Italian Indie 2015

Quelli che amano Calcutta. Quelli che odiano Calcutta perché odiano le sue canzoni. Quelli che odiano Calcutta perché odiano quello che Calcutta rappresenta.
Quelli che pensano che Appino abbia fatto bene a ‘non mandarle a dire’ al tizio di The Voice. Quelli che Appino se la deve credere meno. Quelli che ‘se l’avessimo fatto noi saremmo stati dei poveri stronzi’.
Quelli che i Cani sono il male della musica italiana. Quelli che non capisci, senza i Cani staremmo ancora qui a rivalutare gli 883.
Quelli che non rivalutano gli 883.
Quelli che ‘io ascoltavo Go Dugong da prima’. Quelli che ‘Go Dugong ha sempre fatto schifo’.
Quelli che vanno al Pigneto a Roma o a San Salvario a Torino perché credono che sia un’esperienza autentica. Quelli che non vanno al Pigneto a Roma o a San Salvario a Torino perché pensano di restare autentici.
Quelli che leggono Rockit. Quelli che odiano Rockit.
Quelli che leggono Noisey perché ‘non capite le provocazioni’. Quelli che odiano Noisey perché ‘queste provocazioni hanno stufato’.
Quelli che hanno un blog e una trasmissione radio. Quelli che pensano che i blog siano inutili e le trasmissioni radio non le ascolta più nessuno.
Quelli che fanno le foto. Quelli che odiano quelli che fanno le foto.
Quelli che danno ancora retta a Manuel Agnelli. Quelli che non hanno mai dato retta a Manuel Agnelli.
Quelli che fanno il deejay. Quelli che ‘a mettere i dischi sono capaci tutti’.
Quelli che comprano un sacco di dischi e trattano quelli che usano solo Spotify come dei dementi. Quelli che ascoltano musica su Spotify e trattano quelli che comprano i dischi come dei rottami del Novecento.
Quelli che Lo Stato Sociale non li avete capiti. Quelli che pensano che Lo Stato Sociale abbiano rovinato tutto.
Quelli che…
E poi mi chiedete perché uno si rompe i coglioni.

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Italodance e il nichilismo

Torino è letteralmente tappezzata di manifesti – anche molto grossi – che pubblicizzano la festa di capodanno che si terrà alle famigerate Rotonde di Garlasco (provincia di Pavia, 150 km da Piazza Castello) con dj resident Gigi D’Agostino. Probabilmente, l’aggressiva strategia di marketing è dovuta dai sabaudi natali del noto personaggio tanto in voga negli anni Novanta. Probabilmente, l’aggressiva strategia di marketing che si sviluppa in un’ampia offerta che prevede anche quattro diversi menù con diverse offerte fino alla fatidica ‘notte in albergo’, è dovuta all’ampio sfruttamento della ‘nostalgia’ per un passato che non tornerà più presso una delle ultime generazioni che forse riesce in qualche modo a spendere ancora dei soldi: dalle cassettine di HitMania Dance al capodanno con 10 ore di musica non stop per ricordarci di quando eravamo immortali. Tutta questa offerta di eterna giovinezza all’interno di una cornice di chiassoso ‘cafonal’ e colonna sonora dei BPM Italodance da immaginario collettivo post-Billionaire è forse la cosa più vicina agli ultimi giorni di Pompei che io riesca a ipotizzare. In tutto questo probabilmente da Torino partiranno le navette per Garlasco (provincia di Pavia, 150 km da Piazza Castello) e probabilmente ci sarà non solo il tutto esaurito, ma pure la gente fuori. Puro nichilismo. Pura ‘locura’. Verrà la morte, e avrà gli occhi vuoti di chi non crede più in niente.

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Una Torino nuova che parta da noi

Puoi fare politica in molti modi. Puoi stare in un partito e cercare di cambiare le cose cambiandole; puoi stare in un’associazione e combattere per far sì che le tue priorità diventino le priorità di tutti gli altri; puoi anche stare per conto tuo e cercare di rendere il mondo un posto migliore con gesti di civilità minimi e morali.

