Indignarsi è utile, ma non serve: cosa cazzo facciamo?

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Indignarsi per i titoli di Libero (su cui deve intervenire l’Ordine dei Giornalisti, sia chiaro) è giusto ma se non si fa il passo successivo rischia di essere uno sterile esercizio di stile (quasi consolatorio) per ricordarsi di sentire ancora qualcosa. Libero e il Giornale; trasmissioni TV come Quinta Colonna, la Gabbia e Dalla vostra parte; programmi radio come La Zanzara e lo Zoo di 105; financo pagine Facebook bomberiste e misogine che raccolgono centinaia di migliaia di Like fanno semplicemente il loro lavoro. Fanno audience e traffico sulla paura, la banalizzazione e lo scaricabarile. Costruiscono il nemico (il negro, l’immigrato, il povero, il debole, l’omosessuale, la donna) e lo fanno in modo strisciante, carsico, profondo. Non sono solo slogan. È una vera e propria egemonia della deresponsabilizzazione, naturale (e pericoloso) sbocco pratico di questa età del risentimento che stiamo attraversando.

Io non lo so se invocare la censura o cercare di non dare eco a quelle micro-bolle sia la strada giusta. Forse dovremmo partire dalle basi: la consapevolezza è necessaria, così come è fondamentale l’azione. E l’azione di chi crede ancora a un minimo comun denominatore di decenza, rispetto, tolleranza e integrazione deve puntare a vincere la battaglia delle idee. Costruire una contro-egemonia. Andare nei luoghi del conflitto senza pensare di avere ricette pronte (no, non funzionano più) e abitarlo, combatterlo senza mettere la polvere sotto il tappeto. Dati, fatti, lotta. Ma anche parole e pensieri nuovi, innovativi, non di convenienza. Indignarsi non è più sufficiente. Su quello siamo tutti d’accordo. La domanda, semmai, è un’altra, e arriva da lontano. Winter is coming: che cazzo facciamo?

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Arriverà il giorno…

Arriverà il giorno in cui questa narrazione tossica produrrà i suoi frutti impazziti. Il giorno in cui non ci si limiterà a dare contro alle ONG (colpevoli di riempire il vuoto della politica) nelle chiacchiere da bar e si andrà in piazza. Si urlerà all’invasione. Si attaccherà il buonismo che sottende il “complotto”, la sostituzione del popolo, la lunga mano di Soros, l’arricchimento di MSF (o chi per loro, ‘che tanto sono tutte uguali) sulle spalle di gente che andrebbe «aiutata a casa loro». A casa loro, dove non li vediamo, e quindi non esistono. Arriverà il giorno in cui la piazza urlerà in modo isterico il suo odio a favore della paura, dal No Vax al No Trespass. La terra dei muri, dei recinti, del filo spinato. Attenti al cane, attenti all’italiano. Il tutto avallato da questa politica malsana che cerca di gestire il consenso inseguendo le parole d’ordine della sua stessa sconfitta. L’indistinto democratico in cui non ci sono più differenze e che supera i limiti di quello che è accettabile e quello che no. Arriverà il giorno in cui si andrà nei porti e, giustificati da chi ha per anni soffiato su questo fuoco, nell’insostenibile “silenzio della sinistra”, si impedirà alle navi di attraccare, si rispediranno in mare tutti, i negri e i buonisti. E arriverà il giorno in cui questo non basterà. In cui la violenza esploderà. E qualcuno, semplicemente, a casa, non ci tornerà più. Quel giorno ci renderemo conto di cosa abbiamo fatto, di dove siamo arrivati e di come nessuno – nessuno – è innocente.

