Give the people what they want: Matteo Renzi, very normal people

Matteo Renzi è un abilissimo comunicatore, lo sappiamo. Ci sono due modi per essere abili. Il primo, più difficile, è cercare di convincere una platea della tua visione del mondo facendo più fatica a seconda delle situazioni. La seconda, più semplice, e forse più fruttuosa nel breve periodo è «to give the people what they want». Steve Jobs diceva che le persone non sanno cosa vogliono fino a quando non lo vedono. Renzi, invece, pensa che le persone non solo vogliono cose ‘basilari’, ma le vogliono attraverso messaggi ‘basilari’ e meno disturbanti possibili. Del resto, l’attuale presidente del consiglio è un convinto sostenitore della negazione del conflitto sociale: la società non ha contraddizioni, non ha nodi da sciogliere, da analizzare, da risolvere. Ecco perché il messaggio può essere plasmato a seconda dell’audience a cui ti stai rivolgendo. La frase sul Family Day «Rispetto dove c’è popolo» non va letta come un’apertura verso la piazza del 30 gennaio e come un paletto al cammino del DDL Cirinnà – o meglio, non solo, perché ovviamente la frase più inquietante è un’altra: «Se non si trova la sintesi, si vota secondo coscienza» – ma va letta come messaggio ad uso e consumo degli ascoltatori di Rtl 102.5.

Rtl 102.5 è una radio che, da anni, porta avanti uno storytelling (scusate…) di ‘normalità’, ‘mediocrità’, di esaltazione aprioristica della ‘banalità’. La visione del mondo di Rtl 102.5 è fatta di pochi messaggi molto semplici. Un buon senso ‘mediamente conservatore’; i buoni sentimenti ‘non troppo pericolosi’; una armonizzazione attorno a un non meglio precisato ‘specifico italico’ per cui siamo sempre e comunque Un Grande Paese. Rtl 102.5 come radio della maggioranza silenziosa perfettamente sintetizzata dallo slogan che da anni porta avanti con pericolosissimo orgoglio: VERY NORMAL PEOPLE. Questo cosa vuole dire? Che il popolo di Rtl 102.5 è omofobo? Non necessariamente. Vuol dire che il popolo di Rtl 102.5 non vuole che ci siano ‘problemi’, ‘conflitti’, ‘tensioni’. Semplicemente: vuole che non gli si rompa le palle. Insomma, niente di nuovo. Per il resto, io domani in piazza a dire «Sì, lo voglio» ci sarò. Voi?

(pubblicato su Facebook)

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La cultura qui aveva molto valore. Note per un dibattito.

Sta facendo parecchio discutere un articolo pubblicato da Stefano Feltri sul suo blog sul sito de Il Fatto Quotidiano, giornale con cui Feltri collabora come firma di punta per quanto riguarda l’Economia. Nell’articolo, in sintesi, si assiste all’ennesimo tiro al piccione delle facoltà umanistiche considerate inutili, un lusso per chi se lo può permettere, addirittura un danno per la società tutta (visto che il saldo econometrico è in negativo).