Ci sono molti modi. C’è chi cerca sempre il colpo di teatro, la frase ad effetto, lo slogan giusto. C’è chi pensa sempre che la sua azione abbia senso solo se ha un nemico da attaccare costantemente. C’è chi pensa, invece, che in questo periodo solo l’unione delle forze possa funzionare. E quindi bisogna parlare, discutere, scontrarsi e partecipare. Andare a vedere cose nei posti in cui succedono, non rinchiudersi negli spazi in cui portare avanti una rappresentazione che forse sta solo nelle nostre teste.
Oggi, con il progetto Map To Map, siamo stati a San Salvario Emporium per quello che è stato l’ultimo nostro incontro pubblico per raccogliere segnalazioni per la città di Torino (ci risentiremo nel 2016 per i tavoli di lavoro: stay tuned) e sì, i dati che abbiamo raccolto ci danno una chiara idea di come una certa idea di città del futuro sia ormai radicata nei sogni e nelle speranze dei giovani che girano per il quartiere. Aggregazione, digitale, comunità. Non scopriamo l’acqua calda, semmai ci ricordiamo di accenderla.

Ma non volevo parlare di questo. Volevo parlare di San Salvario Emporium. Perché se abbiamo raccolto tante segnalazioni su una Torino ‘sostenibile’, verde, che muova cultura e ricerca, che sia una vera città acceleratrice di risorse umane, lo abbiamo fatto grazie a un luogo che da anni è diventato ormai uno snodo fondamentale del ‘fare cultura e comunità’ a Torino. Non è un semplice ‘mercatino per hipster’, ma un momento di scambio e aggregazione, dove da un lato ci sono i ragazzi che mettono in vendita le loro creazioni artigianali e dall’altro ci sono persone che cercano una città ‘da far emergere’. Qui stiamo parlando di persone che hanno avuto un’idea e hanno cercato di renderla possibile ricreando il legame tra un territorio (San Salvario), una pratica (l’artigianato) e una comunità (giovanile, creativa) e facendone un vero e proprio ‘manifesto’. Una bella conferma, una di quelle cose che se vedessi in un’altra città, vorrei portare a Torino.

Anche questa è politica.

Faccio parte di quel tipo di persone che credono che ‘politica’ sia qualsiasi gesto/atto della vita quotidiana. Quindi sì, nel nostro piccolo, siamo un motore di qualcosa anche quando non sappiamo bene identificarlo.

Troppo Smog a Torino

Oggi e domani a Torino si viaggerà gratis sui mezzi pubblici. Metro, pullman, tram. Iniziativa simbolica volta a contrastare il fatto che sia la città con l’aria più inquinata d’Italia. Se ci pensate è abbastanza scandaloso. Certo, la città dell’auto. Certo, la città industriale. Ma il mondo cambia e noi con lui.

Dovremmo – da qui in avanti – pensare a un nuovo modo di vivere e muoverci in una città che, tra l’altro, si gira a piedi con piacere, ha una struttura che rende particolarmente comodo l’uso dei tram e si prepara, almeno nelle intenzioni, a diventare polo turistico e studentesco (di questo tema specifico poi ne riparliamo) a 360 gradi. Insomma, andiamo a dire al torinese che la macchina è superflua e che la mobilità sostenibile è raggiungibile se solo vogliamo (dall’amministrazione ai cittadini)?

Il bubbone di piazza Vittorio, lo «slacktivism» e la cultura dell’evento

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La politica contemporanea è schiava della ‘cultura dell’evento’. Stretta nella logica della turbo-comunicazione, dove vale solo quello che è notiziabile, vendibile, esplicito. È la naturale prosecuzione di quell’atteggiamento che ha visto sempre più lo spazio politico privarsi di qualsiasi approfondimento cercando l’indignazione facile, il tweet che risolve tutto, lo «slacktvism» che puoi fotografare. Insomma, la ‘cultura dell’evento’ è quella cosa per cui si indica la luna e tutti continuano a guardare il dito dicendoti che forse dovresti tagliarti le unghie. Ad esempio, a Torino sto leggendo tantissime lamentele, proposte di sit-in, flash-mob e altri rituali della nuova militanza civica per protestare contro una (bruttissima, va detto) struttura temporanea in piazza Vittorio Veneto, rea di deturpare il paesaggio. Tutto giusto, del resto, l’armonia interna del centro di Torino e delle sue ‘piazze auliche’ vanno rispettate. Però, a questo punto, gradirei sit-in di protesta per tutte le strutture temporanee che invadono le nostre piazze (da CioccolaTO ai concerti del primo Maggio). Attaccare il ‘bubbone’ è un ‘evento’ che non impegna: scriviamo uno status, andiamo in piazza, facciamo finta che il problema sia questo. Mi sarebbe piaciuto vedere, però, lo stesso allarmismo diffuso quando l’amministrazione ha cominciato ad architettare una delirante riforma delle circoscrizioni che, questa sì, andrà a incidere sulla nostra vita di tutti i giorni molto più che una tenso-struttura che prima o poi tornerà a farci ammirare piazza Vittorio in attesa del prossimo evento, del prossimo giro di giostra e della prossima indignazione facile.