(pubblicato su Facebook)

Se la politica avesse…

Se la politica avesse sempre seguito pedissequamente i sondaggi, gli umori del ‘paese reale’ e avesse ragionato per calcolo elettorale immediato non avremmo avuto progressi sociali come lo statuto dei lavoratori e le riforme dell’università, il divorzio, l’aborto e così via. Se le maggioranze fossero sempre andate avanti a ‘colpi di maggioranza’, non ci sarebbe mai stata per la minoranza la possibilità di farsi valere e innescare, quindi, processi di lunga portata (anche politica): non solo nell’arco parlamentare, ma nelle altre strutture dello stato (dalla Rai in giù, per dire). Se la politica si fosse sempre comportata come in questa XVII Legislatura, insomma, sarebbe sempre stata una ‘rappresentazione’ rumorosa e casinara che, però, non produce niente se non il suo stesso vuoto: un moto perpetuo disordinato e scordinato che insegue gli umori, se ne fotte del futuro – e anche del passato – restando alla contingenza del presente in cui conviene dire cose orribili come «aiutiamoli a casa loro», «non possiamo permetterci di salvarli». E tutto il corollario di vergogne che ogni giorno siamo costretti a leggere in nome di una sbandierata ‘rinuncia al buonismo’ che a me sembra sempre più una ‘rinuncia all’umanità’.

Stiamo assistendo in diretta agli ultimi atti di una crisi della Sinistra che arriva da lontano. Dalla caduta del muro, certo. Dal crollo della Prima Repubblica, assolutamente. Ma anche dalla globalizzazione, cui non è riuscita a dare un’interpretazione che non fosse avallare i dettami economici della destra, che abbiamo accettato con la promessa di una maggiore crescita economica (che sul breve periodo c’è anche stata) che avrebbe assorbito le disuguaglianze grazie al welfare e ai paracaduti sociali. Impoverendo sempre più lo stato, svuotando la società di senso, cambiandone il ‘tessuto connettivo’ con materiali sempre più scadenti, sono via via venuti meno sia il welfare che i paracaduti. E quello che resta è solo una grande paura, una rabbia e una frustrazione che non si traduce più in una retorica della sovversione futura, ma in un voto isterico di reazione verso chi promette il ritorno al passato magico in cui i problemi non c’erano o meglio, come fa notare Eschaton, restavano fuori dal nostro campo visivo. Quello che resta, è un territorio – sia politico che mentale – da cui ci siamo fatti ormai colonizzare e che abbiamo introiettato con sconcertante inconsapevolezza. Siamo in un neo-nichilismo che si chiude in se stesso fino a tradursi nell’istinto di morte.

E poi c’è l’Italia

In Francia, Benoît Hamon diventa candidato presidente del partito socialista proponendo reddito di cittadinanza, politiche ambientaliste e un programma di tutele sociali per tutti. Quasi sicuramente non diventerà presidente – il PS è molto basso nei sondaggi – ma sta segnando un netto cambio di rotta rispetto alle idee “inevitabiliste” di Valls. Negli Stati Uniti, si sta scendendo in piazza a cadenza regolare per protestare contro gli ordini esecutivi assurdi, razzisti, escludenti di Donald Trump. Probabilmente non porteranno a nessun risultato politico sul breve periodo (per quanto gli avvocati che, pro bono, stanno lavorando per scoprire le falle del decreto per tenere fuori dal paese gli abitanti di sette stati musulmani, abbiano riportato qualche piccola vittoria) ma si tratta di un segnale importante per un paese che è sempre stato all’avanguardia per le battaglie ‘civili’ e che ha permesso a un personaggio come Bernie Sanders di dire alcune cose importanti e a dirle a un numero sempre crescente di persone. In Spagna ci sono Podemos e Ada Colau, sindaca di Barcellona, su cui possiamo avere tutte e perplessità del caso ma che ad oggi rappresentano l’avanguardia di quel “populismo di sinistra” che in tanti evocano nella forma ma che pochi sanno come trasformare in consenso e sostanza politica. Insomma, da qualche parte, andando per tentativi, e magari in modo imperfetto, si comincia a pensare, fare e costruire qualcosa di diverso. E poi c’è l’Italia. Dove si parla dei problemi interni del Pd, della voglia ostinata e sorda di una persona sola – Matteo Renzi – di andare a votare in barba a qualsiasi logica di progetto, visione e pensiero sul paese, come se fosse una ‘vendetta personale’ (contro chi, poi?) e dove tra scissioni, creazioni, distruzioni, campi aperti, massimidalemi e la ormai cronica mancanza di idee, l’unica cosa di Sinistra che ancora si riesce a vedere è quell’autoreferenzialità conservativa che a breve porterà tutti noi a farci molte domande su dove, come, quando e soprattutto perché cazzo abbiamo cominciato a sbagliare e a non riprenderci proprio più.

