Prendere in giro Fusaro è inutile

Diego Fusaro ha delle posizioni indifendibili e imbarazzanti. Il suo è uno show in cui interpreta alla perfezione il ruolo del ‘nuovo’ intellettuale organico come personaggio mediatico che recita la parte attraverso una retorica ridondante e strumentale a un pensiero politico. È il perfetto strumento di questo nuovo spettacolo – che si svolge 24/7, su tutti gli schermi e i device – che ha come bersaglio non il “Sistema”, come potrebbe apparire superficialmente, ma il pensiero liberale (etichettato come “unico” perché accusato di non tollerare l’intolleranza) e il progetto multiculturale stratificato. È uno spettacolo che paga. I suoi tweet sembrano più frutto di un generatore automatico di complessità gratuita che serve solo a legittimare – attraverso la più classica costruzione della “cultura di destra” (cit. Jesi 1979) – gli istinti e le spinte più retrograde della spaventata società contemporanea, che non i frammenti di un autentico discorso culturale e filosofico. Fusaro è un mattone nella costruzione di una nuova egemonia, e per questo ‘attacca’ senza esitazioni la vecchia egemonia culturale della società aperta.

Prendere in giro Fusaro – cosa che ho fatto anche io, non lo nego – può essere divertente ma inutile, e anche un po’ autoreferenziale. Ci siamo indignati perché Il suo Pensare altrimenti è stato pubblicato da Einaudi, ma le vendite dimostrano che sono più quelli che non hanno idea di cosa rappresenti l’Einaudi che quelli che si sono scandalizzati per la pubblicazione del filosofo ‘rossobruno’ per eccellenza. Ce la stiamo cantando e suonando da soli.

Fusaro funziona perché noi gli rispondiamo con la presa in giro, con il complesso di superiorità, con il sopracciglio alzato («ah ah, hai letto l’ultimo post di Fusaro?»), e non con le idee. Manca la nostra capacità di uscire dal narcisismo e dalla bolla, di capire quello che sta succedendo e come mai mentre la nostra inscalfibile, fortissima e bellissima visione del mondo sta crollando indebolita dalla sua stessa sconfitta noi siamo stati fermi. Abbiamo atrofizzato e “gentrificato” il pensiero e non siamo più riusciti a produrre idee. Culturali, pratiche, politiche. Sappiamo benissimo da dove arriviamo, non abbiamo la minima idea di dove vogliamo andare.

Il nostro nemico è il nostro stesso vuoto pneumatico. Quello che stesso vuoto che ha creato la distanza e la voragine che alla lunga ha prodotto Fusaro. A noi i Like su Facebook, a loro i voti alle prossime elezioni.

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Lost in the Supermarket

Ho capito qual è il problema.
Fare la spesa, fondamentalmente, mi mette ansia.
Entri nel supermercato all’ora di punta. Piove e fa freddo. Un luogo intasato di persone che, come te, non hanno nessuna voglia di stare lì e vogliono solo tornare a casa, farsi una doccia e mettersi a leggere/guardare un film/guardare una serie tv sul divano. Ti aggiri per i corridoi intasati di ogni ben di dio con sguardo bovino e ti viene la labirintite, l’agorafobia, la claustrofobia. Tutto assieme. Tutte assieme. Forse pure un po’ la sindrome di Stoccolma perché ti senti vittima di qualche sorta di complotto globale. Come se l’eccesso di scelta diventasse un deterrente: puoi scegliere tutto, quindi non scegli niente. Chilometri e chilometri di cibo, di roba, di confezioni coloratissime che ti suggeriscono infinite possibilità. Cammini per i corridoi con aria sempre più spersa, dimentichi le cose fondamentali e prendi cazzate compensative. Non riesci a programmare oltre alla cena di stasera e ti dici «tanto ci torno domani» ma sai benissimo che domani vorrai fare di tutto pur di non tornarci, in quel posto. Tonnellate di cibo. Tonnellate di distrazioni. Tonnellate di stimoli che vogliono solo essere colti «Scegli me, in un mondo che non vuoi» e perché diavolo ti vengono in mente i Verdena ora, eh? E poi non scegli niente. Non ti viene nemmeno da provare quelle cose interessanti che ti spingerebbero, magari, diciamolo sottovoce, addirittura a cucinare. No. Non oggi. Ci torno domani anche se so che non ci torno domani. E così prendi, paghi quelle tre cose che sei riuscito a mettere nel cestino e torni a casa. Torni a casa più in fretta che puoi. L’importante è la sopravvivenza e anche oggi riesco a mangiare qualcosa, ti dici. Hai vinto. Anche oggi hai vinto tu. Ancora non ti sei accorto di esserti dimenticato il dentifricio.