Qualunque cosa questa parola voglia dire

A Torino ci sono tanti Caffè storici, o quanto meno tradizionali (qualunque cosa questa parola voglia dire). Ai tavolini di questi Caffè, spesso, trovi dei clienti anziani. Non è importante a che ora tu ci vada, li troverai sempre. Lo troverai. La troverai. Entra, saluta, prende il solito – da chissà quanti anni – paga la consumazione per il nipote («E se vuole pagare lei gli dica di no!»), legge il giornale, aspetta. Ha il suo tavolino. Ha la sua routine. Ha la sua tradizione (qualunque cosa questa parola voglia dire). Ecco, io non mi chiedo tanto noi trentenni arriveremo mai ad avere quel tipo di routine, quel tipo di abitudine, quel tipo di tradizione (qualunque cosa questa parola voglia dire), ma se arriveremo mai ad avere quel tipo di serafica tranquillità nell’affrontare le cose. Quella capacità di piegare il tempo alle proprio esigenze. Se arriveremo mai anche noi ad avere i nostri Caffè storici, o quanto meno tradizionali (qualunque cosa questa parola voglia dire) in cui prendere il solito – da chissà quanti anni – in cui pagare le consumazioni ai nostri nipoti («E se vuole pagare lei gli dica di no!»), in cui leggere il giornale chissà su che nuovo aggeggio, in cui aspettare. Perché abbiamo sempre l’ansia di arrivare da qualche parte e spesso non sappiamo nemmeno noi dove. E quando ci arriviamo, spesso, scopriamo che il caffè è pure cattivo.

Perché il PD non deve rinunciare alle primarie

Il tragico epilogo di Ignazio Marino come sindaco di Roma è la dimostrazione della fallacia delle primarie aperte come metodo di selezione della classe dirigente? Lo sto leggendo da più parti, in scia a una «corrente carsica trasversale» che da tempo spinge per una loro revisione, se non annullamento. Un errore devastante.

Prima di tutto sarebbe un errore logico fondamentale. Il segretario del Partito Democratico è stato poi nominato Presidente del Consiglio proprio grazie allo straordinario successo delle primarie congressuali del 2013, e da sempre ha usato la consultazione popolare per scalare e affermarsi nella gerarchia politica. Dalla vittoria fiorentina in avanti, la storia di Matteo Renzi è stata un’ascesa «di popolo democratico» e lo dimostra la forbice tra la fase di consultazione interna al PD (dove Renzi prese il 46%) e quella ‘aperta’ (dove arrivò all 67%). Rinunciare alle primarie sarebbe una gigantesca ‘sconfessione cognitiva’ di tutto il percorso fatto da Renzi in primis.

C’è dell’altro. Nel 2016 si andrà al voto in alcune cruciali città italiane: Milano, Napoli, Bologna, la mia Torino e probabilmente anche Roma. Decideremo sull’asse portante del paese in elezioni che non saranno solo più amministrative, ma – nella percezione, nel racconto, nel senso comune – vere e proprie politiche. Milano e Napoli hanno già annunciato che ricorreranno alle primarie il 7 Febbraio, e a Milano ci sono da tempo due candidati. Nella situazione attuale sarebbe bellissimo istituire un «Primarie Day Democratico». Prima di tutto per verificare lo stato di salute della coalizione: che tipo di perimetro vogliamo tracciare? Il centro-sinistra – come a Milano è già stato dichiarato da chi vuole lavorare nella scia della ‘rivoluzione arancione’ di Pisapia – o riproporre lo schema delle larghe intese (che ogni sondaggio indica come perdente) sull’onda di un senso di responsabilità tanto decantato quanto trasformato in una semplice agenda di conservazione? Inoltre, le amministrazioni hanno bisogno di confrontarsi su programmi politici, su idee diverse ma dentro la cornice del progressismo. Che tipo di città abbiamo in mente per il futuro? Quali sono le visioni strategiche per i prossimi dieci, o vent’anni? Tutto questo andrebbe discusso in un confronto aperto e partecipato: e legittimato dalle primarie.