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Contro i giovani?

Intervistato dal Corriere della Sera, oggi, Romano Prodi ha dichiarato che i giovani «deludono sempre». Posta la natura strettamente politica della frecciatina, io sono convinto che gran parte dei problemi che ‘bloccano’ quelli della mia generazione sia proprio il terrore di sbagliare, di deludere e lo stigma sociale che ne deriva. Come se sentissimo una pressione metafisica che, per paura di non farcela, ci impedisce di provare a fare alcunché pena l’esclusione, il dileggio, il fallimento. I giovani – e lo dice uno che da qualche parte del mondo non è più considerato giovane (giustamente) – non solo devono essere liberi di sbagliare, deludere, cadere e rialzarsi dopo aver imparato, ma devono anche, forse soprattutto, fregarsene quanto basta del parere dei Padri. Anche di quelli nobili e illuminati come Prodi, soprattutto quando si dimenticano che le parole sono importanti.

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Legge elettorale: the world won’t listen

Interessantissime tutte le discussioni sulla legge elettorale, ci mancherebbe. Il punto, ora, sarà capire se tenere questa legge (armonizzandola per il Senato) o farne una ex-novo in Parlamento. La divisione, quindi, è tra chi vuole votare subito e chi vuole aspettare. Mentre tutti noi filosofeggiamo su questioni che sembrano sostanzialmente relativa alla convenienza e sopravvivenza immediata di uno o l’altro gruppo politico, però, stanno uscendo dati che ci dicono altro.

Ci dicono che la sfiducia verso il futuro sia così alta da portare le persone ad avere sempre più sfiducia nei confronti della politica e sempre più richiesta etica e morale verso il mercato, il consumo e il mondo dell’impresa. Come se i decisori non avessero più nessun potere immediato per migliorare effettivamente la vita dei cittadini. Percependo come tutto inutile, si va a cercare altro e si chiede direttamente al “mittente” più etica, più diritti, più costruzione di comunità attraverso il consolidamento e la reputazione del proprio brand (leggere Dino Amenduni qui).

Al solito, mentre continuiamo a discutere dentro il circolo chiuso, alimentando le nostre camere dell’eco, il mondo va da un’altra parte. Giusto preoccuparsi di “come” andare a votare. Qualcuno dovrebbe cominciare a preoccuparsi di “cosa” chiedere di votare. La politica salva se stessa solo se esce da se stessa.

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Il marketing dei vitelloni

La Lega Nord non ha mai fatto politica. Da quando è nata, è sempre stata una sorta di compagnia di giro la cui unica preoccupazione era trovare un passatempo e un’occupazione a dei vitelloni che non avevano nessuna intenzione di lavorare. Il suo programma è sempre stato un bignami di rivendicazioni da strapaese in un dato periodo storico. Queste rivendicazioni cambiano dal 1992 al 2016, e con loro, cambiano anche gli attori che devono portarle avanti. L’esercizio leghista, da Bossi a Salvini, non è quello di fare politica, ma fare del marketing politico portando all’esasperazione i toni del fantomatico uomo della strada. Le soluzioni ai mali del paese, si sa, si trovano al bar. E la Lega, attraverso l’istituzionalizzazione di un senso comune livoroso e rancoroso, ha dato voce a un manipolo di persone che ha sempre cercato l’origine del problema altrove: il fisco, i clandestini, Roma, l’Europa. Il vitellone ha trovato i suoi simili. La Lega ha spettacolarizzato, prima in Italia, lo scaricabarile come ethos pubblico. Le responsabilità non sono mai nostre, sono sempre di qualcun’altro. Un grandissimo esercizio di consolazione collettiva che trova ampio seguito proprio perché saremo sempre portati a stare con chi ci dice che la colpa non è nostra. E Salvini, in questo, è un maestro. Lui non è un politico, è un uomo di spettacolo con dietro una grande squadra di pubblicitari e spin doctor. Quello che ha fatto ieri – mostrando una totale mancanza di vergogna e senso del ridicolo – rispetta perfettamente il copione. È uno spettacolo. Di merda, ma sempre spettacolo. Noi possiamo sempre cambiare canale.