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Questa non è una recensione di Star Wars

Questa non è una recensione di Star Wars: The Force AwakensIn rete ce ne sono già tantissime e che coprono tutta la gamma di emozioni, dal ‘capolavoro’ alla ‘sola’. Essendo un film destinato a far discutere, ci sta. Per quanto mi riguarda, sono d’accordo in tutto e per tutto con quanto espresso da Stanlio Kubrick su i400calci.com. Questa che segue è più una raccolta di spunti di riflessione attorno al film e al cinema. Potevo raccontarvi anche delle sequenze visivamente straordinarie di cui questo film è pieno, ma ho preferito fare altro. Ovviamente ci sono SPOILER. Quindi, se non avete visto niente, continuate a vostro rischio e pericolo.

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1. Se sei una ragazza o un ragazzo nato in Occidente negli anni Ottanta, il cinema è ancora ‘il più grande spettacolo del mondo’ costruito sulla solidissima asse formata da Steven Spielberg, George Lucas e Robert Zemeckis. Il cinema era il luogo della favola, della meraviglia, della fantasmagoria: il luogo dove si costruivano universi alternativi e si rendeva possibile un’idea di futuro fantastica; il luogo in cui i dinosauri prendevano vita; il luogo in cui i confini nel mondo materiale e della finitezza umana semplicemente non avevano più senso. Una missione piccola e banale che sanno ancora fare in pochi, principalmente dalle parti della Disney (che, non a caso, è proprietaria di Pixar, Marvel e del brand Star Wars, praticamente le tre linee di espansione del mondo materiale attualmente in circolazione). Se sei una ragazza o un ragazzo nato in Occidente negli anni Ottanta, capisci perfettamente il senso profondo che muove il cinema di J.J. Abrams e lo ami in modo incondizionato dal momento in cui ti sei scoperto commosso alla fine di Super 8.

2. Hanno ragione tutti: J.J. Abrams è l’unica persona al mondo che può prendere quello che è, semplicemente, il più grande contributo della civiltà occidentale all’epica e rintracciarne i fili profondi, riannodarli e riportarli sui binari giusti del mito. Roland Barthes affermava che, per essere tale, il mito doveva uscire dal flusso della storia per destinarsi all’immortalità. Star Wars, che è sempre stato affare dell’immortale, va trattato così. Se ci si perde a parlare di nostalgia e di citazionismo non abbiamo compreso le regole del gioco.