«Mandiamoli in pensione/I direttori artistici/Gli addetti alla cultura» cantava Franco Battiato ormai 35 anni fa. Erano i tempi in cui stava emergendo questa visione del mondo tutta legata alla misurazione profittevole ed econometrica di qualsiasi cosa. Non ti definisci in base a quello che fai (come si diceva durante il maggio francese), ti definisci in base a quanto vali. Quando Bret Easton Ellis racconta la discesa negli inferi metropolitani di American Psycho usa proprio la reificazione, la quantità e il valore delle cose nel sistema attorno a Patrick Bateman. Michael Moore in Capitalism: A Love Story racconta come le compagnie di assicurazioni quantifichino il costo di una vita umana in termini di valore assoluto ad uso e consumo dei datori di lavoro (e cos’è una polizza vita se non una quantificazione del nostro valore come esseri umani basata su puri calcoli economici?). Stefano Feltri è nato nel 1984, ed è quindi cresciuto nel frame culturale che quantifica qualsiasi cosa in base al suo valore economico. È questo il famoso ‘frame’ del neo-liberismo che esce dalle scuole di economia per entrare come ‘stile di vita’. Recentemente, il tema è stato affrontato con brillantezza da Guido Mazzoni ne I destini generali (Laterza), la cui lettura vi consiglio proprio per capire come questo frame abbia conseguenze fattive nella vita di tutti i giorni. Questa visione del mondo, in termini assoluti, produce ragionamenti come quelli di Feltri: non possiamo permetterci di sbagliare facoltà (a parte che la riforma Gelmini ha abolito le facoltà in favore dei dipartimenti, ma fa niente), se fai Lettere, Filosofia, Scienze della Comunicazione, il DAMS devi prepararti non solo ad essere un fallito [tu] e un fallimento [per la tua famiglia che ha fatto tanti sacrifici], ma addirittura un peso per la società [«il valore (medio di una laurea a cinque anni dal suo ottenimento, ndr) è pesantemente negativo, -265»]. A parte che sono anni che ogni opinionista usa studi e ricerche per dimostrare tutto e il contrario di tutto (del resto, esistono studi che dimostrano tutto e il suo contrario, non è una novità), e che esistono anche ricerche che mettono in relazione la crescita con gli investimenti anche nelle facoltà per così dire inutile, immaginiamo per un attimo lo scenario ipotizzato da Feltri, condiviso anche da un paese con una cultura millenaria come il Giappone, che ha addirittura proposto di abolire le facoltà umanistiche per andare incontro alle richieste del mercato.

Secondo l’ultima statistica del MIUR, in Italia, ci sono 1.7 milioni di iscritti nelle varie università. Nell’anno solare 2013 si sono laureate circa 300 mila persone. Diamo per scontato un andamento virtuoso e in crescita del trend – dacché Feltri dichiara che «[…] le indagini sugli studenti dimostrano che quelli più avversi al rischio, magari perché hanno voti bassi e non si sentono competitivi, scelgono le facoltà che danno meno prospettive di lavoro, cioè quelle umanistiche. I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. Studi difficili e competitivi» – e poniamo che da qui in poi, ogni anno, ci siano circa 500 mila laureati da collocare sul mercato del lavoro e SOLO nei settori per cui queste competenze super-tecniche sono richieste. Come può un mercato del lavoro super-tecnicizzazito che ha prodotto corsi di laurea super-tecnicicazziti e poco ‘flessibili’ (se mi laureo in una materia specifica, per la struttura molto rigida di questo tipo di facoltà rischio di non poter spaziare per poter fare altro, anche nella stessa disciplina) assorbire tutta l’offerta? Molto banalmente, non si rischia di svalutare tutta questa eccellenza, tutti questi geni intelligentissimi pronti a vincere nel mercato competitivo? Se tutti sono ‘avvantaggiati’, dov’è il vantaggio competitivo? Anche con tutta la fuga dei cervelli di questo mondo, 500 mila persone che ogni anno si laureano in Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza non troveranno mai tutto il lavoro che paventano tutti quelli che, anno dopo anno, cercano di dimostrarci dati alla mano che – stringi stringi – con la cultura non si mangia.

Qualche mese fa scrivevo: «[…] una società con questa visione – e ci siamo dentro: periodicamente escono articoli contro le facoltà ‘inutili’, oppure che sponsorizzano l’abolizione del Liceo Classico – è una società che non avrà mai gli anticorpi e gli strumenti per cambiare paradigma, per immaginare un futuro, per agire sull’esistente. Una società così gestirà sempre e solo lo stato delle cose e non riuscirà ad accettare le alternative al mainstream». Insomma, siamo al solito discorso per cui stiamo rinunciando al nostro futuro e alla nostra capacità di rischiare. Stiamo rinunciando all’analisi della complessità anche attraverso gli strumenti della critica e della cultura. Stiamo rinunciando ad avere una ‘visione’ che vada oltre il semplice ‘compitino’ routinario, però tanto utile.

