tornare al confronto: anche per allargare, per andare a prendere il meglio del dialogo e confronto tra mondi, società e persone che non si iscrivono ai partiti ma vogliono essere, comunque, cittadini attivi nel XXI secolo.

Se la leadership più ‘aperta’ e ‘disintermediata’ della storia politica italiana si chiudesse nelle ‘oscure botteghe’ per decidere tutto a tavolino in base a una convenienza politica del breve periodo e non del confronto la perdita sarebbe di tutti.

Una fetta consistente di iscritti al Partito Democratico non ha accettato l’idea delle primarie. Penso sia un retaggio di chi è intimamente convinto – in assoluta buona fede – che solo i partiti organizzati abbiano in sé gli strumenti per la selezione della classe dirigente e gli anticorpi per espellere le impurità che rischiano di compromettere il disegno politico complessivo sull’onda della tradizionale contrapposizione tra «politica» e «società civile». Non credo sia così: le strategie dell’attività politica sono cambiate e la militanza in senso tradizionale va riconfigurata intorno alle esigenze della società del 2015, senza rinchiudersi nel solo ricorso a consultazioni interne, per evitare che le nostre configurazioni mentali si trasformino in ‘filtri’ perdenti, facendoci leggere la realtà non per come è ma per come vogliamo che sia, o per come la riconosciamo in base alle ‘nostre’ categorie. Come se anche nella ‘vita vera’ ci fosse la «filter bubble» di cui parla Eli Pariser. Se ci chiudiamo non vediamo più la realtà, ma un filtro del reale dove interpretiamo solo quello che ci fa comodo. La politica non riesce più a subordinare a sé la società in un grande progetto complessivo e se c’è qualcosa di «liquido» non è il partito, ma la delega di rappresentanza. Insomma, quando ti chiudi in te stesso credi di avere delle finestre molto grandi da cui guardare il mondo, ma spesso invece si tratta di un bunker.

Si accusano le primarie di aver favorito infiltrazioni di vario genere, da quelle, più leggere, di elettori di destra che votano esponenti del PD più vicini alla loro sensibilità, a quelle, ben più gravi, di gruppi di interesse più o meno leciti. Non sono le primarie il problema. Lo dico sinceramente: sono contento se un elettore che ha sempre votato a destra arriva a votarmi se l’ho convinto della validità del mio programma e della forza delle mie idee; sono meno contento se questo elettore mi vota semplicemente perché ho iniziato ad assomigliare a lui, ma questo capiterebbe con o senza le primarie.

Le infiltrazioni altre, poi, sono ‘inutili’ se non hai delle persone da votare, e le persone vengono votate se raccolgono un certo numero di firme per presentare la loro candidatura. Queste firme si raccolgono dentro il partito: ed ecco emergere la mitologica figura del ‘capataz’ e dei suoi pacchetti di tessere. Pacchetti. Di. Tessere. Tessere di partito. Iscritti fantasma che firmano a comando per far candidare le ‘sue’ persone e sostenere, quindi, un disegno che di politico ha ben poco. Il caso di Roma lo conosciamo tutti, ormai. Ma non è isolato, purtroppo. E questo accadrebbe anche senza primarie.

Il Partito Democratico nasce con le primarie. Sono d’accordo con Daniele Viotti quando dice che PD è sinonimo di primarie. I fattori di rischio ci sono ma devono semplicemente essere ridotti con regole certe. Non dobbiamo rinunciare alla partecipazione e all’allargamento, anche perché quando ci si rinchiude si fa capire di avere paura, e quando si fa capire di aver paura è finita. Perché si smette di avere idee, di disegnare un orizzonte e di fare politica e ci si limita semplicemente a gestire ‘il condominio’, chiudendosi in quello che si sapeva ieri senza interessarsi a quello che si saprà domani.

Non puoi occuparti di politica se vuoi semplicemente gestire l’esistente.

Facciamole, queste benedette primarie. Facciamole il 7 Febbraio. Da Torino a Napoli, da Roma a Milano. Facciamole per confrontarci e per disegnare il paese che vogliamo a partire dalle nostre città. Non rinunciamo agli strumenti di partecipazione solo perché hanno dei rischi. Non rinunciamo all’apertura. Smettiamo di rinunciare. Perché qui sta cominciando a mancare l’aria.

Su Ignazio Marino

Quando il sindaco della più grande città del mondo cita il caso come esempio, tu Partito che esprime il sindaco della capitale del paese dovresti stare dalla sua parte. E non perché te lo dice lui, ma perché basta davvero poco per fare la cosa giusta. Senza “se” e senza “ma”. Il resto è politicismo.