L’indistinto democratico

Questo spaesamento fideistico segna in realtà a fine dell’affidamento alla politica, che aveva accompagnato il lungo dopoguerra di pace in cui abbiamo vissuto. Debole o forte, sospetta, lontana o troppo vicina, la politica sedeva comunque a capotavola nella società contemporanea, governava il mazzo di carte che distribuiva alle parti in gioco. L’abuso di potere ha consumato il ruolo. La separazione, la cooptazione e l’autoconservazione hanno fatto il resto. La fine sacrosanta delle ideologie che hanno imprigionato il Novecento ha fatto crollare anche ogni impalcatura di pensiero, ogni identità culturale, qualsiasi senso di appartenenza che vada oltre il contingente e l’effimero. Sembra che le idee non servano più alla politica, rassegnata a vivere nell’interpretazione del presente, senza tradizioni e senza proiezioni, come se il suo mondo fosse cominciato ieri e dovesse finire domani. Il risultati è l’uniformità culturale di un indistinto democratico che ha introiettato il senso di colpa della crisi invece di provare a governarla. Anzi ha fatto di più, ed è il suo peccato capitale: ha delegato alla crisi la riconfigurazione del sociale, tagli, fratture, nuove esclusioni, disuguaglianze, nuove soggettività, senza un disegno autonomo di società, senza un progetto di contrasto, senza l’embrione di un pensiero alternativo, nemmeno un’obiezione culturale.

Ezio Mauro, Democrazia Open/Close, su «L’Espresso», n.19, anno LXIII, 7 Maggio 2017.

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Si parla del Diciannovesimo secolo, eh!

[…] nasce in quel momento la forma politica del bonapartismo, nella quale un leader carismatico capace di gestire la psicologia delle folle si pone in rapporto diretto con le masse e si fa rappresentate della nazione «al di sopra delle parti» e delle lotte egoistiche di partito. Perseguitando i partiti socialisti e i sindacati, imponenti leggi elettorali di tipo uninominale, assicurandosi il monopolio dei mezzi di comunicazione, questo leader riesce a decapitare le classi popolari togliendo loro ogni autonomia politica e può perciò guardare al suffragio universale come a un’arma di conservazione del potere, avendone disinnescato ogni potenzialità eversiva. Eletto plebiscitariamente, egli concentra nelle proprie mani una forza politica senza precedenti, ben maggiore di quella del vecchio sovrano assoluto, e ne approfitta sbilanciando l’equilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo e restringendo al minimo gli spazi del parlamentarismo.

(Stefano G. AzzaraDemocrazia Cercasi, Imprimatur, 2014, pp. 102-103)

Il populismo è di destra

L’adozione e la diffusione degli strumenti di democrazia diretta, ad esempio, rappresenta un altro tentativo di aggirare i partiti. Non è certo una sfida nuova, questa. Tutt’altro. È comunque molto radicale perché va al cuore della legittimità stessa dei partiti come vettori di collegamento tra cittadini e istituzioni. Il populismo giacobino nasce proprio dall’appellarsi direttamente al popolo contro i «corpi intermedi» che distorcono e pervertono ai loro fini la volontà popolare. Oggi, tuttavia, la diffusione degli strumenti della democrazia diretta come i referendum appare del tutto insufficiente a determinare una emarginazione del partito in quanto tale. In fondo coloro i quali invocano l’uso continuo di questo strumento non sono gruppi di cittadini o associazioni della società civile, bensì formazioni politiche dell’estrema destra populista per delegittimare i partiti tradizionali, contrapponendo loro il volere «autentico» del popolo. Non per nulla vengono etichettate, a buon diritto, come populiste.

(Piero Ignazi, Forza senza legittimità. Il vicolo cieco dei partiti, Laterza 2012, pp. 102-3)