La celebrità non è credibilità

Il fatto che la rosa di candidati per la presidenza democratica americana 2020 sia composta da, tra gli altri, Mark Zuckerberg e – ultima ma non ultima – Oprah Winfrey segna la definitiva consacrazione dello spettacolo sulla politica. Quella zona di confine in cui abbiamo ormai inesorabilmente confuso “popolarità” con “credibilità”. È ormai il trionfo delle logiche di mercato nella loro veste più subdola e ‘smart’. Se dietro Mark Zuckerberg si muove l’impero dei dati che usiamo ogni giorno, dietro la bolla di Oprah si muove un sistema economico basato sul peggior individualismo americano («Se ci credi, ce la puoi fare») e sulla sempre più fiorente industria dell’auto-aiuto, la zona franca in cui ci si muove a un centimetro dalla circonvenzione di incapace [suggerisco questa lettura]: insomma, purissimo ‘realismo capitalista’. Forse, più che di professionisti e guru della compassione, per cui l’empatia diventa un bene materiale e quantificabile, avremmo bisogno di politici. Più che di figurine, avremmo bisogno di sostanza, serietà e una visione leggermente più ambiziosa del «Se ci crediamo tutti assieme, ce la possiamo fare». Come ha scritto Giulia Blasi ieri, non è che una cosa diventa giusta solo perché un’altra celebrità senza esperienza politica si candida dalla parte giusta: «Oprah è una brava imprenditrice, una donna tosta e intelligente, con una storia personale commovente. Ma è una celebrity, non una politica. E Washington ha bisogno di politici». Cosa c’entra questo con l’Italia? Molto più di quanto pensiate.

(via Facebook)

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Feel the Bern?

Va bene, siamo agli inizi. Va bene, sono due stati con pochi voti e con una conformazione dell’elettorato ben preciso. Va bene, la corsa è molto lunga e vedremo come andrà. Va bene, non succede ma se succede. Però vogliamo dirlo che la vittoria di Bernie Sanders alle primarie del New Hampshire – per oltre 20 punti, eh: non è un risultato casuale – rappresenta un significativo game change? Ora bisogna vedere cosa succederà negli altri stati (il New Hampshire è uno stato essenzialmente bianco e di sinistra: praticamente lo stato dei lettori di Repubblica), ma questo risultato suggerisce che certe tematiche – il lavoro e il ruolo della grande finanza, il welfare, il debito studentesco, i diritti civili e individuali – sono diventate sempre più importanti nell’agenda democratica. Si parlerà ancora meglio e in modo ancora più radicale di disuguaglianze, ci si concentrerà ancora di più sulle contraddizioni del sistema dopo la crisi economica del 2007. Si parlerà di ambiente e di futuro e costringe anche una moderata come Hillary Clinton a spostarsi a sinistra. Poi, certo, andrà come andrà e guardiamo anche cosa succede nella casa dei pazzi repubblicani, ma adesso il tavolo è cambiato. A me sembra una grandissima vittoria culturale e politica.

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