Stefano Feltri, una firma molto letta, molto seguita e anche brillante, è purtroppo aderente a una visione del mondo assolutamente poco coraggiosa e poco intuitiva, molto legata alla gestione dell’esistente e che limita la dignità e la felicità umana all’orizzonte della fine del mese. Soprattutto in un contesto in cui nei paesi più avanzati del mondo si tiene molto da conto la cultura per lo sviluppo delle comunità creative e per creare innovazione anche nelle industrie. Per usare anche solo un esempio molto mainstream: Steve Jobs. Probabilmente fra vent’anni parleremo di questi esempi virtuosi in cui anche noi, sciocchi e utopisti che ci siamo laureati nelle ‘Humanities’, possiamo sedere al tavolo di «quelli che contano». Peccato però che una cosa del genere l’abbiamo sostanzialmente inventata noi: «Abbiamo portato in tutti i paesi della comunità le nostre armi segrete: i libri, i corsi culturali, l’assistenza tecnica nel campo della agricoltura. In fabbrica si tengono continuamente concerti, mostre, dibattiti. La biblioteca ha decine di migliaia di volumi e riviste di tutto il mondo. Alla Olivetti lavorano intellettuali, scrittori, artisti, alcuni con ruoli di vertice. La cultura qui ha molto valore». Lo diceva Adriano Olivetti.

Regalare dischi quando non sei più fico. Perché la gente si è lamentata degli U2?