3. Star Wars. Episode IV: A New Hope è uno dei film più importanti della storia del cinema sia dal punto di vista commerciale, sia dal punto di vista culturale (non devono essere queste brevi righe scritte a caldo a ricordare tutta la cosmogonia che ne é derivata in modo tutto sommato casuale, dacché il film fu un grandissimo azzardo di un regista sull’orlo di una crisi di nervi). Inoltre, è uno dei punti fondamentali di quella stagione apparentemente senza fine che chiamiamo postmoderno. Secondo Umberto Eco, ogni epoca ha il suo postmoderno e ogni postmoderno può essere inteso come una forma di manierismo. Il vero difetto della seconda trilogia di George Lucas, tanto bistratta quanto interessante da più punti di vista (pur contenendo cadute di stile veramente deplorevoli), è proprio quella di essere stilisticamente ed esteticamente manierista. L’universo di Star Wars si basa su un arcaismo post-nucleare, un medioevo spirituale in una cornice di tecnologia avanzatissima: sognavamo il futuro, ma con un’anima. La seconda trilogia usciva da questa cornice per entrare a piene mani in un contemporaneismo che ha avuto il solo effetto di far invecchiare tremendamente dei melodrammi costruiti per collegarsi allo spirito del tempo. Quando il mito diventa ‘umano’, allora crea un cortocircuito e smette di funzionare. Attaccare Jar Jar Binks è solo la punta dell’iceberg. J.J. Abrams, invece, ritorna nei luoghi della nostra infanzia (anche si siamo nati dieci anni dopo la prima uscita al cinema) e non fa altro che rimetterli in moto: prende la più grande saga epica del postmoderno e la fa dialogare con il contemporaneo.

4. Questo dialogo funziona perché il mito viene riaggiornato nei suoi caratteri funzionali, non nelle sue radici profonde. Si rimette in moto la macchina narrativa, si ritorna sulle traiettorie purissime del viaggio dell’eroe, ma lo si fa creando le condizioni per non sembrare posticcia. Un racconto problematico che mette assieme politica, tensioni sociali, tradizione e ‘eternità’, fallibilità dell’essere umano davanti al metafisico. Lo schema universale della prima trilogia era semplice: da un lato l’impero, dall’altro la resistenza; la seconda trilogia mostrava il passaggio da una repubblica utopica alla disopia imperiale; la terza complica ancora di più la faccenda. Che cos’è il Nuovo Ordine? È ‘legale e riconosciuto’ o si tratta di uno straordinario atto di forza contro lo status quo? Ma soprattutto, qual è lo status quo? Come dialogano la Repubblica e il Nuovo Ordine (sì, ok, a cannonate spaziali che devastano pianeti, ma non è questo il punto)? E se la Repubblica è in qualche modo il sistema vigente, come mai il suo esercito si chiama resistenza? Insomma, J.J. Abrams e Lawrence Kasdan spazzano via la distinzione manichea tra bene & male che, di fatto, era già il grande non detto dietro la dinamica complesse tra forza e lato oscuro (il che ha sempre reso così interessante il personaggio di Dart Vader) e la gettano in politica all’altezza di questi nostri tempi interessanti (cfr. Slavoj Žižek). Il Nuovo Ordine è ovviamente cattivissimo e si basa sul conflitto per il primato del comando tra Kylo Ren – che è un Sith o qualcosa del genere: un Jedi cattivo – e il generale Hux, uno che, in barba a tutta questa metafisica tradizionale, crede sostanzialmente nella legge militare del più forte: il primato della tecnica sull’umano, pura distopia (non a caso, il generale è un para-nazista che comanda uomini-macchina al servizio dello scopo supremo: il nazismo ha sacrificato le ideologie, le utopie del progresso e le grandi narrazioni sull’altare del grande disegno hitleriano). I germogli di questo conflitto sulla plancia della navicella del male, ad oggi, possono riservare molte sorprese andando al di là della banalità del male. Anche perché Kylo Ren – di cui capiamo già i tormenti interiori sia per il modo in cui reagisce ai disappunti degli errori di percorso (= sfasciando tutto); sia per come risolve senza nessuna epica e nessuna etica il conflitto con la (inesistente) figura paterna di Han Solo – non sembra destinato a essere il ‘cattivo definitivo’ della saga: altrimenti non avrebbero scelto Adam Driver, altrimenti non lo avrebbero mostrato per così tanto tempo senza maschera.

5. Le dinamiche della resistenza sono sostanzialmente sempre le stesse: rubiamo i piani segreti e puntiamo tutto sull’effetto a sorpresa perché abbiamo i piloti più spericolati della galassia. Insomma, per trent’anni dopo la fuga di Luke Skywalker hanno dovuto avvalersi della purissima tecnologia perché la metafisica aveva deciso di mettersi in stand-by.

