In questa situazione votare non serve a niente

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dalla pagina Fb Logo Comune

In questa situazione il Governo del Presidente è l’unica non-soluzione possibile. Le elezioni anticipate, infatti, non risolverebbero assolutamente nulla. La politica — soprattutto quella italiana — si è sempre basata sul principio di dialogo, accordo, compromesso e anche di “non sfiducia”. Parole considerate bestemmie nel quadro post-politico in cui ci stiamo muovendo ormai da anni. Se non si è trovata una maggioranza è per il contesto culturale, non per la legge elettorale. Oggi, fare politica vuol dire addobbare una narrazione totalizzante, lanciarsi in una campagna elettorale permanente in cui l’obiettivo è prevaricare e annientare qualsiasi avversario. Non è un caso che i due partiti arrivati primi alle elezioni, M5S e Lega, non abbiano smesso per un secondo di fare campagna elettorale. La loro volontà non è fare un governo — governare vuol dire diventare impopolare: citofonare Renzi — ma consolidare e aumentare il consenso. È l’egemonia della propaganda permanente. Dire, come hanno ripetuto per settimane Salvini e Di Maio, di «essere a disposizione, sono gli altri che non vogliono» vuol dire porre proprio le condizioni dello stallo. Nessuno vuole governare con nessun altro. Una naturale conseguenza di una campagna elettorale che è stata, e che sarà sempre di più, brutale, aspra, vuota di contenuti e volta solo ed esclusivamente a distruggere simbolicamente le altre parti. La dico facile: come si può pensare, in questo contesto, di creare governi politici anche su accordi di compromesso dopo che per mesi (se non anni: come il 5s con il Pd) hai insultato le altre formazioni e aizzato le rispettive tifoserie? Ancora più facile: come si può pensare di fare accordi politici se a mancare è proprio la politica? La propaganda permanente si nutre dell’ostinata e infinita ricerca di un consenso “totalitario” in un quadro che, fortunatamente, totalitario non è. Se si pensa a una soluzione politica, anche attraverso il voto — visto sempre come panacea di tutti i mali — si rischia di rimanere molto delusi. Ci sono due non-soluzioni, in questo momento. Ed è logico che Mattarella ci provi.

ps — Certo, le elezioni non serviranno a nulla per i motivi che ho cercato di spiegare. A meno che il Movimento 5 Stelle non prenda, da solo, il 40%. La strategia mi sembra chiaramente quella.

pps — Chi pensa che l’attuale classe politica sia fatta di cialtroni sbaglia. Sono lucidissimi. Folli, forse. Ma lucidissimi.

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Il vestito ro[zz]o di Matteo Salvini

Ho letto molti, oggi, fare ironia sulla mise scelta da Matteo Salvini per incontrare al Qurinale il Presidente della Repubblica. Ironia fuori luogo, perché fa finta di non considerare come la trasandatezza di Matteo Salvini – il vestito dozzinale, la camicia tirata e che sacrifica il collo, la cravatta messa male e portata meglio – sia in realtà studiatissima e facente parte del sistema simbolico che rende il ‘corpo’ di Salvini esattamente quello che è. Qualche anno fa Marco Belpoliti, partendo dalla canottiera di Bossi, scrisse un saggio in cui ragionava sui sistemi estetici e simbolici che caratterizzavano l’identità della Lega Nord. Ovviamente, ogni forza politica populista deve fare riferimento a certi fattori, iscrivendo nel ‘corpo del capo’ un’opera narrativa che funziona in modo autonomo e diventa automaticamente portatrice di quei valori caratteristici. Ecco perché Matteo Salvini, che ha alle spalle fior fior di esperti di comunicazione, non poteva che vestirsi esattamente in quel modo. Inadeguato, lontano dall’etichetta, alieno dall’eleganza vista come sofisticato orpello non necessario al discorso di ‘totale visceralità’ della nuova Lega tutta istinto e ‘autenticità’. Ecco perché non poteva essere diverso e ecco perché, come al solito, anziché ridere di questa farsa bisogna prendere sul serio questa tragedia.

Salvare la politica dalla ‘sondaggite’?

Leggo che l’elezione di Sergio Mattarella ha rafforzato nell’opinione pubblica in consenso attorno a Matteo Renzi e il suo governo, attorno al Partito Democratico e anche attorno a tutte quelle formazioni politiche che hanno sostenuto il progetto strategico che ha portato all’elezione del capo dello stato e alla (presunta?) fine del famigerato «Patto del Nazareno». Leggo, inoltre, che chi si è opposto – in modo anche muscolare – all’operazione vede il consenso calare: da Silvio Berlusconi a Matteo Salvini. Sicuramente la scorsa settimana Renzi ha segnato un punto importante. Uno di quei colpi di teatro a cui sembra dare molta importante, probabilmente non a torto. La faccenda che mi preoccupa – ma è una preoccupazione astratta e teorica, se vogliamo di impostazione generale – è quella relativa alla sondaggite. Leggo, infatti, inoltre, che il governo ha commissionato nuove rilevazioni e nuovi sondaggi, stanziando un budget importante. Niente di male, i sondaggi servono e sono fondamentali. Quello che mi lascia perplesso è il rischio che questa lettura compulsiva dell’opinione di un corpo elettorale molto fluido e molto veloce nel mutamento del pensiero possa influenzare l’agenda di governo e l’agenda politica generale. Insomma, che il sondaggio sia la propulsione della politica e non la reazione. Che si costruisca l’agenda a partire dalla necessità di tenere alto il consenso e non a partire da una costruzione politica coerente. Il rischio, insomma, che l’azione di governo sia influenza dall’opinione pubblica mentre dovrebbe essere il contrario: l’azione che influenza l’opinione pubblica. Non lo so, sono confuso. E sì che anche io consumo infografiche e statistiche.

La manovra di palazzo. Reloaded.

Quando ho letto quel libro fantastico che è Chi ha sbagliato più forte di Marco Damilano, arrivato alle vicende del Governo D’Alema, mi è venuta in mente una riflessione – che potremmo argomentare molto – sul fatto che Matteo Renzi, alla fine, è la realizzazione ultima non tanto di Berlusconi, quanto di Massimo D’Alema. O per lo meno di quanto sul D’Alema stratega governista si è sempre solo o detto, o percepito.