Dal congresso nel 2013 molte cose sono cambiate: la velocità che abbiamo imparato a conoscere ha sconvolto tutto, rendendo inattuali i programmi precedentemente votati. Occorre tornare al confronto: anche per allargare, per andare a prendere il meglio del dialogo e confronto tra mondi, società e persone che non si iscrivono ai partiti ma vogliono essere, comunque, cittadini attivi nel XXI secolo.

Se la leadership più ‘aperta’ e ‘disintermediata’ della storia politica italiana si chiudesse nelle ‘oscure botteghe’ per decidere tutto a tavolino in base a una convenienza politica del breve periodo e non del confronto la perdita sarebbe di tutti.

Una fetta consistente di iscritti al Partito Democratico non ha accettato l’idea delle primarie. Penso sia un retaggio di chi è intimamente convinto – in assoluta buona fede – che solo i partiti organizzati abbiano in sé gli strumenti per la selezione della classe dirigente e gli anticorpi per espellere le impurità che rischiano di compromettere il disegno politico complessivo sull’onda della tradizionale contrapposizione tra «politica» e «società civile». Non credo sia così: le strategie dell’attività politica sono cambiate e la militanza in senso tradizionale va riconfigurata intorno alle esigenze della società del 2015, senza rinchiudersi nel solo ricorso a consultazioni interne, per evitare che le nostre configurazioni mentali si trasformino in ‘filtri’ perdenti, facendoci leggere la realtà non per come è ma per come vogliamo che sia, o per come la riconosciamo in base alle ‘nostre’ categorie. Come se anche nella ‘vita vera’ ci fosse la «filter bubble» di cui parla Eli Pariser. Se ci chiudiamo non vediamo più la realtà, ma un filtro del reale dove interpretiamo solo quello che ci fa comodo. La politica non riesce più a subordinare a sé la società in un grande progetto complessivo e se c’è qualcosa di «liquido» non è il partito, ma la delega di rappresentanza. Insomma, quando ti chiudi in te stesso credi di avere delle finestre molto grandi da cui guardare il mondo, ma spesso invece si tratta di un bunker.

Si accusano le primarie di aver favorito infiltrazioni di vario genere, da quelle, più leggere, di elettori di destra che votano esponenti del PD più vicini alla loro sensibilità, a quelle, ben più gravi, di gruppi di interesse più o meno leciti. Non sono le primarie il problema. Lo dico sinceramente: sono contento se un elettore che ha sempre votato a destra arriva a votarmi se l’ho convinto della validità del mio programma e della forza delle mie idee; sono meno contento se questo elettore mi vota semplicemente perché ho iniziato ad assomigliare a lui, ma questo capiterebbe con o senza le primarie.

Le infiltrazioni altre, poi, sono ‘inutili’ se non hai delle persone da votare, e le persone vengono votate se raccolgono un certo numero di firme per presentare la loro candidatura. Queste firme si raccolgono dentro il partito: ed ecco emergere la mitologica figura del ‘capataz’ e dei suoi pacchetti di tessere. Pacchetti. Di. Tessere. Tessere di partito. Iscritti fantasma che firmano a comando per far candidare le ‘sue’ persone e sostenere, quindi, un disegno che di politico ha ben poco. Il caso di Roma lo conosciamo tutti, ormai. Ma non è isolato, purtroppo. E questo accadrebbe anche senza primarie.

Il Partito Democratico nasce con le primarie. Sono d’accordo con Daniele Viotti quando dice che PD è sinonimo di primarie. I fattori di rischio ci sono ma devono semplicemente essere ridotti con regole certe. Non dobbiamo rinunciare alla partecipazione e all’allargamento, anche perché quando ci si rinchiude si fa capire di avere paura, e quando si fa capire di aver paura è finita. Perché si smette di avere idee, di disegnare un orizzonte e di fare politica e ci si limita semplicemente a gestire ‘il condominio’, chiudendosi in quello che si sapeva ieri senza interessarsi a quello che si saprà domani.

Non puoi occuparti di politica se vuoi semplicemente gestire l’esistente.

Facciamole, queste benedette primarie. Facciamole il 7 Febbraio. Da Torino a Napoli, da Roma a Milano. Facciamole per confrontarci e per disegnare il paese che vogliamo a partire dalle nostre città. Non rinunciamo agli strumenti di partecipazione solo perché hanno dei rischi. Non rinunciamo all’apertura. Smettiamo di rinunciare. Perché qui sta cominciando a mancare l’aria.