6. Il cavaliere Jedi è in sé una figura cristologica. Non ho le competenze in materia, ma credo proprio che ci sia una metafora biblica consistente. Da Anakin Skywalker a Rey, la ragazza-profeta che maneggia i prodromi della Forza in pochissimo tempo (forse perché la situazione politica attuale comporta un diverso stato d’eccezione e perché la realtà accelerata non permette tempi morti e addestramenti tanto lunghi), si tratta di conflitti tra figure semi-divine, alberi della tentazione e sacrifici come redenzione dai peccati della galassia. Si vedrà nel secondo capitolo (Episodio VIII) come il profeta Luke Skywalker, esiliato come Cristo nel deserto, ricondurrà l’allieva ai principi della forza. J.J. Abrams ha fatto tantissimo riconciliando Star Wars con la sua storia, come se solo attraverso il ritorno alle origini – non è un remake, è un reboot – potesse permetterci di ripartire. Se non fosse già stato scritturato un secondo regista per il nuovo film (Rian Johnson, già regista di Looper), si potrebbe dire: «Va bene J.J. Abrams, ora che hai la nostra attenzione, facci vedere cosa sai fare».

Ci sarebbero molte altre cose da aggiungere. Magari arriveranno. Però volevo lasciarvi con un’immagine dell’arrivo della Resistenza a bordo degli X Wing. Ecco. In quel momento, in barba a tutte le considerazioni analitiche, la fantasmagoria ritorna e la magia del cinema esplode nella sua essenza più bella. Diavolo di un J.J. Abrams, ce l’hai fatta ancora.

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Vivere la città

Il tipo di città che vogliamo non è distinguibile dal tipo di legami sociali, relazioni con la natura, stili di vita, tecnologie e valori estetici cui aspiriamo. Il diritto alla città è molto più della libertà individuale di accedere alle risorse urbane: è il diritto a cambiare noi stessi mentre cambiamo la città.

David Harvey, The right to the city, citato in Giovanni Semi, Gentrification. Tutte le città come Disneyland? (Il Mulino, 2015)

Salvare la politica dalla ‘sondaggite’?

Leggo che l’elezione di Sergio Mattarella ha rafforzato nell’opinione pubblica in consenso attorno a Matteo Renzi e il suo governo, attorno al Partito Democratico e anche attorno a tutte quelle formazioni politiche che hanno sostenuto il progetto strategico che ha portato all’elezione del capo dello stato e alla (presunta?) fine del famigerato «Patto del Nazareno». Leggo, inoltre, che chi si è opposto – in modo anche muscolare – all’operazione vede il consenso calare: da Silvio Berlusconi a Matteo Salvini. Sicuramente la scorsa settimana Renzi ha segnato un punto importante. Uno di quei colpi di teatro a cui sembra dare molta importante, probabilmente non a torto. La faccenda che mi preoccupa – ma è una preoccupazione astratta e teorica, se vogliamo di impostazione generale – è quella relativa alla sondaggite. Leggo, infatti, inoltre, che il governo ha commissionato nuove rilevazioni e nuovi sondaggi, stanziando un budget importante. Niente di male, i sondaggi servono e sono fondamentali. Quello che mi lascia perplesso è il rischio che questa lettura compulsiva dell’opinione di un corpo elettorale molto fluido e molto veloce nel mutamento del pensiero possa influenzare l’agenda di governo e l’agenda politica generale. Insomma, che il sondaggio sia la propulsione della politica e non la reazione. Che si costruisca l’agenda a partire dalla necessità di tenere alto il consenso e non a partire da una costruzione politica coerente. Il rischio, insomma, che l’azione di governo sia influenza dall’opinione pubblica mentre dovrebbe essere il contrario: l’azione che influenza l’opinione pubblica. Non lo so, sono confuso. E sì che anche io consumo infografiche e statistiche.