u2 Quando gli U2 hanno regalato* il loro disco ai 500 milioni di utenti iTunes in occasione del lancio del nuovo iPhone 6, non stavano facendo solo un’operazione straordinaria di marketing – come sottolineato da quasi tutti – ma stavano dando per scontato che il mercato discografico è ormai riconfigurato e sbilanciato. Infine, pure il mainstream ci è arrivato. I ‘soldi’ stanno da un’altra parte: nei concerti, principalmente, mutuando quindi il concetto da tempo centrale della musica indie per cui i dischi sono fondamentalmente utili per andare in concerto. Tutto giusto. Ma c’è stato un evento inaspettato: non tutti hanno apprezzato il regalo. Sia la band irlandese che la Apple, infatti, hanno dovuto correre ai riparti trovando un modo per permettere la rimozione dell’ultimo disco della band di Bono e soci, Songs of Innocence, a chi non voleva avere niente a che fare con questa operazione. Cosa è successo? Molti, sui social e sui giornali, si sono chiesti come mai la gente non apprezzasse quello che a conti fatti è un regalo. Ma la questione è un’altra: non è tanto non apprezzare un regalo, quando voler essere liberi di scegliere cosa consumare e quando. Che è un po’ il senso della fruizione culturale su internet, nella sua dimensione di gigantesco archivio – che ha le sue regole, la sua netiquette, i suoi codici non scritti – a disposizione degli utenti. Un aggiustamento in corso d’opera che ha delle conseguenze interessanti. Soprattutto quelle a lungo termine. Leggendo Chris Anderson (fondatore di Wired autore del fondamentale saggio La coda lunga, Codice) si mutua la convinzione che siano due i fattori centrali del consumo culturale su internet: la «filosofia del dono» e «il capitale reputazionale». Questi due elementi rimandano a un ampio e articolato dibattito nelle scienze sociali e umane. Il primo, si lega al concetto di dono come collante sociale nelle tribù analizzato dall’antropologo Marcel Mauss (Saggio sul dono, Einaudi) che andrebbe a intregrare l’economia di mercato tradizionale. Il secondo, fa riferimento alle teorie del sociologo Pierre Bourdieu, che riflette su come il capitale reputazionale sia fondamentale nella definizione delle identità e nella formazione della comunità sociale (il testo di riferimento, qui, è La distinzione, Il Mulino). Detta in una frase, gli U2 e la Apple hanno forzato il limite del “dono” andando a intaccare proprio il «capitale reputazionale», che in un mercato riconfigurato come quello di Internet resta il bene più prezioso. Il capitale reputazione è quello che ti permette di acquisire attorno a determinate comunità di consumo un certo profilo e una certa credibilità. Qualcosa di molto simile alla logica dell’influencer, quindi. Un fattore impalpabile che ha a che fare con ragioni pragmatiche e di percezione. Fondamentalmente: mi riconosco in una comunità che rispetta determinate logiche e determinate regole e queste regole e queste logiche devono essere rispettate da tutti. Essere parte di una comunità online, se ci pensate, non ha poi molto di diverso, se non la mancanza di prossimità fisica. In un recente articolo pubblico su Il Post, si parla proprio della comunità dei clienti Apple: una comunità spesso presa in giro per il suo altissimo livello di fanatismo e di ‘culto’ attorno alla figura messianica di Steve Jobs. Nell’articolo, si citano elementi come la ‘condivisione’, il ‘brand’, il ‘riconoscimento’ e – soprattutto – la ‘distinzione’ come elementi fondamentali per riconoscersi. Ci sono dei codici e dei riti ma, principalmente, c’è il concetto di esclusività. Siano i clienti Apple, gli appassionati di musica alternativa o i code-monkeys, si tratta di comunità che puntano molto sull’esclusività, che fanno dell’esoterismo del loro culto un valore assoluto, che non va intaccato e anzi va tenuto – al netto delle insite contraddizioni di Internet – il più puro possibile. In sintesi, nonostante i dati di vendita, diffusione e conoscenza del brand ci dicono che la Apple ormai è in tutto e per tutto il leader di almeno due settori fondamentali (computer e telefonia), la sua ‘immagine’ suggerisce un comportamento diverso: un’azienda smart, in linea con i gusti highbrow dei giovani creativi metropolitani e dai gusti ricercati e che mai e poi mai avrebbe scaricato – legalmente o meno – un album degli U2. Insomma, oltre all’antipatia di un’imposizione dall’alto da parte di una compagnia che ha sempre puntato tutto sull’immagine di una mentalità aperta (al netto dei sistemi operativi chiusi), gli utenti Apple non hanno accettato il regalo degli U2 perché gli U2 non sono cool, non sono in linea con l’immagine dell’azienda, non si legano bene all’idea di un iPhone 6. Non sono trendy, non sono alla moda, sono anzi un gruppo ‘daddy-rock’ entrato ormai da qualche anno nella fase calante della propria carriera e sono guidati da un cantante, Bono, che ha anche lui fondato tutto sulla costruzione dell’immagine messianica di se stesso. E si sa che le culture occidentali sono principalmente monoteiste. Insomma, la logica del dono funziona se rispetta le caratteristiche del capitale reputazionale. Altrimenti la questione del gratis è irrisoria davanti al fatto di avere dello spazio del proprio iTunes dedicato a musica non cool. Poi come mossa di marketing è stata molto azzeccata, indubbiamente. I media hanno parlato degli U2 come forse non capitava dai tempi della campagna di Bono sull’azzeramento del debito pubblico dei paesi del terzo mondo. Sicuramente il fatto che Songs of Innocence sia stato il disco più distribuito della storia senza una sola copia fisica ancora in circolazione entrerà negli annali. E di certo i dati che vedono la band come una delle prime – assieme a Rolling Stones e Bruce Springsteen – per incassi dei tour non potranno che incrementarsi (e su questo discorso potremo tornarci in un secondo momento). Resta però il fatto che a livello di comunità e di costruzione dell’identità attorno a un marchio, questo passo falso diventa abbastanza significativo.

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* mi fanno notare che tecnicamente il disco non è stato regalato dagli U2, ma dalle Apple, che ha comprato i diritti per regalare il disco alla ‘modica’ cifra di 100 milioni di dollari. Scrive il New York Times: «To release U2’s album free, Apple paid the band and Universal an unspecified fee as a blanket royalty and committed to a marketing campaign for the band worth up to $100 million, according to several people briefed on the deal. That marketing will include a global television campaign, the first piece of which was a commercial that was shown during the event.»